Diritti

SADDAM, IL PROBLEMA E’ IL PROCESSO…

SADDAM, IL PROBLEMA E’ IL PROCESSO Il vero punto critico del processo a Saddam Hussein non è la questione – pur fondamentale – pena di morte sì pena di morte no, ma il processo stesso. Qualcuno ha paragonato il procedimento di Baghdad…

SADDAM, IL PROBLEMA E’ IL PROCESSO

Il vero punto critico del processo a Saddam Hussein non è la questione – pur fondamentale – pena di morte sì pena di morte no, ma il processo stesso. Qualcuno ha paragonato il procedimento di Baghdad al celebre processo di Norimberga contro i gerarchi del nazismo. Nonostante la totale e penosa assenza di garanzie per la difesa dell’ex dittatore iracheno e degli altri imputati, l’accostamento è corretto, almeno nel senso che in entrambi i casi si è trattato di un processo ai vinti, deciso e pilotato dai vincitori.

 Il giudizio di Norimberga comportò la creazione – seduta stante – di un diritto sovranazionale e di una corte legittima, con l’evidente contraddizione di contraddire la tradizione giuridica delle democrazie liberale, secondo la quale non può esistere un diritto retroattivo e non si possono accettare tribunali speciali. Si disse all’epoca che si agiva in quel modo di fronte all’eccezionalità dei fatti: un regime brutale, crimini di guerra inenarrabili, la nacessità di rifondare un’intera sosietà.

Ma il tribunale di Norimberga, per essere credibile, avrebbe dovuto occuparsi di tutti i crimini di guerra, inclusi quelli compiuti dagli alleati (dai bombardamenti inutili ed efferati di Dresda e Tokyo, per fare degli esempi, alla opinabile scelta di lanciare due bombe atomiche sul Giappone). Questo non fu. La scelta di infliggere condanne esemplari ai capi del nazismo (e del regime nipponico: un tribunale apposito fu istituito a Tokyo) fu prettamente politica e si risolse nella compromissione di ogni effettiva possibilità di istituire una giustizia sovranazionale. Si creò cioè un precedente, imponendo la "giustizia dei vincitori", che ha impedito la nascita di una concezione della giurisdizione accettabile per tutti gli stati. I tribunali istituiti nel dopoguerra per i crimini in ex Jugoslavia, in Cambogia, in Ruanda, con alcune differenze, hanno tutti ripetuto l’errore capitale di Norimberga. Il caso Saddam Hussein si inscrive in questa scia: l’effetto politico di lungo termine è la negazione di ogni possibilità d’istituire veri organismi indipendenti di giustizia internazionale.

Si pensi alla Corte penale internazionale, l’unica struttura che avrebbe la potenzialità di realizzare questo grande progetto. E’ permanente, non deve occuparsi di casi specifici, potrebbe agire sulla base di una legislazione accettata a livello internazionale. Questo tribunale è boicottato dagli Stati Uniti, la principale portenza del pianeta, impegnata in varie zone del mondo in guerre spesso in conflitto col diritto internazionale e quindi potenziale vittima della sua giurisdizione. Perciò Washington non la riconosce: che autorità può avere una Corte così menomata?

Non soprende, ovviamente, che la Casa bianca sia il principale se non l’unico sponsor del tribunale allestito a Baghdad. I lavori di questo organismo, le sue "condanne esemplari", il suo spregio per il diritto alla difesa, la sua azione in un contesto impossibile (l’occupazione militare straniera, l’uccisione di ben quattro avvocati dell’ex dittatore), il fatto che le sentenze siano già scritte: tutto concorre a far arretrare le già remote possibilità di avere un giorno una vera giustizia sovranazionale, in grado di giudicare i crimini compiuti da chiunque.

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