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Quel che resta di Expo

Sabato 31 ottobre la fiera volge al termine. Abbiamo chiesto ad Acli, Banca Etica, Caritas, Legambiente, Slow Food e Fondazione Triulza come è stato vivere l’esposizione “da dentro”. Dalla qualità dei contenuti alle sfide culturali, vinte o perse

Tratto da Altreconomia 175 — Ottobre 2015

Il Padiglione del Guatemala all’Expo di Milano è una stanza di nemmeno cento metri quadrati. “Molti entrano solo per chiederci di timbrare il passaporto”, racconta la giovane hostess guatemalteca. È ottobre, l’Esposizione universale entra nel suo ultimo mese, ed è tempo di bilanci.
Quest’esempio ci dice due cose: che Expo è (stata) una fiera gigantesca capace di attrarre milioni di persone, dove il “finto passaporto” è uno dei gadget più acquistati; che le architetture semplici dei cluster -cioè i “padiglioni collettivi”, il Guatemala sta dentro a quello del caffè- non hanno saputo attrarre il pubblico, che si è catapultato altrove, mosso più dalla spettacolarità dei Padiglioni che dall’effettiva possibilità di fare un giro del mondo declinando il rapporto tra agricoltura e sostenibilità, quel “nutrire il pianeta” che avrebbe dovuto rappresentare il filo conduttore dell’Esposizione.

Ciò però non significa che la ricerca di un successo di pubblico -la società Expo 2015 spa ha stimato un flusso di 16 milioni di persone a fine settembre- abbia cancellato i contenuti. Anzi: il giudizio “dal basso” sull’evento di Acli, Banca Etica, Caritas, Legambiente, Slow Food e Fondazione Triulza (una rete di 63 associazioni e organizzazioni attive in diversi ambiti del terzo settore, che gestisce l’omonima Cascina all’interno dello spazio positivo) è positivo. I perché lo riassumono Paolo Petracca, presidente delle Acli milanesi (“L’Expo è stata un’esperienza di popolo, all’interno della quale abbiamo aperto, a Cascina Triulza, uno spazio di dibattito capace di ospitare mille incontri”) e Chiara Pennasi, direttrice di Cascina Triulza (“Abbiamo ottenuto una grande visibilità mediatica, una cassa di risonanza che le organizzazioni che rappresentiamo normalmente non hanno. Siamo stati coerenti con la nostra ‘Carta etica’, rinunciando ad alcuni sponsor e declinando i temi dell’Expo, e questo ci ha fatto apprezzare anche dai media: chi aveva bisogno di toccare i contenuti, sapeva che da noi avrebbe potuto trovare interlocutori interessanti. La ‘debolezza’ di alcuni Padiglioni presenti nel sito espositivo per noi ha rappresentato una opportunità”).   

Quindi: l’ingresso di alcuni Padiglioni, come quello del Giappone o della Germania, ha visto lunghissime file, ma il “presidio dei contenuti”  è stato affidato a voci esperte, come quella di Slow Food. “Dal punto di vista culturale tanto noi quanto Cascina Triulza abbiamo promosso dibattiti importanti” sottolinea Lorenzo Berlendis, vice presidente di Slow Food Italia. Basti pensare alla distanza che c’è tra la Carta di Milano -che non parla di agricoltura biologica e fa riferimento al suolo solo in relazione all’esigenza di “regolamentare gli investimenti sulle risorse naturali”- e il manifesto “Terra viva” presentato da Vandana Shiva alla Cascina Triulza -“un invito a ricordare che il suolo siamo noi, che l’humus dà forma all’umanità, e la distruzione del suolo vivente chiude le porte al futuro”-. 

È proprio il 2 maggio, ascoltando la presentazione del manifesto, che un gruppo di soci di Banca popolare Etica ha valutato l’esigenza di promuovere una visita “critica” all’esposizione (www.bancaetica.it/blog/terra-viva-dentro-expo-2015). Per farlo è stata redatta una guida, dopo  un lavoro di ricerca e valutazione circa la qualità dei Padiglioni. “Ne abbiamo scelti 17, quelli che a nostro avviso rappresentano in maniera adeguata il rapporto tra suolo, cibo, agricoltura non mercificata e rispettosa dell’uomo” racconta ad Ae Maurizio Bianchetti, referente dei soci di Banca Etica dell’area Nord-ovest che ha coordinato il progetto. Alcuni Paesi -pur avendo declinato in modo interessante il tema “Nutrire il pianeta”- sono stati esclusi perché non avrebbero rispettato i criteri di valutazione sociale cui Banca Etica sottopone ogni progetto finanziato, prima di erogare un credito. Un esempio? “Israele”, dice Bianchetti. “Per noi soci -aggiunge- l’idea di essere presenti all’interno di Cascina Triulza, con un bancomat e iniziative spot, non era sufficiente, perché il nostro messaggio avrebbe rischiato di essere fagocitato da quello che chiunque percepisce immediatamente quando entra in Expo. Dove si fatichi a leggere i contenuti: l’Esposizione universale è un ‘parco a tema’, ma il cibo è declinato in modo godereccio e consumistico. Vogliamo fare in modo che chi entra si ponga almeno un paio di domande”. A visitare Expo con la guida di Banca Etica sono state, ad esempio, 32 classi di un istituto di Lecco. 

Che dopo aver varcato l’ingresso dell’Esposizione universale entrano nel Padiglione della Caritas, che occupa il “lotto” prenotato ma non sviluppato da un Paese africano. “La nostra ipotesi era quella di prendere la parola sul tema dell’Esposizione partendo dalle esperienza delle Caritas in giro per il mondo” racconta Luciano Gualzetti, vice direttore della Caritas Ambrosiana. La Caritas ha optato per una costruzione semplice (che è costata mezzo milione di euro), un’edicola aperta e non un Padiglione, dove una torre di monete rappresenta in modo molto efficace l’iniqua distribuzione della ricchezza, “perché la fame spesso è vista come qualcosa di impossibile da affrontare, e trattata con fatalità, e non come la conseguenza di scelte e relazioni tra governi”.
I numeri del Padiglione Caritas -che ha accolto 100mila visitatori- sono ben diversi da quelli del Padiglione del Brasile (3 milioni di persone) o anche della Santa Sede (1 milione, a metà settembre), “ma -spiega Gualzetti- nessuna statistica potrà dire se il messaggio è passato”.
Quel che è certo è che “nessuno fino a due anni avrebbe avuto agibilità mediatica nell’affermare che dovremmo ridurre le proteine di originale animale nella nostra dieta -aggiunge Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia-. E, cosa più importante, nonostante la presenza dell’industria agroalimentare e farmaceutica, Expo non è servita ad aprire l’Europa agli ogm. Nel sentire europeo, dei cittadini, continua ad esserci una presa di distanza culturale”.
Nel corso degli ultimi anni Legambiente Lombardia si è spesa molto nel criticare gli aspetti logistici dell’Esposizione Universale. Oggi Di Simine ricorda che Milano ha vinto “una sfida” importante garentendo grazie al trasporto pubblico locale la quasi totalità degli accessi al sito.
Se Milano è promossa, il “sistema Paese” non avrebbe saputo cogliere -secondo Lorenzo Berlendis di Slow Food- l’occasione: “L’Expo è stato come un mondo chiuso. Il Paese non ha dialogato con la manifestazione, e i padiglioni dedicati alle regioni sembravano fiere qualsiasi. E anche se l’agro-alimentare italiano è investito di problemi serissimi, come ad esempio quello legato alla remunerazione del latte e alla sostenibilità delle aziende che si occupano della sua trasformazione, a partire dal Grana padano, queste riflession culturali non hanno trovato spazio”. —

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