Diritti / Opinioni

La rivoluzione è morta, viva la ribellione

A chi scende in piazza oggi manca una visione di futuro: si affannano e combattono per la quotidianità, cercano rifugio nel passato. “Non ha senso pensare alla fine del mondo se si ritiene difficile da raggiungere la fine del mese”. Il commento di Alessandro Volpi

La rivoluzione è morta, viva la ribellione. Questa potrebbe essere, in estrema sintesi, una delle formule in grado di esprimere i nuovi linguaggi della politica che accomunano i gilet gialli, i nostalgici degli “imperi” post Brexit e post Merkel e i populisti sovranisti. La ribellione, di piazza, elettorale e, in alcuni casi, persino violenta, sembra essere infatti il denominatore comune della stagione che sta caratterizzando soprattutto il Vecchio Continente.

Se essere “rivoluzionari” significava, nel Novecento, aspirare ad un futuro migliore, immaginato e costruito sulla base di grandi visioni del mondo, in cui la scienza, la ragione, il vitale anelito di uguaglianza civile e sociale avevano un posto decisivo, oggi quella dimensione pare sostituita da sanguigni impeti di ribellione dove i tratti caratterizzanti sono proprio quelli del rifiuto della scienza, della razionalità illuministica e, soprattutto, dell’idea stessa di futuro.

I ribelli non sono affatto interessati al domani, ma si affannano e combattono per la quotidianità; le loro richieste hanno a che fare con il qui e l’ora. Non ha senso pensare alla fine del mondo se si ritiene difficile da raggiungere la fine del mese; il “sacrificio” rivoluzionario per le generazioni future non è ritenuto più accettabile. Perché pagare di più il gasolio e preoccuparsi degli irreparabili danni ambientali dell’inquinamento, se si concepisce la propria esistenza senza un futuro prossimo?  Non è più accettabile la promessa di un domani migliore se il tempo di attesa non ha la stessa brevità dei messaggi gettati in pasto alla rete dei social, destinati ad essere consumati nell’arco di pochi istanti.

Sui nuovi ribelli fanno quindi presa gli slogan che dichiarano a caratteri cubitali che tutto è possibile nel momento stesso in cui lo si esprime. La retorica della propaganda alimenta il ribelle perché cancella il vincolo del tempo e quello della realtà e mostra di funzionare ancora meglio quando usa il linguaggio dell’“invidia sociale” e del repentino ritorno al passato. In questo senso, la ribellione del nuovo millennio presenta numerose analogie con quelle dei secoli scorsi.

I ribelli, a differenza dei rivoluzionari, hanno sempre fondato le loro convinzioni sul rifiuto, sulla condanna perentoria non solo delle élites dominanti ma dell’idea stessa di élite; la Vandea, i moti religiosi fino al poujadismo (movimento politico e sindacale francese, sviluppatosi negli anni Cinquanta) hanno dato voce a masse ferocemente ostili ai “privilegi” del sapere, della conoscenza e riconducibili alla pretesa di costruire gerarchie sociali basate sul possesso della ragione. Il popolo rappresenta, in tale ottica, un organismo istintivamente egualitario, composto di tanti singoli arrabbiati che non intendono in alcun modo trasformare la propria rabbia in un modello sociale, dove esisterebbero, nuovamente, dei ruoli.

L’invidia sociale, che anima la rabbia, non ha per il ribelle una traduzione reale perché la realtà, presente e futura, non esiste. Anche il richiamo costante al passato è un tratto della mitologia storicamente coltivata dai ribelli. Non occorre la scienza, non serve il futuro perché è sufficiente tornare indietro, ripristinare le condizioni di una tradizione artificialmente e superficialmente raccontata come felice. Non servono l’Europa matrigna,  le barocche istituzioni comuni, la finanza, le astruse regole per evitare l’altrettanto astrusa “teoria” del riscaldamento globale, le complicazioni da azzeccagarbugli dell’economia; è sufficiente ripristinare un’era (del tutto artificiale) di parole semplici, magari anche di dialetti, di convivenza in piccole comunità dove ognuno è “padrone in casa propria”, rispetto alle quali le grandi città rappresentano un pericolo di contaminazione e dunque contro cui bisogna scatenare cruente battaglie di strada, mettendole a ferro e fuoco quando celebrano i loro “riti pagani” del lusso, di cui beneficiano solo le famigerate élites.

Come in passato, poi, il ribellismo si diffondeva attraverso un diffuso passa parola che spesso finiva per distorcere, deformare, ampliare i termini della ribellione perché nasceva dalla successione incontrollata di tante voci singole, così la scheletrizzazione mistificata della comunicazione operata dalla rete ha un ruolo cruciale nel dare corpo alle nuove ondate di ribellione, con una forza sconosciuta in precedenza per la rapida desertificazione di qualsiasi altro spazio di dibattito. I nuovi ribelli della rete possono, quindi, mettere insieme circuiti di coinvolgimento assai più estesi e veloci di quanto avvenisse per i ribelli della storia e hanno la capacità di generare leader alla bisogna, senza necessità di altri meccanismi di selezione; non possono esistere “ribelli di professione” e la ribellione non può avere filtri. Può coltivare semmai un senso di appartenenza quasi religioso ad una dimensione della vita di immediato consumo; il rito della rabbia quotidiana.

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Università di Pisa

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