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Riforme, i rischi della ristrutturazione

Il progressivo accentramento istituzionale e il ridimensionamento del potere di influenza delle Regioni impongono due condizioni: la deflazione e semplificazione normativa e la sensibile maturazione del dibattito pubblico. L’analisi del professor Alessandro Volpi, autore per Altreconomia de La globalizzazione dalla culla alla crisi 

Province defunte, prefetture ridotte a una quarantina, drastico dimagrimento nel numero delle questure, regionalizzazione delle Camere di Commercio: almeno sulla carta -ma ormai non solo- si è avviato un rapido percorso di accentramento istituzionale.

Le motivazioni principali sono di natura finanziaria, per attuare una severa revisione della spesa, e di carattere strategico, in quanto meno sedi di decisione dovrebbero accelerare i tempi delle amministrazioni e rendere più chiare le responsabilità. 

Nella medesima direzione si muove la “deregionalizzazione” di alcune competenze, riportate nelle mani dello Stato centrale, dalle infrastrutture, all’energia, al commercio estero fino alla promozione turistica. Le Regioni di fatto vedranno quasi interamente cancellata la loro potestà legislativa concorrente, in nome di una rinata centralizzazione delle funzioni, svolta da organismi assai irrobustiti, come nel caso del Cipe.
 
Questa maggior dose di poteri direttamente e indirettamente ricondotti in capo a governo e Parlamento prende corpo mentre la riforma del Senato pone fine alla sua elettività e chiude la stagione del bicameralismo perfetto. In estrema sintesi siamo di fronte a una profonda ristrutturazione dell’architettura istituzionale del Paese, che va ben oltre la modifica del titolo V della Carta Costituzionale e cambierà in maniera radicale lo scenario italiano. 
 
Sembra profilarsi, di fatto, un “federalismo centralistico”, un assetto in cui l’asse dei poteri politico-amministrativi si regge su un’autorità centrale tanto snella nei numeri quanto in possesso di amplissimi margini di scelta e sulla rete dei sindaci, su cui graviteranno inevitabilmente un complesso di attribuzioni, competenze e compiti tali da renderli i pivot decisivi, e pressoché esclusivi, dei territori.
 
Perché una simile rivoluzione possa funzionare servono però due condizioni. La prima consiste nella indispensabile esigenza di una massiccia deflazione normativa, di una semplificazione delle regole abbinata ad un’altrettanto netta delegificazione: meno leggi, minore decretazione d’urgenza, regole chiare e meno modificazioni in corsa costituiscono i prerequisiti essenziali, e davvero ineliminabili, per rendere funzionante il federalismo centralistico, retto dalla ricordata riduzione dei livelli di governo e dall’accentramento delle competenze. È possibile, infatti, governare un Paese con una classe politica e amministrativa numericamente ridotta e dotata di molte funzioni se il quadro delle norme e delle regole è semplice, senza troppi rischi di equivocità e di infinite interpretazioni e soprattutto se non conosce continui mutamenti. Serve anche un disboscamento della pletora di organismi di controllo spesso in evidente contrasto e contraddizione tra loro, che finiscono per ledere piuttosto di rafforzare il principio fondamentale della responsabilità. In quest’ottica, peraltro, è molto importante che i tempi di compimento delle riforme annunciate siano rispettati e brevi, perché se una revisione così drastica dello Stato e delle istituzioni restasse un cantiere aperto a lungo si determinerebbe una pericolosa fase di stallo e di inefficienza delle parti interessate dalle riforme, intrappolate in un futuro incerto. 
La seconda condizione necessaria per la buona riuscita dell’azione di cambiamento della macchina statale ha carattere più prettamente politico. Ridurre le sedi di decisione e limitare il numero dei componenti della classe politico-amministrativa ha bisogno di una rapida maturazione del dibattito pubblico e in particolare necessita di luoghi aperti e al contempo definiti in cui individuare le priorità da assegnare a tale classe, dopo averla selezionata.
 
Uno Stato accentrato e snellito ha bisogno di partiti legittimati dal consenso popolare e di una partecipazione organizzata che abbia la capacità e la forza di incidere nei processi di scelta; la velocità e la determinazione dell’azione amministrativa deve essere preceduta, accompagnata e seguita da una discussione competente e attenta che non può limitarsi alla spesso convulsa espressione delle molteplici istanze della società civile. Se questa seconda condizione, riassumibile nella ricomposizione organizzata delle forze politiche, non si realizzasse, il rischio più forte del nuovo accentramento e dell’appesantimento delle funzioni in capo a pochi soggetti sarebbe duplice; da un lato una forte astensione, o peggio ancora una marcata estraneità alle istituzioni, e dall’altro la solitudine di chi ha responsabilità pubbliche, proprio a partire dai territori. 
*Università di Pisa, sindaco di Massa

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