Interni

Profumo, Unicredit e noi

L’editoriale (premonitore) del numero di ottobre di Altreconomia dedicato all’istituto di credito

Tratto da Altreconomia 120 — Ottobre 2010

Le misure -molto tecniche e per questo incomprensibili ai più- dell’accordo denominato “Basilea 3”, raggiunto di recente, mirano a imporre più stabilità alle banche, per evitare che queste causino un’altra crisi finanziaria.
Si tratta tuttavia di misure molto blande -riguardano soprattutto gli standard patrimoniali-, che entreranno a regime in almeno 9 anni. Insomma, del tutto insufficienti, a meno di non pensare -come infatti è stato- che in caso di crisi i governi si faranno ancora una volta carico del fallimento del sistema finanziario.
Per questo motivo, la lettera che Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit e presidente della European Banking Federation, ha inviato a nome di questa al presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, è evidentemente quella di un lobbista. Profumo e le banche europee -comprese quelle italiane riunite nell’Abi- criticano le regole di Basilea 3, paventando un futuro a rischio di riduzione del credito a famiglie e imprese, e per questo un ostacolo alla “ripresa” economica, e con esso l’aumento di disoccupazione. Gli studi sugli impatti dell’accordo in realtà smentiscono queste affermazioni e d’altra parte il credito, specie alle imprese e soprattutto in Italia, è già a livelli prossimi allo zero. Senza tenere conto dei milioni di disoccupati che la crisi ha già creato. Il problema quindi è che le banche non fanno più le banche da molto tempo, non amano la stabilità e privilegiano i rischi. Poiché sanno bene che questi saranno scaricati sulla collettività: numeri alla mano, quello finanziario è il comparto che gode in assoluto di più sovvenzioni statali al mondo.
Quanto a Unicredit, la maggiore banca europea (165mila dipendenti, quasi mille miliardi di euro di assets, 27 miliardi di ricavi) non fa più la banca da molto tempo e non sembra voler tutelare granché imprese e risparmiatori. Lo sanno bene tutti quegli imprenditori che hanno sottoscritto con Unicredit i famigerati contratti derivati: nella sola Lombardia l’esposizione di società non quotate in contratti derivati è un fenomeno da 20 miliardi di euro, con perdite potenziali di 800 milioni. Lo sanno bene quei risparmiatori che nei primi mesi del 2010 hanno sottoscritto obbligazioni Unicredit, che oggi -e senza apparente motivo- hanno perso il 10% del loro valore. Lo sanno bene anche tutte quelle persone che con Unicredit hanno acceso un mutuo, che poi è stato cartolarizzato e venduto a chissà chi, privando il titolare della possibilità di rinegoziarlo.
Unicredit controlla 31 società che hanno sede in un paradiso fiscale e finanzia armi, impianti energetici insostenibili, biotecnologie. Nel cda di Unicredit -dove siedono tra gli altri Salvatore Ligresti, Carlo Pesenti, Fabrizio Palenzona- siede anche in qualità di vice presidente Farhat Omar Bengdara, 45enne governatore della Banca centrale libica. Col recente ingresso del fondo sovrano Lia, lo Stato del dittatore Muammar Gheddafi è di fatto il principale azionista della banca. Che non fa più la banca, e che da tempo non è nemmeno più italiana.

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