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Qui nacque la riforma che cambiò la psichiatria

Sulla collina di San Giovanni, a Trieste, fino a 40 anni fa sorgeva uno dei più grandi manicomi d’Europa: è lì che, nel 1971, arrivò Franco Basaglia e operò la sua rivoluzione, trasformando completamente il concetto di trattamento sanitario. Siamo tornati nei luoghi dove questa è nata, per scambiare qualche parola con chi, la riforma, l’ha vista nascere. Il video di Ae a Mariuccia Giacomini, infermiera dell’Ospedale Psichiatrico all’arrivo di Basaglia

Nel 1973, Trieste venne designata "zona pilota" per l’Italia nella ricerca dell’OMS sui servizi di salute mentale. Qualche anno dopo, grazie all’impegno di Basaglia e dei suoi collaboratori, venne proposta e approvata la Legge 180, detta Legge Basaglia, che cambiò il corso della psichiatria e restituì i diritti civili ai pazienti psichiatrici.
 
Oggi “San Giovanni” non è più l’ex Ospedale Psichiatrico, ma un vero e proprio Parco culturale: ospita i principali uffici dell’Azienda per i Servizi Sanitari, alcune delle principali cooperative sociali di tipo B della città, il Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università, due musei, un parco educativo per bambini e un roseto, con oltre 5.000 varietà. Il recupero e la ristrutturazione degli edifici e degli spazi sono il frutto della collaborazione tra le principali istituzioni cittadine, le cooperative e la Regione Friuli Venezia-Giulia. Nonostante l’impegno di tutti, le associazioni e le cooperative vivono i pesanti effetti della crisi economica: per questo alcune realtà hanno dovuto, da poco, rinunciare al proprio spazio all’interno del Parco, spostandosi altrove.
A 35 anni esatti dall’approvazione della Legge 180, siamo tornati nei luoghi dove questa è nata, per scambiare qualche parola con chi, la riforma, l’ha vista nascere.
 
Nell’edificio M, all’interno della Sartoria Sociale Lister, incontriamo Mariuccia Giacomini, infermiera dell’Ospedale Psichiatrico all’arrivo di Basaglia. Vicino al tavolo che condivide con altre cucitrici c’è un piccolissimo “Marco Cavallo”: è il Premio Franco Basaglia, che ha ricevuto nel 2008 al Quirinale, per il suo operato.
 
 

 

Cos’ha significato per te l’approvazione della Legge 180?
La Legge era il simbolo del “grande cambiamento”: è stata grande conquista. Purtroppo, parallelamente alla sua approvazione, ho visto alcuni “addetti ai lavori” iniziare ad occuparsi solo della proprie mansioni, smettendo di informarsi, come facevano prima, sulla storia e sulla salute di tutti i pazienti. Mi è dispiaciuto molto.
 
Hai iniziato a lavorare all’edificio M e oggi sei di nuovo qui.
Sono stata testimone dei grandi cambiamenti che hanno investito questo edificio: all’inizio ospitava le “matte” (era il Reparto “Tranquille Donne”), poi ha ospitato 22 vecchietti di cui mi sono presa cura, insieme ad altre tre infermiere. Dopo una piccola parentesi come foresteria per studenti, è diventato la sede delle cooperative sociali e lo è ancora oggi.
Al piano terra c’è la Sartoria Sociale Lister: una volta andata in pensione, ho deciso di partecipare alla sua nascita. Per 15 anni è stato un laboratorio, da 4 è una cooperativa di tipo B. Quest’anno assumeremo la quarta persona: per me è un’enorme soddisfazione. Qui ogni persona, nonostante sia seguita dai servizi, è prima di tutto una donna lavoratrice, è protagonista della sua vita. Io insegno loro a fare la maglia a macchina. Lavoriamo con abiti e tessuti riciclati, con quello che le persone buttano via.
 
A 35 anni dall’approvazione della Legge 180, su cosa pensi ci si debba concentrare?
Credo che oggi, come ieri, sia necessario dare attenzione a ciascun soggetto, trovando di volta in volta una soluzione adatta alle sue personali esigenze. Dobbiamo evitare soluzioni “uguali per tutti”, altrimenti creiamo i presupposti per tornare a parlare di manicomi. Quando iniziai a lavorare qui, i pazienti erano tutti uguali…
 
E poi?
Poi ho iniziato a parlare con loro.

 
Poco dopo l’incontro con Mariuccia, raggiungiamo un’altra delle personalità più profondamente legate al Parco: Giuseppe Dell’Acqua, da poco ex direttore del Dipartimento di Salute Mentale ed ex assistente di Basaglia, a Trieste.
 
A 35 anni dall’approvazione della Legge, cosa occorrerebbe ancora fare?
Dal punto di vista legislativo, nulla: la Legge 180 è la riforma più radicalmente realizzata che abbiamo mai avuto in Italia. Lo ha affermato anche Norberto Bobbio, negli ultimi anni della sua vita. Parla della restituzione dei diritti a dei soggetti: da quel momento in poi, gli internati avrebbero dovuto essere curati e rispettati come normali cittadini, nella loro dignità e libertà. Se a Trieste la chiusura dei manicomi avvenne subito, nel resto d’Italia accadde nel 1998, con il ministro Rosy Bindi. In Friuli Venezia Giulia, però, successe una cosa molto importante: la regione acquisì subito il mandato per la realizzazione delle politiche che dovevano renderla effettiva. Nacquero così i Centri di Salute Mentale aperti 24 ore su 24, le cooperative finalizzate, le strutture residenziali, e vennero stanziati fondi per il lavoro, l’abitazione e la socializzazione. Avrebbe dovuto accadere lo stesso in tutte le regioni italiane, ma non fu così e ancora oggi ci sono diverse disparità. Per questo oggi, a 35 anni dall’approvazione della Legge, registriamo 20 sistemi sanitari differenti e altrettanti sistemi di salute mentale. 
 
Sentiamo spesso proposte riguardanti possibili modifiche della Legge 180…
A febbraio di quest’anno è stata pubblicata la relazione finale della commissione d’inchiesta del Senato della Repubblica, sullo stato della salute mentale. Il documento afferma una cosa importantissima: qualsiasi impegno programmatico riguardante la salute mentale dovrà assolutamente abbandonare l’ipotesi di cambiare la Legge 180, in quanto, nella sua precisa definizione dello stato delle cose, è assolutamente idonea a fornire alle regioni tutti le indicazione per condurre politiche efficaci. Ci tengo a sottolineare che si tratta di una relazione redatta da esponenti di tutte le parti politiche. Credo non occorra aggiungere altro.

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