Ambiente / Attualità

Quando il paesaggio vince sul cemento. Il castello del Catajo è salvo

Una sentenza del Consiglio di Stato di fine giugno 2021 blocca definitivamente la costruzione del più grande centro commerciale della provincia di Padova, in un’area di pregio già sancito. “La tutela del paesaggio è prioritaria” scrivono i giudici. Per i comitati è una vittoria per lo Stato che ha fatto “valere le sue prerogative in base all’articolo 9 della Costituzione”

Il castello del Catajo

Il cinquecentesco castello del Catajo è salvo. Il 30 giugno 2021 il Consiglio di Stato ha stabilito che non ci sarà alcun centro commerciale davanti al castello respingendo così la proposta della società Deda Srl che aveva intenzione di costruire su un’area di 150mila metri quadrati, nel territorio di Due Carrare, in provincia di Padova, un mall di 430mila metri cubi, alto 12 metri. I giudici hanno così riconosciuto il valore paesaggistico, regolato dall’articolo 9 della Costituzione, come prioritario rispetto al diritto di edificazione. Una vittoria per tutti i comitati e le associazioni che per anni hanno lottato contro il progetto. Una storia solo in parte “locale”.

La vicenda del centro commerciale comincia nel 1994, quando l’amministrazione comunale di Carrara San Giorgio -divenuto Due Carrare nel 1995, a seguito dell’unificazione con il Comune di Carrara Santo Stefano- cambia la destinazione d’uso in zona limitrofa al casello autostradale Terme Euganee. L’area dista circa un chilometro dal complesso monumentale cinquecentesco del castello del Catajo e alla seicentesca villa veneta La Mincana. Sull’area si fa avanti una proposta di edificazione da parte della Deda Srl ma nel 1995 è la Regione Veneto a stralciare la previsione urbanistica, riconoscendo la vocazione agricola dell’area. Giunge così il primo ricorso al Tribunale amministrativo regionale del Veneto, vinto per un vizio di forma dalla società proponente: la Regione non aveva infatti coinvolto il Comune nel processo decisionale. Nel 1998 anche il Comune di Due Carrare approva una variante al piano regolatore ripristinando la zona agricola nell’area interessata. La società si appella al Tar e vince: il Comune perde il ricorso al Consiglio di Stato e così, nel 2002, il cambio di destinazione d’uso diventa definitivo. 

Nel 2009 il sindaco approva il nuovo piano urbanistico che include il centro commerciale a cui fa seguito, nel 2010, un accordo pubblico-privato in cui il viene previsto che il complesso possa tradursi in ben 200mila metri cubi. Il 2012 è l’anno della valutazione di impatto ambientale, che la ditta presenta alla provincia di Padova ma che viene bocciata due anni dopo per incompatibilità. Ciò nonostante, la Deda, incamerato un finanziamento dal fondo anglo-americano Orion, rilancia il progetto portandolo a 433mila metri cubi, per una struttura lunga 300 metri e alta fino a 16 metri.  

È a questo punto che nasce una protesta dal basso e trasversale, che coinvolge il comitato La nostra terra, l’associazione dei commercianti Padova (Ascom) e numerose altre realtà. Nonostante la promozione di una petizione popolare e l’organizzazione di vari eventi di protesta, l’amministrazione comunale si allinea alle richieste del privato e nel novembre 2017 adotta la variante urbanistica con la quale prevede il sempre più vicino avvio dei lavori del centro commerciale. Dopo poco più di un mese, però, arriva il parere della Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio del territorio che emana un “vincolo di tutela indiretta” per un’area che comprende il castello e i terreni limitrofi, compresi quelli commerciali, “al fine di garantire il mantenimento degli elementi costitutivi del paesaggio, degli accessi prospettici e della percezione da diversi punti visuali è vietata qualsiasi edificazione e la modifica della morfologia del terreno”. 

Nel 2018 la società ricorre al Tar del Veneto. A sostegno del ministero dei Beni e delle Attività Culturali, una compagine di sette associazioni (Italia Nostra, Legambiente, Ascom, Confesercenti, Cia, Confagricoltura, Comitato popolare lasciateci respirare) intervengono nel ricorso. Il 10 aprile 2019 il Tar respinge integralmente le pretese dell’operatore privato, che pochi mesi dopo ricorre in appello al Consiglio di Stato, portando a giudizio il ministero e le associazioni. 

Ed eccoci così alla sentenza di fine giugno 2021.Il Consiglio di Stato respinge punto per punto le contestazioni della società e ribadisce la legittimità del vincolo indiretto, in quanto, scrivono i giudici nella sentenza, “[il vincolo] intende conservare i caratteri peculiari della cornice ambientale entro la quale il bene culturale è collocato”, mirando “alla salvaguardia non solo delle direttrici prospettiche, che consentono di apprezzarne l’inserimento spaziale, ma anche dei molteplici coni visivi godibili dai punti di vista privilegiati del complesso architettonico, mirando a conservare le condizioni di prospettiva e di decoro storiche rispetto al sistema territoriale di cui il Castello del Catajo risulta essere baricentro visivo e matrice costitutiva”. Insomma, a vincere è prima di tutto il paesaggio. 

Nel suo ricorso, la società costruttrice -che intanto è fallita nel 2020- insiste a dire che quel territorio è già compromesso: vi sarebbe un motel abbandonato, un casello autostradale e una strada molto trafficata. Secondo la Deda, quindi, il vincolo indiretto era “un’esagerazione” introdotta da una Soprintendenza “dai poteri esagerati”, come dirà poi l’ex amministratore Leonardo Antonio Cetera. Nella sua sentenza, il Consiglio di Stato non è però dello stesso parere: “L’avvenuta edificazione di un’area non costituisce ragione sufficiente per recedere dall’intento di proteggere i valori estetici o paesaggistici ad essa legati” riporta la sentenza.  

“Una vittoria per lo Stato, che ha fatto valere le sue prerogative in base all’articolo 9 della Costituzione-raccontano Francesco Miazzi del comitato La nostra Terra e Anna Chiara Capuzzo del comitato popolare Lasciateci respirare-, ma anche per il Piano ambientale dei Colli euganei che già nel 1998, come ricordato nella sentenza, prescriveva la conservazione del cono visivo del Catajo da Est, una prescrizione di fatto ignorata da chi, attraverso un accordo pubblico-privato, voleva far sorgere il più grande centro commerciale della provincia di Padova in un’area di pregio già sancito”. Ora i comitati indirizzano il loro appello alla Regione, chiamata a varare il tanto atteso Piano paesaggistico “di cui siamo ancora privi e che potrebbe salvare tante altre situazioni e mettere fine al triste fenomeno delle ville accerchiate dal cemento: basterebbe osservare quanto sta purtroppo avvenendo attorno alla vicina villa Mocenigo ad Abano Terme”.

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