Economia

Professione mercenario. “In Iraq non andrei mai” – Ae 53

Numero 53, settembre 2004“Si comincia per il gusto del rischio. L'ideologia non c'entra. Poi si tratta di svolgere un lavoro che richiede l'uso di un'arma da fuoco. A Baghdad è un'altra cosa. Lì c'è gente che muore per arricchire altri”Criminali,…

Tratto da Altreconomia 53 — Agosto 2004

Numero 53, settembre 2004

“Si comincia per il gusto del rischio. L'ideologia non c'entra. Poi si tratta di svolgere un lavoro che richiede l'uso di un'arma da fuoco. A Baghdad è un'altra cosa. Lì c'è gente che muore per arricchire altri”


Criminali, avventurieri o semplici professionisti? La figura dei “soldati in affitto” è avvolta da un alone di mistero e da una fitta coltre di pregiudizi. Per capire meglio cosa si nasconde dietro il fenomeno complesso degli eserciti privati, la cosa migliore è rivolgersi ai protagonisti diretti di questo mondo. Dopo la sua esperienza nell'esercito regolare, oggi Guido T. è un professionista nel settore dell'addestramento privato, e ha deciso di raccontare i retroscena del mestiere di mercenario. A lui abbiamo chiesto di illustrarci una “terza prospettiva”, diversa da quella del pacifista convinto e del militarista acritico.

Perché hai scelto di diventare un combattente professionista?

Le motivazioni politiche o ideologiche non c'entrano. Io sono semplicemente una persona a cui piace l'adrenalina, mi piace sentirmi vivo. Oggi ho cambiato mestiere perché mi sento più tranquillo e ho cominciato a dare valore ad altre cose nella vita, ma quando avevo ventidue, ventitré anni, mi piaceva sentire l'adrenalina scorrere nelle vene. Per un ragazzo far parte delle forze d'élite è il massimo, è come guidare una Formula Uno.

C'è lo stesso gusto del rischio e del fare una cosa ai massimi livelli.

Qual è stata la tua esperienza professionale nel settore militare pubblico e privato?

Ho lavorato due anni in Colombia, sono stato anche in Somalia e in Egitto a lavorare come sommozzatore, ho lavorato in Marocco e conosco bene i Paesi arabi.

In Sudan ho lavorato come operatore per le piattaforme petrolifere e dopo aver trascorso un periodo di studio in California sono tornato in Italia per svolgere attività di addestramento privata, con periodici rientri negli Usa per corsi di pilotaggio avanzati. In particolare, in Colombia ho potuto constatare che c'è un ampio spettro di agenzie che operano sul territorio, perché la situazione si presta perfettamente: ci sono la guerriglia, i paramilitari, i narcotrafficanti, la Cia, l'esercito regolare, le oligarchie, latifondisti con eserciti privati e altro ancora.

Che significato ha per te la parola “mercenario”?

Per i giornali la parola “mercenario” è una parola ad effetto, è una parola che viene utilizzata proprio per attirare l'attenzione e suscitare nell'immaginazione del lettore il pensiero di operazioni nella jungla fatte da persone impiegate per assassinare qualcuno a pagamento.

In realtà la parola mercenario indica semplicemente una persona che riceve un salario per svolgere attività in cui si utilizzano armi da fuoco. E quindi questa parola vuol dire tutto e niente, dal momento che può indicare sia le persone che fanno scorta armata agli operatori umanitari, sia chi fa la guardia alle piattaforme petrolifere, sia i veri e propri killer a pagamento, che oltre ad essere mercenari sono anche criminali e assassini.!!pagebreak!!

Spesso si fa distinzione tra soldati regolari “buoni” che si occupano del peacekeeping rispettando le convenzioni di Ginevra, e mercenari “cattivi” che agiscono senza regole per interessi oscuri. Ma è proprio vera questa distinzione?

Io sono stato quattro mesi impiegato alle operazioni in Somalia, realizzate dall'Italia a partire dal febbraio del 1993: la famosa “Operazione Ibis” di peacekeeping. Oggi nessuno sa o ricorda perché siamo andati a fare quel tipo di operazione.

La motivazione “ufficiale” riguardava la gestione di un vuoto di potere, del caos e dell'anarchia creati in Somalia dai cosiddetti warlords, i “signori della guerra”.

Ma quella situazione non era nuova, in Somalia la legge del più forte regnava da decenni. Possono dire quello che vogliono, ma l'operazione in Somalia è stata realizzata per il controllo del traffico delle armi. Per recuperare il controllo su una situazione e su un mercato che erano sfuggiti di mano a causa delle eccessive pretese dei warlords.

Il sequestro degli ostaggi italiani ha portato alla ribalta l'esistenza delle compagnie militari private. Quali sono i veri problemi relativi al cosiddetto “business della sicurezza”?

Le compagnie militari private agiscono in uno spettro vastissimo, che va dalla scorta alla ong fino al consulente strapagato dell'emiro arabo. Negli Stati Uniti queste agenzie esistono da molti anni, e hanno fatturati eccezionali. Quello che mi ha dato più fastidio è la sorpresa, lo stupore dell'opinione pubblica nello scoprire l'esistenza degli “eserciti” privati. Le agenzie di sicurezza esistono da più di vent'anni, e vengono impiegate in qualsiasi luogo del pianeta.

Credi che le torture nel carcere di Abu Ghraib siano state un episodio a sé stante, oppure il sintomo di un problema più ampio?

In una struttura militare non accade niente per caso. Sono tutte cose pianificate, nessuno muove un dito senza ordini dall'alto. Un conto sono le cose che io teoricamente non potrei fare dal punto di vista delle leggi e degli accordi internazionali, e un conto sono invece le cose che vengono comunque fatte in un contesto di guerra.

Oggi in Iraq non vige il diritto internazionale, ma le regole decise dalle forze occupanti e dalla guerriglia. Da questo punto di vista bisogna distinguere l'azione delle forze italiane da quella di altre truppe presenti sul territorio: io sono sicuro che gli italiani stanno rispettando le regole di ingaggio, non avrebbe senso mandarli a sparare a vista come fanno gli americani. In Iraq chissà quanta gente è stata ammazzata anche per divertimento, ma non da soldati italiani. Poi tutto dipende anche dall'equilibrio del singolo individuo e dal livello dell'addestramento ricevuto: il film “Full metal jacket” insegna quali possono essere gli effetti negativi del lavaggio del cervello che si subisce durante il corso marines, un addestramento che incide a livello profondo nella psiche. Le forze speciali dell'esercito invece, vengono addestrate in modo diverso, e non si trasformano in macchine da guerra disumanizzate ma in professionisti che sanno gestire in modo efficace situazioni di crisi anche grazie ad una grande stabilità psicologica. Nelle forze speciali i fanatici non sono ammessi: l'elemento delle forze speciali è esattamente l'opposto del fanatico, sono uomini a cui è richiesto un alto grado di capacità critica e un equilibrio assoluto eccezionale. Tra i soldati è un altro discorso, se parliamo dei marines, se parliamo dei paracadutisti, allora lì si trova di tutto: il fanatico, il neonazista, il frustrato.

Ed è da questo ambiente che nascono le torture, gli abusi, le violazioni delle convenzioni internazionali.

Quale sarebbe la tua reazione se ti offrissero di lavorare in Iraq?

Se io oggi fossi ancora in servizio attivo e mi dicessero di andare a combattere in Iraq, direi di no, senz'altro.

Il rischio deve essere supportato da qualcosa di concreto, bisogna chiedersi per chi e per cosa si rischia la vita, e in Iraq c'è gente che muore per arricchire quattro riccastri, e questo non ha senso.

Perché dare la vita per far guadagnare la famiglia Bush, che è già ricca di suo? Di fronte a queste situazioni deve entrare in gioco una capacità critica che purtroppo non tutti hanno. C'è chi si nasconde dietro la retorica del patriottismo per dare un senso alle proprie azioni, ma la realtà è un'altra, e cioè che vai a morire per niente. Davanti alla tragedia di Nassiriya è mancata molto la pietà e l'umiltà. Nessun politico ha avuto il coraggio di dire che quelle morti erano evitabili, e che il governo ha deciso di mandare lì quei ragazzi per interessi economici grossi.

Probabilmente qualche commessa a livello di pozzi petroliferi.

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