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Razzismo, sentenza storica a Torino

Mentre in queste ore l’onda xenofoba s’ingrossa da Treviso a Roma, il Tribunale di Torino condanna a pene pesanti i responsabili di un brutale assalto al campo Rom della Continassa, risalente al dicembre 2011. Una sentenza rara e "senza precedenti" per l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), che denuncia però la debolezza della normativa a contrastare fenomeni sempre più diffusi. E l’insensibilità di parte della magistratura

L’assalto al campo rom della cascina abbandonata della Continassa di Torino avvenuto nel dicembre 2011 fu una brutale aggressione razzista. L’ha stabilito il Tribunale del capoluogo piemontese con una sentenza che l’European Roma Rights Centre (ERRC), l’Associazione Studi Giuridici Immigrazione (ASGI) e l’associazione Idea Rom Onlus hanno definito “senza precedenti”. 
 
I fatti, in breve. Il 10 dicembre 2011 il quotidiano “La Stampa” riportava la drammatica notizia di uno stupro subìto da una ragazza sedicenne a Torino. La vittima -secondo l’articolo intitolato “Mette in fuga i due rom che violentano la sorella”– sarebbe stata derubata, aggredita e poi abusata da “due rom”. Provvidenziale era stato l’intervento del fratello. Il pezzo si chiudeva con il lancio di un’iniziativa organizzata dalle famiglie (torinesi) che stavano nei pressi e che si sarebbero perciò “mobilitate per protestare contro i rom che vivono nella zona”. Nello stesso giorno era “prevista una fiaccolata contro la violenza. Ma anche di denuncia”. La ragazza -per giustificare un rapporto sessuale avuto con un altro uomo, italiano- si era però inventata tutto. Ma la manifestazione si tenne comunque, trasformandosi in una caccia al mostro e concludendosi con le fiamme appiccate al campo della Continassa, con persone all’interno. Per puro caso non ci furono morti.
 
Quattro anni dopo -“nonostante il significativo ritardo nelle investigazioni e nell’inizio del procedimento”, come sostengono ERRC, ASGI e Idea Rom Onlus, che si sono costituite parti civili- il Tribunale ha fatto giustizia, condannando a pene pesanti sei persone.
 
La sentenza di Torino è "storica" perché -come spiegano le associazioni costituitesi parte civile- “la repressione dei reati perpetrati con fini di odio razziale è particolarmente rara in Italia poiché la legge in materia non risulta del tutto adeguata”.
 
“L’importanza di questa sentenza -spiega ad Ae Lorenzo Trucco, avvocato torinese e presidente di ASGI- deriva dal fatto che è significativa e consistente: la pena massima, infatti, è di 6 anni e 6 mesi, che per queste casistiche è quasi inedita. Il fatto gravissimo dell’incendio mosso da motivazioni xenofobe, che rievoca episodi storici gravissimi, ha trovato la prima risposta forte della magistratura, in un Paese dove aumentano i violenti attacchi portati avanti contro i campi Rom, a causa di una subcultura xenofoba e razzista che è penetrata nella mente e nell’animo delle persone. Non di tutte, per fortuna, ma purtroppo la degenerazione è evidente”. Tra i capi d’accusa, oltre all’incendio aggravato dalle motivazioni di odio e discriminazioni razziali, c’è la resistenza a pubblico ufficiale e l’ostacolo nei confronti dei pompieri intervenuti, seppur in quest’ultimo caso si siano registrate le assoluzioni. 
 
Nel commentare la sentenza, Trucco ragiona sulla normativa, che a questo proposito è la “legge Mancino” del 1993, riformata nel 2006. Una modifica che secondo il presidente dell’ASGI ha ulteriormente indebolito le battaglie di civiltà contro il razzismo, tendendo a restringere l’applicazione delle aggravanti per odio e discriminazione razziale: la “diffusione” è divenuta infatti “propaganda”, l’”incitamento” è mutato in “istigazione”. “Il paradosso è che i fenomeni sono sempre più importanti -spiega Trucco- ma è l’inadeguatezza nell’applicazione normativa è clamorosa. Penso a quello a cui si assiste tutti i giorni: manifestazioni razziste, insulti, o a quel che accade sul web. I comportamenti non si contano mentre le sentenze sono pochissime. Il rapporto è squilibrato e la domanda spontanea è questa: questo tipo di normativa è sufficiente a contrastare questi fenomeni? Forse sarebbe più consona una rielaborazione, che ponga più attenzione alle motivazioni che spingono le persone a ‘muoversi’ in quella direzione. Ma quel che conta alla fine è l’applicazione da parte della magistratura -i fascicoli aperti, per intendersi- che tradisce più o meno l’insensibilità culturale di fondo".

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