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Quella differenza tra pubbico e privato – Ae 84

Duccio Valori, un passato da dirigente Iri: un tempo gli extraprofitti delle aziende pubbliche andavano in investimenti. Dopo, invece, nelle stock options dei manager “L’esperienza delle partecipazioni statali andava riformata, non c’è dubbio, ma cancellarla del tutto è stato un…

Tratto da Altreconomia 84 — Giugno 2007

Duccio Valori, un passato da dirigente Iri: un tempo gli extraprofitti delle aziende pubbliche andavano in investimenti. Dopo, invece, nelle stock options dei manager

“L’esperienza delle partecipazioni statali andava riformata, non c’è dubbio, ma cancellarla del tutto è stato un errore, che stiamo pagando caro”: Duccio Valori, oggi pensionato, è stato un importante dirigente nei meandri dello “Stato imprenditore”.  

Cominciò la sua avventura nel 1964 all’Isco (Istituto nazionale per lo studio della congiuntura) ed è arrivato alla direzione generale dell’Iri, passando per l’Eni e l’Efim.

È stato nei consigli di amministrazione di Stet, Autostrade, Sme, Finsiel.



Dottor Valori, i fautori delle privatizzazioni dicono che vengono fatte nell’interesse dei consumatori: una maggiore concorrenza conduce a prezzi più bassi.


“Questo è un punto delicato. Prendiamo Telecom. È vero che la concorrenza ha abbattuto i costi unitari delle comunicazioni telefoniche, però ha talmente stimolato i consumi che la spesa complessiva per la telefonia è enormemente aumentata.

Il che, in un contesto com’è il nostro di redditi più o meno costanti, significa che altri consumi sono stati sacrificati o che non si risparmia più e infatti l’indebitamento delle famiglie è cresciuto moltissimo. Qui si evidenzia un’altra grande differenza fra impresa pubblica e impresa privata. Se lei viene sul mio terrazzo vede che c’è una caldaia solare: è la mia. Sui tetti di Roma altre caldaie non ci sono. Il motivo è semplice: nessuno ha interesse a spingere questo tipo di consumi, le grandi imprese ne vogliono ben altri, molto più redditizi.

Io ho 200 litri di acqua bollente gratis per sette mesi all’anno, ma tutti bruciano carburanti fossili”.

Fra le ragioni che spinsero a privatizzare, c’è l’inefficienza mostrata da molte imprese statali.

“A questa obiezione vorrei rispondere con una piccola nota polemica. È vero che nelle imprese a partecipazione statale c’era spesso un eccesso di occupazione. Era il caso, ad esempio, della siderurgia, a Bagnoli come a Taranto. Questo eccesso di occupazione però era noto, perché in quelle zone c’era bisogno di creare posti di lavoro veri, o quasi veri. Le persone che lavoravano in Finsider o Fincantieri credevano di essere

dei lavoratori a pieno titolo, perché nessuno sapeva quali erano quelli di troppo, e quindi c’era una certa dignità del lavoro. Per di più tutte queste persone pagavano i contributi, le imposte e così via. Una volta chiuse queste imprese, le cose indubbiamente sono peggiorate: dal punto di vista sociale, perché si è avuto uno sviluppo della criminalità, e dal punto di vista economico, perché lo Stato ha perso anche i ritorni in termini di imposte. Purtroppo questo concetto è difficile da far capire: si guarda solo alla ‘inefficienza economica’, e l’argomento è corretto se il punto di vista è il profitto,e allora bisogna mandar via quanta più gente possibile, far lavorare i precari e via dicendo. Ma nell’economia pubblica l’obiettivo non è il profitto. Il profitto è un vincolo”.

Ma quanto è sostenibile un’impresa inefficiente?

“Ma quanto è sostenibile che ci siano tre regioni italiane nelle mani della camorra, della mafia, della sacra corona unita? Questo è uno dei problemi. E quanto costa? Ci vuole una visione globale delle cose. La sola economia non basta a spiegare tutto, ci vuole anche una considerazione di tipo sociale. Prendiamo l’ambiente. Come faremo ad affrontare l’emergenza energetica, climatica e dell’inquinamento? Le questioni ambientali sono al di fuori dell’economia aziendale. Per le imprese non possono essere una priorità. L’emergenza ambientale può entrare solo nell’ambito di una visione pubblica, all’interno di un’economia di sistema. Altrimenti sui tetti continuerà ad esserci solo la mia caldaia, e tutti bruceranno petrolio, finché ce ne sarà”.

Questo vuol dire che lo Stato dovrebbe riprendere lo scettro dell’economia? Dovrebbe ricominciare, come si dice, a “fare i panettoni”?

”Beh, a dire la verità non è che lo Stato a un certo punto ha deciso di entrare nel mercato dei panettoni. La realtà è che erano in fallimento la Motta e l’Alemagna e si stavano trascinando dietro la Comit. Era la storia dell’Iri degli anni Trenta che si ripeteva nei Settanta. In sostanza, in questo come in altri casi, furono decisi salvataggi per ragioni occupazionali, finanziarie e così via. Evidentemente la presenza pubblica diventava in questo modo attaccabile. Era facile obiettare: ma perché mai lo Stato fa i cioccolatini? Da questo genere di considerazioni è nata una spinta, a volte anche demenziale, alle privatizzazioni italiane”



Oltre a una moda ideologica e politica, evidentemente, hanno pesato anche gli interessi delle imprese private.


“Direi che almeno inizialmente le pressioni più forti non venivano nemmeno dagli imprenditori, ma dalle banche d’affari: è chiaro che quando una merchant bank gestisce o pilota una privatizzazione da svariati miliardi di dollari fa un bell’incasso grazie alla percentuale che le spetta sull’affare”.

Lei pensa che un’esperienza di economia pubblica significativa potrebbe ripartire?

“Mah. Il discorso è molto complesso. Certamente non si può fare per l’Italia. Come membri dell’Unione Europea non abbiamo un’autonomia di bilancio né di politica economica. Schiacciata com’è fra la tecnologia degli Usa e la manifattura della Cina, l’Europa deve però trovare una sua autonoma strada. Se questo fosse possibile, si potrebbe immaginare anche un’economia pubblica efficiente, ma prima di invertire la rotta e recuperare autonomia ci vorrà del tempo.  Purtroppo di questi temi non si parla sui grandi giornali, c’è una conventio ad excludendum, una censura di fatto”.

Che cosa insegna l’affare Telecom, con l’uscita di scena di Tronchetti Provera?

“L’esperienza Telecom mostra la differenza che corre tra obiettivi e vincoli e anche la profonda diversità di approccio tra impresa privata e impresa pubblica. Quando era pubblica, l’azienda telefonica non aveva un obiettivo di profitto, anche se questo era un vincolo che andava rispettato. È evidente che c’era una rendita monopolistica, almeno fino all’arrivo di Omnitel. Ma il problema non è la rendita monopolistica in sé, bensì come questa viene utilizzata. Lo Stato deve gestirla al meglio. Può trasferirla ai consumatori, praticando prezzi politici se la cosa è importante dal punto di vista ambientale, sociale, energetico, eccetera; oppure può destinare la rendita a finalità pubbliche. Ai tempi della Sip, i dividendi affluivano alla Stet, che era la holding di controllo. La Stet a sua volta li girava all’Iri e agli altri azionisti, ma in parte li destinava a sostenere attività strategiche che avevano un senso per l’economia nazionale”.

I privati sono costituzionalmente inadatti a gestire un “monopolio naturale”, ossia tutte le infrastrutture di rete?

“Le rispondo con un altro esempio: le autostrade. Anche lì c’era una rendita monopolistica. Tutto era congegnato in modo che gli extraprofitti, rispetto a un minimo di dividendi previsto dalle convenzioni, andassero a investimenti. Quando sono arrivati i privati, hanno continuato a chiedere aumenti di tariffe, però gli investimenti non li hanno fatti. O ne hanno fatti molti meno. Se lei percorre l’autostrada del sole noterà che c’è un tunnel fra Roma e la prima uscita di Sant’Oreste: è in costruzione da 15 anni… È evidente qual è la scelta: meno investo, più ho cash flow. L’imprenditore ha interesse a massimizzare il cash flow e gli utili: questa è una delle grosse differenze fra privato e pubblico. Non si sfugge”.

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