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Lombardia e Veneto al voto, ma il referendum è solo propaganda

I governatori Maroni e Zaia hanno promesso più autonomia decisionale e possibilità di trattenere il residuo fiscale. In realtà i due quesiti del 22 ottobre non avranno nessuna efficacia concreta. E per i contribuenti il conto sarà salato

Tratto da Altreconomia 197 — Ottobre 2017
Tra manifesti pubblicitari e spot, Regione Lombardia spenderà circa 1,3 milioni di euro per il referendum. Lo ha dichiarato lo scorso luglio l’assessore Massimo Garavaglia, rispondendo a un’interrogazione in Consiglio Regionale - © Dino Fracchia/buenaVista photo
Tra manifesti pubblicitari e spot, Regione Lombardia spenderà circa 1,3 milioni di euro per il referendum. Lo ha dichiarato lo scorso luglio l’assessore Massimo Garavaglia, rispondendo a un’interrogazione in Consiglio Regionale - © Dino Fracchia/buenaVista photo

Il 22 ottobre 2017 sarà il giorno dell’autonomia. Forse. Lombardia e Veneto hanno indetto per quella domenica un referendum consultivo che, a detta dei promotori, dovrebbe segnare uno spartiacque nei rapporti tra “il Nord e Roma”. Il governatore della Regione Lombardia, Roberto Maroni (Lega Nord), ha dichiarato ad agosto al Meeting di Rimini che in caso di vittoria del “Sì”, l’ente che presiede diventerà come la Sicilia: una Regione a statuto speciale. Lui è convinto. Vittorio Angiolini, professore di Diritto costituzionale all’Università Statale di Milano, non lo è affatto. Davanti agli occhi ha il testo della scheda elettorale. La conclusione è lapidaria: “Il risultato promesso non ha nulla a che vedere con il quesito”.

Il giorno è lo stesso ma i quesiti delle due Regioni sono diversi. Iniziamo da quello lombardo. “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”. A una prima lettura, la chiamata alle urne potrebbe apparire come un passaggio obbligato. A seconda del risultato, si potrebbe pensare, la Regione intraprenderà quelle “iniziative istituzionali” necessarie per “richiedere” più autonomia. Ma così non è: la Costituzione, infatti, non prevede affatto un “interruttore” popolare. La filiera tracciata dalla Carta è chiarissima: “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia […] possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali […]. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata”. Tradotto: il primo passo formale spetta al Consiglio regionale. Da quando Maroni è presidente e con il suo partito guida una larga maggioranza -dal 2013-, la Lombardia non ha mai avviato alcuna iniziativa istituzionale di questa natura. L’unico precedente di quella Regione risale al 2007 (Giunta Formigoni). Fu un insuccesso.

“Di fatto si sta chiedendo l’assenso del cittadino a che la Regione eserciti un potere che potrebbe comunque esercitare”, riflette Angiolini. Che aggiunge: “Questo è cesarismo, non democrazia. ‘Volete me o l’anarchia?’ è una domanda da regime autoritario”. Ai cittadini del Veneto, invece, verrà chiesto: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”. Quali, come, perché, quando, non si sa.

I sostenitori del “Sì” come il governatore Luca Zaia (Lega Nord) ritengono che in caso di vittoria e di alta partecipazione la forza contrattuale della Regione al tavolo con il Governo aumenterà. Il punto è intendersi però sull’obiettivo. La campagna elettorale -in entrambe le Regioni- non riguarda infatti le materie rispetto alle quali già oggi la Costituzione prevede margini elastici di autonomia. E che sono tutte quelle di legislazione “concorrente” (art. 117, terzo comma) e tre sulle quali oggi lo Stato ha legislazione “esclusiva”. Ovvero organizzazione della giustizia di pace, norme generali sull’istruzione, tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali. Di tributi e ordine pubblico -sbandierati dal “Sì”- nemmeno l’ombra. Nonostante l’evidenza, Maroni, intervistato da Libero a fine agosto, ha però annunciato di poter così finalmente “gestire l’ordine pubblico e le forze dell’ordine” come in Sicilia, aver competenza in tema di “sicurezza, fondamentale per combattere l’emergenza immigrazione” e poi “trattenere 30 miliardi di residuo fiscale, così mi si raddoppia il bilancio della Regione”. Nessuna di queste materie, però, può essere oggetto di referendum, e non è un caso che in nessuno dei due quesiti ce ne sia traccia. A queste condizioni è pura propaganda (in Lombardia si voterà nel 2018).

“Questo è cesarismo, non democrazia. ‘Volete me o l’anarchia?’ è una domanda da regime autoritario” (Vittorio Angiolini, Università Statale di Milano)

Il Veneto ci aveva provato in passato, formulando quesiti referendari del tenore “Vuoi che la Regione mantenga almeno l’ottanta per cento dei tributi riscossi nel territorio regionale?” oppure “Vuoi che la Regione del Veneto diventi una regione a statuto speciale?”. Nel 2015 la Corte costituzionale li bollò come illegittimi. Il primo perché determinava “alterazioni stabili e profonde degli equilibri della finanza pubblica” che incidevano sui “legami di solidarietà tra la popolazione regionale e il resto della Repubblica”. Il secondo, quello sulla Regione a statuto speciale, perché “scelte fondamentali di livello costituzionale che non possono formare oggetto di referendum regionali”.

L’aria è già fritta, ma si fa finta di nulla. Stando al quesito referendario lombardo, la Regione meriterebbe maggior autonomia “in considerazione della sua specialità”. Quale? Lo dice la mozione approvata a maggioranza dal Consiglio regionale del 13 giugno 2017. Un passaggio è emblematico: “La dimensione economico-produttiva e la capacità fiscale sono elementi che certificano l’oggettiva ‘diversità’ della Lombardia, che possiede di gran lunga tutti i requisiti per meritarsi una maggiore autonomia politica e amministrativa poiché vanta degli ineguagliati e ineguagliabili tassi di virtuosità”. Obiettivo dichiarato: applicare “il sacrosanto principio, ormai non più trascurabile, che le risorse rimangano sui territori che le hanno generate”. L’articolo 3 della Costituzione dice il contrario ma tant’è. Il ragionamento “merito di più perché ho di più” disegna la piramide della diseguaglianza sociale che affligge il nostro Paese, Lombardia inclusa. L’ha certificato anche Banca d’Italia nell’ultimo report sull’economia regionale del luglio 2017. Il 15% della popolazione lombarda con redditi più bassi detiene poco più del 5% del reddito, il 2,7% di quella più ricca aveva a disposizione il 10,7% del reddito. E i dati Istat certificano che la distribuzione diseguale della ricchezza è cresciuta in Lombardia tra il 2008 e il 2015. Ma questi dati interessano poco ai fautori dell’inutile “Sì”.

Luca Zaia è al secondo mandato come presidente della Regione Veneto. Roberto Maroni, già ministro dell’Interno del governo Berlusconi, dal marzo 2013 è presidente della Regione Lombardia - © Archivio Regione Veneto
Luca Zaia è al secondo mandato come presidente della Regione Veneto. Roberto Maroni, già ministro dell’Interno del governo Berlusconi, dal marzo 2013 è presidente della Regione Lombardia – © Archivio Regione Veneto

L’unica cosa che importa, come dice Maroni, è recuperare parte del “residuo fiscale”, e cioè la differenza tra la spesa pubblica di cui beneficia un territorio e le entrate pubbliche attribuibili allo stesso. Se riferito alle diverse aree di un Paese,  spiega Banca d’Italia, misura i flussi di  risorse pubbliche che vengono trasferiti dai territori con maggiore capacità contributiva a quelli con minore capacità.

Il ragionamento “merito di più perché ho di più” disegna la piramide della disuguaglianza sociale che affligge il nostro Paese, Lombardia inclusa

Su questo punto il “Sì” ha costruito la campagna elettorale. Nord virtuoso, Sud spendaccione. Sul portale regionale “Lombardia Speciale”, (www.lombardiaspeciale.regione.lombardia.it) c’è una slide ad hoc. Titolo: “Residuo fiscale: quello lombardo vale 54 miliardi”. Tre colonne di monete -dollari, peraltro- mettono a confronto Lombardia (54), Catalogna (8) e Baviera (1,5). Le fonti riportate sono due. La prima è lievemente di parte: Stefano Bruno Galli, professore universitario nonché consigliere regionale della Lega in Lombardia.

La seconda è Éupolis, l’Istituto superiore per la ricerca, la statistica e la formazione della Regione. Éupolis cita come “principale riferimento” uno studio di Banca d’Italia del 2009 a cura di Alessandra Staderini ed Emilio Vadalà. Ne ha preso i dati ma ne ha rimosso le conclusioni. Che pure sono chiarissime: “I residui fiscali da noi calcolati -scrivevano nel 2009 i ricercatori di via Nazionale- non possono essere utilizzati per valutare il contributo dell’azione pubblica all’economia del territorio, perché una parte della spesa non tiene conto della localizzazione dei fattori produttivi e soprattutto perché la metodologia non tiene conto degli effetti secondari delle entrate e delle spese pubbliche in termini di creazione di reddito”. E ancora: i residui fiscali “non possono essere utilizzati neppure per fare valutazioni sull’efficienza o qualità della spesa, perché la parte di spesa centrale è ripartita in base a criteri convenzionali”. Fino alla conclusione che demolisce la forzatura del “Sì”: “Il contenuto informativo di questo strumento non va, tuttavia, sopravvalutato perché esso non consente di distinguere tra le tre principali forme di redistribuzione che alimentano i flussi finanziari interregionali: a) la redistribuzione ‘interpersonale’ che consente di garantire a individui con capacità contributive diverse lo stesso livello di prestazioni; b) quella derivante da scelte consapevoli della collettività (ad esempio, connesse con le finalità di sviluppo economico); c) quella che risulta quale effetto inconsapevole di meccanismi, stratificatisi nel tempo, di ripartizione delle risorse basati sulla spesa storica, complessi e poco trasparenti”. Quindi non esiste alcuna “diversità” lombarda o veneta.

17,8 milioni di euro è il valore dell’appalto vinto dalla società “SmartMatic” per fornire il servizio di voto elettronico in Lombardia

Nel frattempo, però, solo in Lombardia verranno spesi per il referendum almeno 46 milioni di euro. Che non si sarebbe tenuto senza il voto favorevole del Movimento 5 Stelle, che come contropartita ha chiesto l’introduzione del voto elettronico. Ed ecco perché si voterà attraverso 24.700 “voting machine” fornite dalla società SmartMatic International Holding BV (domiciliata in Olanda, Paese a fiscalità agevolata).

A metà giugno 2017 si è aggiudicata definitivamente l’appalto per il servizio di gestione del voto: 17,8 milioni di euro. Due mesi più tardi ha iscritto la propria “sede secondaria” alla Camera di Commercio di Milano, nominando tre “preposti”. Il rappresentante della società nel nostro Paese è Diego Chiarion. È lui il “project manager” cui spetta il delicato compito di “garantire il governo del progetto” del voto. Lo assolverà senza macchia, non c’è dubbio. Ma alcuni post che ha condiviso sulla sua pagina Facebook lasciano interdetti. Uno è dell’8 agosto, lo stesso giorno dell’arrivo formale in Italia di SmartMatic. C’è il ritratto di Albert Einstein e una frase: “Se uno dovesse correre nudo intorno ad un albero alla velocità della luce molto probabilmente rischierebbe di incularsi da solo. Lo stesso risultato si ottiene votando Pd”. Rigorosamente con “voting machine”.

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