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Migranti e respingimenti in Libia: nove anni dopo Minniti contraddice se stesso

“Il contrasto in acque internazionali è un’assurdità irrealizzabile”, affermava nel maggio 2008 l’allora “ministro ombra” a proposito degli annunci del governo Berlusconi. Oggi rivendica iniziative per le quali il nostro Paese è già stato condannato dalla Corte europea dei diritti umani

Il ministro dell'Interno, Marco Minniti - © Arno Mikkor, Aron Urb
Il ministro dell'Interno, Marco Minniti - © Arno Mikkor, Aron Urb

“Il contrasto in acque internazionali è un’assurdità irrealizzabile. Parliamoci chiaro: pensiamo che basti mostrare la faccia feroce in tv o minacciare 18 mesi di Cpt per fermare persone disperate che, pur di arrivare in Italia, affrontano la morte attraversando mari e deserti?”.

Queste parole risalgono alla fine del maggio 2008. Il neonato governo Berlusconi aveva appena annunciato respingimenti in mare, soprattutto in Libia, per fermare i flussi migratori. Chiamato da l’Espresso a commentare le scelte dell’esecutivo -al Viminale c’era il leghista Roberto Maroni- fu l’allora “ministro ombra” alla Sicurezza del Partito democratico, Marco Minniti.

Nove anni dopo, il capovolgimento è riuscito: Minniti è il ministro dell’Interno di un Governo che inaugura una “stagione nuova” ma vecchissima: quella dei respingimenti “assistiti” in Libia, per i quali il nostro Paese è già stato condannato dalla Corte europea dei diritti umani (febbraio 2012). Gli esponenti della Lega rivendicano la paternità dell’iniziativa: “Per tre anni sono stato razzista, fascista, leghista, xenofobo, adesso si sono accorti anche loro che è un problema” (Matteo Salvini, 16 agosto 2017). E il surreale dibattito “pro o contro” l’operato delle Organizzazioni non governative oscura quella che l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi, www.asgi.it) ha definito invece una “gravissima violazione del diritto internazionale”. Contraria, tra le altre cose, alla Convenzione ONU contro la tortura e alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951.

In un documento di analisi e valutazione delle recenti iniziative governative per contrastare l’arrivo di migranti dal Mediterraneo, datato 11 agosto, l’Asgi non nomina mai la “questione ONG”. Non che la criminalizzazione della solidarietà o l’imposizione di presunti “codici di buona condotta” non meritino sdegno e attenzione. Il tema però è portare il dibattito fuori dalla campagna elettorale, dagli annunci, dai pretesti in atto sulla pelle di centinaia di migliaia di persone.

“In nessuna area della Libia sussiste un sistema giuridico effettivo che permetta di assicurare un minimo livello di sicurezza nel territorio”, ricorda l’associazione. “Nessun porto libico può attualmente essere considerato ‘luogo sicuro’ ai sensi della Convenzione per la ricerca e il soccorso in mare del 1979 (SAR)”. I sopravvissuti che verranno lì respinti non saranno infatti al sicuro, le necessità primarie (cibo, alloggio, cure mediche) non verranno soddisfatte e non potrà essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale.

L’unica destinazione è la detenzione per il reato di “ingresso illegale”, come prevede la normativa libica. E il carcere è un luogo di violenze disumane. Asgi prima cita Vincent Cochetel, inviato speciale dell’UNHCR per la rotta del Mediterraneo centrale: “In Libia non ci sono centri per i migranti, ma solo prigioni, alcune controllate dalle autorità, altre da milizie e trafficanti, e sono in condizioni orribili”.

E poi ricorda un paradosso interessante: “A livello italiano sono in corso diversi procedimenti a carico degli autori delle gravissime violenze perpetrate nei campi libici. […] In un processo che si sta celebrando presso la Corte d’assise di Milano, e nel quale ASGI è costituita parte civile, la Pubblica accusa ha fatto emergere un quadro di inaudita violenza (violenze sessuali ripetute, omicidi di coloro che non ricevono dai familiari il denaro richiesto dai trafficanti, torture, addirittura esposizione dei corpi dei soggetti morti dopo le torture per ottenere effetto deterrente). Questo ed altri processi, relativi a fatti commessi all’estero da cittadini stranieri, si celebrano in Italia, come previsto dal codice di procedura penale, perché il ministro della Giustizia ha fatto richiesta di procedere considerata la gravità dei fatti: eppure, nonostante la consapevolezza così dimostrata di quanto accade in Libia, le politiche governative mirano ad aumentare il numero dei soggetti che in tali luoghi dell’orrore devono soggiornare”.

C’è di più. Il proposito dell’esecutivo Gentiloni di inviare direttamente propri uomini, risorse e mezzi per operare, a fianco delle autorità libiche, e in acque territoriali libiche o persino sulla terraferma al fine di contrastare la fuga dei migranti, respingendoli in Libia, porterebbe per l’Asgi a “gravissime conseguenze”, come la violazione del divieto d’espulsione e di rinvio al confine (art. 33 Convenzione di Ginevra).

“Nessuna operazione di contrasto al traffico può quindi essere condotta dalle autorità libiche da sole o in collaborazione con quelle italiane o di qualunque altro Paese -conclude Asgi-, senza che venga parallelamente garantita la sicurezza e i diritti delle persone coinvolte nel traffico, ovvero il loro trasporto in un luogo sicuro dove siano protetti dal rischio di tortura e dove, se lo richiedono, possono accedere alla protezione internazionale”.

Riportare in Libia i migranti intercettati nel corso di operazioni contro presunti scafisti significa stracciare regole internazionali che l’Italia ha l’obbligo di rispettare. Come avrebbe detto l’allora “ministro ombra” Minniti nel 2008: “Il governo si muove come l’elefante nella cristalleria”, frantumando diritti fondamentali. Proprio come nove anni fa.

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