Interni / Opinioni

Recovery plan: a dieci anni dal referendum, l’acqua non è ancora un bene comune

Il “Piano nazionale di ripresa e resilienza” proposto dal governo per utilizzare i 196 miliardi di euro provenienti dal “Next Generation Eu” si occupa anche di acqua. Le ricette, però, sono già viste e puntano a rafforzare il modello delle multiutility quotate in Borsa. L’editoriale del direttore, Duccio Facchini

Tratto da Altreconomia 233 — Gennaio 2021
Al referendum del 12 e 13 giugno 2011, 26 milioni di cittadini italiani decisero che sull’acqua non si sarebbe potuto più fare profitto © Enrico Brandi / Fotogramma

Nel leggere la bozza del “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (Pnrr) proposta a inizio dicembre 2020 dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, tornano alla mente le parole del compianto Stefano Rodotà: “I beni comuni ci parlano dell’irriducibilità del mondo alla logica del mercato, indicano un limite, illuminano un aspetto nuovo della sostenibilità” (da “Il diritto di avere diritti”, Editori Laterza, 2012). E non perché le 125 pagine governative sposino la tesi del giurista scomparso quasi quattro anni fa o ne raccolgano anche solo di facciata il concetto di “beni comuni”. È l’esatto contrario.

In quello che dovrebbe essere il documento guida su come e dove impiegare i 196 miliardi di euro derivanti dal progetto europeo “Next Generation Eu” -un’occasione storica, irripetibile- si respira infatti un’aria viziata. Altro che “non torniamo a quel che c’era prima”. Prendiamo il caso dell’acqua. Il Piano se ne occupa nella macro “missione” intitolata “Rivoluzione verde e transizione ecologica” -74,3 miliardi di euro, la più consistente del Pnrr- e in particolare nella componente dedicata alla “Tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica” (9,4 miliardi di euro). Seppur la parola “valorizzazione” faccia sorgere qualche preoccupazione, gli obiettivi della bozza sono condivisibili. Ad esempio “promuovere l’utilizzo sostenibile (civile ed irriguo) della risorsa idrica e la qualità di acque interne e marine” o la “messa in sicurezza della rete idrica primaria e secondaria”, la “riduzione degli sprechi di acqua nelle reti di adduzione”, e poi “garantire la disponibilità idrica per tutti gli usi”, “adeguare i sistemi di depurazione alle direttive europee”, sviluppare una “gestione sostenibile nell’agricoltura e di adattamento al cambiamento climatico nei Comuni”. Poi però si passa al “come” attuare quegli impegni. E la ricetta è stravista: “A supporto dei progetti di investimento -si legge poco più avanti nel Pnrr- viene proposta un’azione di riforma complessiva che consiste in un processo di rafforzamento della governance del servizio idrico integrato, con l’obiettivo di affidare il servizio a gestori integrati nelle aree del Paese in cui questo non è ancora avvenuto”.

Non si capisce dove stia la “riforma”, che la Treccani ricorda essere una “modificazione sostanziale”, nel “rafforzare” quel che già esiste, ovvero l’egemonia degli attuali “gestori integrati” del Paese. Stiamo parlando delle quattro grandi multiutility quotate in Borsa A2a, Acea, Hera e Iren, autentiche macchine da utili (vedi Altreconomia 213). Curioso che “ripresa e resilienza” passino dalla cristallizzazione di un modello che è la contraddizione di quanto invocato da 26 milioni di cittadini italiani al referendum del giugno 2011 (sono già passati quasi dieci anni). Sull’acqua non si sarebbe potuto più fare profitto, via la remunerazione del capitale. E invece.

Prendiamo il caso di Acea Ato 2 Spa, controllata dalla holding Acea (Roma Capitale detiene il 51%, seguita da Suez SA per oltre il 23% e Francesco Gaetano Caltagirone per circa il 5%). Opera nel bacino di Roma, dove a fine novembre 2020 i sindaci della provincia sono stati chiamati ad approvare un nuovo aumento tariffario “giustificato” da ingenti investimenti in agenda da parte del gestore. Il Coordinamento romano acqua pubblica aveva tentato invano di far osservare un dettaglio: a che cosa servono 173 milioni di euro di conguaglio quando Acea Ato 2 ha realizzato sull’acqua oltre 160 milioni di euro di utili solo tra il 2018 e il 2019, prelevati peraltro dalla capogruppo sotto forma di dividendi? “Se la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio è già stata realizzata, perché l’ulteriore ed ennesima proposta di aumento della tariffa?”. I sindaci hanno fatto orecchie da mercante e votato “Sì” all’unanimità, l’estrazione del profitto dal bene comune acqua può continuare. “Se tutto deve rispondere solo alla razionalità economica, l’effetto ben può essere quello di un’erosione delle basi morali della società”. È ancora il grande Rodotà, purtroppo.

© riproduzione riservata

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia