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Qatargate: “Ecco come chiudere la porta ai lobbisti dei regimi autoritari”

Lo scandalo della presunta maxi corruzione di membri (ed ex) del Parlamento europeo rivela l’inadeguatezza della regolamentazione Ue in materia di attività di lobby. Il Corporate Europe observatory, che se ne occupa da tempo anche rispetto alle pressioni delle multinazionali, ha fatto una lista delle misure non più rinviabili

© Markus Spiske - Unsplash

La presunta maxi corruzione di membri del Parlamento europeo (ed ex) da parte di rappresentanti del Qatar e del Marocco mostra ancora una volta la debolezza delle istituzioni europee di fronte all’azione dei gruppi di interesse -multinazionali, innanzitutto- e dei lobbisti di nazioni e regimi autoritari. Per far fronte al problema è necessario rivedere strutturalmente le regole comunitarie sulle lobby all’insegna della trasparenza. Lo chiede il Corporate Europe observatory (Ceo), organizzazione che da anni lavora per smascherare e combattere l’accesso privilegiato e l’influenza di cui godono le aziende e i gruppi di pressione nella definizione delle politiche dell’Unione europea. “All’inizio di quest’anno sono stati imposti divieti ai lobbisti che lavorano per la Russia, una misura che avrebbe dovuto essere adottata molto tempo fa. Sono anni che le istituzioni europee in generale, e il Parlamento in particolare, devono affrontare la realtà: la porta al lobbismo dei regimi repressivi deve essere chiusa ora, non con misure provvisorie e dettate dal panico (come nel caso della Russia, ndr) ma con regole solide e durature per individuare e prevenire tali interferenze”.

Secondo il Ceo l’attuale scandalo che ha coinvolto il Parlamento europeo “non è inaspettato in quanto i rappresentanti dei regimi autoritari hanno sempre avuto ampie libertà nei confronti dei decisori europei”. In particolare nel caso del Qatar i legami sono stati amplificati dalla crisi energetica e dalla necessità di sostituire i combustibili fossili provenienti dalla Russia. “Nell’Ue si stanno muovendo forze potenti per migliorare le relazioni con la nazione araba in quanto ricca di petrolio e gas, come ad esempio la proposta di concedere ai cittadini del Qatar l’esenzione dal visto per l’ingresso nell’Ue, a causa del nuovo status del Paese come importante ‘partner economico’ dell’Unione Europea, ‘in particolare nel settore dell’energia’”, hanno spiegato a metà dicembre i membri del Corporate Europe observatory.

L’organizzazione ribadisce quindi l’importanza di un solido sistema di trasparenza che richiede una serie di “misure ben applicate per proteggere il processo decisionale democratico”, la maggior parte delle quali, se non tutte, sono ben note, “in quanto sono già state proposte in precedenza” o addirittura “fanno parte delle norme vigenti in altri Stati”. A iniziare dal rendere la trasparenza sui conflitti di interesse obbligatoria e uniforme all’interno degli organi Ue. Ad esempio i deputati dovrebbero essere obbligati a pubblicare “informazioni essenziali” sui loro incontri con i lobbisti registrati e vietare incontri con rappresentati non iscritti al Registro europeo per la trasparenza, la banca dati che elenca le organizzazioni che cercano di influenzare il processo legislativo delle politiche europee mettendo in evidenza gli interessi perseguiti, chi li supporta e con quali risorse finanziarie. La stessa severa regolamentazione dovrebbe essere applicata a tutti i funzionari delle Commissioni. Un’ulteriore azione consiste in una maggiore attenzione verso gli “altri raggruppamenti non ufficiali” citati nel Regolamento europeo, compresi i cosiddetti gruppi di amicizia, organizzazioni non ufficiali costituiti da parlamentari europei con lo scopo di discutere le relazioni con Paesi terzi. Questi ultimi dovrebbero essere severamente regolamentati imponendo loro la pubblicazione dell’elenco dei membri, degli organizzatori, dei finanziatori e delle loro attività. In particolare dovrebbe essere impedito ai rappresentati dei regimi autoritari di finanziare questi gruppi, oltre a sostenere economicamente i deputati anche attraverso “i loro uffici o i loro viaggi all’estero”.

“Le accuse di corruzione con ingenti somme di denaro contante dovrebbero ricordare la necessità di rafforzare le regole finanziarie del Parlamento europeo”, afferma Ceo. Per questo sono necessarie restrizioni molto più severe sulle seconde occupazioni dei deputati e un divieto di ricevere donazioni da parte di Paesi esterni all’Unione. Per prevenire la corruzione bisognerebbe garantire inoltre una maggiore protezione agli informatori e ai whistleblower. Infine andrebbero bloccate le cosiddette “porte girevoli” che permettono agli ex politici europei di accettare posizioni di rappresentanza in aziende o presso regimi antidemocratici. Secondo l’Osservatorio sarebbe necessario imporre agli ex deputati un “periodo di riflessione” obbligatorio durante il quale non poter accettare nuovi e determinati incarichi.

In secondo luogo è necessario potenziare e aumentare il ruolo del Registro europeo per la trasparenza. “L’unica vera sanzione prevista è la sospensione dei lobbisti, il che significa che non potranno incontrare i funzionari di alto livello della Commissione o avere un pass di accesso al Parlamento -afferma Ceo-. Questo strumento è troppo debole e viene usato raramente”. Invece l’iscrizione al Registro dovrebbe essere legalmente vincolante, il che permetterebbe, oltre ad aumentare le sanzioni e autorizzare l’istituzione di procedimenti penali contro le violazioni più gravi, di fornire più risorse economiche e potere di indagine all’istituzione. Ma non finisce qui, se l’iscrizione al registro fosse legalmente vincolante questo permetterebbe di sanzionare anche i rappresentati esterni ad esso; il recente caso di corruzione, ad esempio, ha visto coinvolta la Ong con sede a Bruxelles “No peace without justice”, esterna al Registro. Ampliando e modificando la definizione di “comportamento etico” del Registro europeo sarebbe inoltre possibile escludere le società di consulenza o altre aziende private che rappresentano regimi che violano i diritti umani o che si impegnano in campagne di disinformazione online per conto di governi di Paesi terzi. In questo modo sarebbe possibile cancellarle dal Registro ed escluderle da ogni incontro con i rappresentanti dei cittadini europei.

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