Diritti

QUANDO LA POLIZIA DANNEGGIA LO STATO…

QUANDO LA POLIZIA DANNEGGIA LO STATO Abituati come siamo a gridare nel deserto, quando in prima pagina su un giornale "normale" compare una notizia come questa, si tira un amaro sospiro di sollievo. Amaro perché sai bene che si tratta…

QUANDO LA POLIZIA DANNEGGIA LO STATO
Abituati come siamo a gridare nel deserto, quando in prima pagina su un giornale "normale" compare una notizia come questa, si tira un amaro sospiro di sollievo. Amaro perché sai bene che si tratta comunque di posizioni controcorrente destinate a non lasciare traccia, tanto che cadono subito nel vuoto, dimenticate il giorno stesso in cui vengono pubblicate, cosicché resta il sollievo, perché puoi pensare di non essere del tutto pazzo o fuori rotta.
In sostanza la corte dei conti dice che la polizia, pestando brutalmente di notte i partecipanti a un presidio contro la Tav in Val di Susa, potrebbe aver recato un danno d’immagine all’Italia per il quale può essere chiesto di pagare un prezzo. L’indagine non è conclusa e solo in autunno conosceremo la parola finale, ma intanto è stato inquadrato un problema. Nel 2001 dopo Genova le proteste di vari govenri europei per il trattamento riservato ai propri cittadini misero in luce un danno d’immagine ancora più grave.
Ma in Italia nessuno fa caso a queste cose, a cominciare dai vertici delle forze dell’ordine, che paiono incuranti del discredito in cui cadono a causa di certi comportamenti. Ma forse è proprio questo che cercano: vogliono mandare un messaggio intimidatorio. Non chiedere scusa per gli abusi commessi, promuovere chi ha guidato le operazioni più dure e indifendibili, ignorare le sentenze dei tribunali che condannano il ministero degli interni per le violenze commesse (quattro casi a Genova per il G8): sono tutti eloquenti segnali di strapotenza e d’impunità, che i politici avallano o subiscono (e non si sa quale delle due ipotesi sia la peggiore) .
La Corte dei Conti: gli scontri procurano un grave danno d’immagine per lo Stato
(da La Stampa)
MASSIMO NUMA
TORINO
Il procuratore generale della Corte dei Conti del Piemonte, Ermete Bogetti, ha «quasi concluso», sono parole sue, l’indagine sul presunto «danno d’immagine nei confronti dello Stato e degli stessi corpi di polizia», causato dalle cariche della polizia avvenute a Venaus, in Val Susa, nel dicembre del 2005, durante lo sgombero di strade e cantieri dell’Alta Velocità, occupati da giorni da centinaia di manifestanti, tra cui elementi estremisti e dell’area anarchica, ora imputati dai pm di Torino, di «resistenza, lesioni, devastazione e saccheggio». «Gli interrogatori sono conclusi, entro l’autunno chiederò le misure», dice l’alto magistrato. Giovanni Aliquò, segretario nazionale del sindacato funzionari di polizia va all’attacco: «Se mai passasse questa linea, ci sarebbe un cortocircuito. Da una parte, i poliziotti avranno mille remore a intervenire; dall’altra saranno accusati di lasciare mano libera ai danneggiamenti. Un’indagine incomprensibile, che si porta dietro conseguenze pericolose».

Quando, due giorni dopo i fatti, si diffuse la notizia dell’inchiesta della Corte dei Conti, a molti era parso un ballon d’essai. Invece no. Nei giorni scorsi Bogetti ha sentito uno dei dirigenti della polizia di Stato che allora guidarono lo sgombero dei cantieri Ltf di Venaus. Che cosa rischiano? «Noi abbiamo il compito di individuare i danni erariali. Loro rischiano di pagare un risarcimento allo Stato, se le loro responsabilità saranno provate», precisa il procuratore. Le indagini sono state portate a termine dalla sezione di polizia giudiziaria della Guardia di finanza della Corte dei Conti, e con l’aiuto dello stesso sindaco di Venaus, Lino Durbiano, incaricato dallo stesso procuratore di produrre materiale fotografico, film e testimonianze.

Un sindaco-sceriffo che, in tutti questi mesi, s’è dato molto da fare. Il procuratore ha lavorato su indizi precisi. Per esempio, una foto. C’è una donna seduta per terra e un poliziotto in tenuta anti-sommossa che la sovrasta. Il magistrato ha chiesto spiegazioni a un funzionario: «…Ero io, stavo cercando di aiutarla ad alzarsi, non ho l’abitudine di picchiare le signore». Ancora: «Il fascicolo, per ora, è contro ignoti – spiega uno dei vicequestori sentiti da Bogetti – e noi non siamo ancora formalmente accusati di alcunché. Certo, l’idea di dover pagare, noi, forti somme perché abbiamo posto fine a un atto illegale, com’era l’occupazione dei cantieri, delle strade, delle ferrovie, dove tra l’altro molti poliziotti e carabinieri erano rimasti feriti, ci lascia sconcertati».

Il lungo interrogatorio è stato minuzioso: chi c’era, chi comandava, quali erano gli ordini e da chi erano stati impartiti: il questore, il prefetto, il ministro degli Interni Pisanu, il presidente del Consiglio. Che allora era Silvio Berlusconi. Dottor Bogetti, scusi, ma sarà l’ex premier o il Viminale a rispondere del presunto «danno d’immagine» causato dalle cariche? «Non mi sembra probabile perchè, alla fine, le forze dell’ordine stavano operando contro uno stato d’illegalità. Dunque, sin qui, tutto regolare. E’ il modo che non va».

Insomma, dal dicembre 2005 al luglio del 2007, il dottor Bogetti non s’è spostato di un solo millimetro. Allora aveva testualmente risposto, a chi gli chiedeva se avesse mai avuto «pressioni» per aprire il fascicolo: «No, nessuna pressione. Sono stato sollecitato dalle immagini viste in tv. Mi sembra che la polizia debba tutelare i cittadini, non aggredirli gratuitamente. Uno dei doveri dello Stato è quello di creare consenso intorno al rispetto delle leggi, ma se qualcuno agisce in modo da spezzare il rapporto fra cittadini e istituzioni, il pregiudizio è evidente. Non vedo differenze con il dipendente pubblico che si macchia di reati d’altro genere e viene condannato dalla Corte dei Conti a risarcire lo Stato per il danno provocato dal suo comportamento». Il calendario dei prossimi interrogatori è già stato fissato. E sfileranno altri dirigenti della polizia torinese, allora responsabili dei reparti che agirono a Venaus.

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