Economia

Privati in emergenza

Il servizio delle ambulanze, da sempre garantito dal volontariato, ora fa gola ai privati che puntano ai rimborsi regionali. La Lombardia fa da apripista

Tratto da Altreconomia 112 — Gennaio 2010

L’ultima frontiera degli affari in sanità si attraversa con le sirene spiegate. Dopo gli ospedali, a breve potremmo assistere a un’ondata di privatizzazione nel servizio di emergenza-urgenza svolto dalle ambulanze coordinate dal 118. Risultati attesi: aumento dei costi e una vita che si complica per il volontario con lo scopo dichiarato di sostituirlo con un lavoratore. Perché il volontario con il proprio tempo libero garantisce il servizio durante le notti e tutti i giorni festivi (compresi sabato e domenica) ed è disponibile 365 giorni all’anno. Tutto a costo zero: nell’era della privatizzazione meglio estrometterlo e monetizzare il suo servizio. Con la riorganizzazione del trasporto d’emergenza si muovono i primi passi.
La gestione dalle Asl e ospedali -che con l’aiuto di migliaia di persone (33mila in Lombardia, oltre 120mila in Italia) garantiscono che il soccorso sia sempre rapido e qualificato- passa al bando di concorso. Dove il criterio è quello del massimo ribasso. Il metodo è collaudato e, con piccole differenze, simile da Milano a Palermo: alcune “paracroci” si accreditano per svolgere servizio di 118 e partecipano a gare con offerte al massimo ribasso, che mettono in difficoltà le associazioni di volontariato. Numeri precisi della penetrazione delle “paracroci” nel mondo dell’associazionismo sano non esistono ma è Emilia Natale della Cgil Funzione pubblica a spiegare come fare i ricavi. “Alla Regione vengono conteggiate tutte le spese per il trasporto d’emergenza come materiale medico, benzina, corsi di aggiornamento, ma è dal trasporto secondario (dove non c’è pericolo di vita) che si guadagna”.

Perché con lo stesso personale si effettuano tutti i servizi privati a pagamento: trasporto anziani e dializzati, sangue e trasferimento ammalati. E il personale spesso è in nero, ha un contratto da commercio o è impiegato in altre mansioni. Nessuno controlla i bilanci e il guadagno è garantito soprattutto nelle grandi città dove il numero di interventi è maggiore. E dove qualsiasi impresa può sostituirsi allo Stato a costo inferiore il risultato è il peggioramento della qualità. Così in questo gioco perverso aumentano i costi ma il servizio non migliora. “Dove decido di utilizzare il servizio privato -continua Emilia Natale- viene meno il criterio di equità e qualità: lo stesso trattamento a qualunque cittadino”.
È la Regione Lombardia, da sempre all’avanguardia nella privatizzazione della sanità, a far da apripista. E si scoprono le prime crepe nel sistema come rimborsi fasulli, spese gonfiate e corsi fantasma. A Brescia 32 associazioni sono accusate di abuso d’ufficio e falso per milioni di euro. È il 6 novembre 2008 quando i carabinieri del Nas si presentano negli uffici delle onlus convenzionate con il 118 per la fornitura di volontari, servizi d’emergenza e trasporto. Nel mirino bilanci, convenzioni e tutta la documentazione riguardante la gestione dei finanziamenti e la qualifica del personale. Ma non solo. All’attenzione della Magistratura sono finiti gli ultimi tre anni di gestione seguendo tre filoni principali: presunte irregolarità nel rendiconto dei costi come rimborsi gonfiati, associazioni convenzionate in modo poco trasparente fino ad arrivare alla remunerazione dei volontari. Dopo oltre un anno l’inchiesta non si è ancora conclusa. Ma viene a galla il giro d’affari che in Regione Lombardia ha uno dei suoi epicentri nazionali: da qui partono già nel 2007 le grandi manovre legislative per privatizzare il servizio ambulanze e allargare ulteriormente il giro d’affari sulla sanità. L’occasione si presenta a marzo con la riorganizzazione del servizio decisa dalla giunta di Roberto Formigoni(nella foto a destra), e la creazione di una “Azienda regionale emergenza urgenza” (Areu) con possibilità di partecipazione anche di imprese private. Ma i sindacati e l’opposizione al Pirellone ne fanno una battaglia di principio: “Quella dell’emergenza-urgenza è un’attività che deve garantire al cittadino la certezza di poter ricevere soccorso nel tempo più breve possibile e nella struttura più vicina e idonea alle cure necessarie. Per come si sta affrontando questo tema nulla garantisce che i privati possano assicurare questo fondamentale diritto”. La protesta arriva dopo un emendamento di Forza Italia e Alleanza Nazionale, che avrebbero sostenuto in Consiglio regionale l’ipotesi di affidare la gestione del servizio 118 ad una fondazione privata. Ma la maggioranza frena e decide di non procedere. L’emendamento che dava libero accesso ai privati viene ritirato e il presidente Roberto Formigoni ribadisce che “non esiste né esisterà domani alcuna ipotesi di privatizzazione del servizio del 118” ma sul tema si dimette l’assessore leghista alla Sanità Alessandro Cè che commenta: “Sono stupito di come si possa prendere un abbaglio tale e scambiare l’interesse dei cittadini con l’interesse dei poteri forti”. La centralizzazione regionale non si ferma e il 2 aprile 2008 nasce l’Areu con il compito di “garantire, implementare e rendere omogeneo il soccorso sanitario”. Con una dote (dal bilancio preventivo per il 2009) da 155 milioni di euro, 4.645.000 per i costi di funzionamento della struttura che conta 22 addetti di cui 13 dirigenti e 144.564.000 di euro per le funzioni di 118. Nessuno però ha mai fatto un paragone o una proiezione dei costi/benefici tra il vecchio e il nuovo modello con il bando di gara. “Rischiamo di essere di fronte all’ennesimo sventramento della sanità pubblica -commenta un funzionario di Regione Lombardia-: peggioramento della qualità del servizio ambulanze e aumento smodato dei costi.”.
Nonostante gli scarsi risultati la privatizzazione immaginata dalla Lombardia viene copiata nel resto del Paese. Da una ricerca del sindacato medici italiani la situazione del 118 nel resto del Paese è “a macchia di leopardo”. Ogni giorno cinquemila ambulanze attraversano l’Italia per salvare vite umane. Perché il sistema di emergenza (attivato nei primi anni 90) ha di fatto migliorato i tempi d’intervento riducendo il numero dei decessi per infortuni, incidenti stradali e le eventuali disabilità ma in molte zone il servizio non è ancora uniforme. E ogni Regione si organizza come crede. In Toscana si abbattono i costi togliendo il medico a bordo delle automediche e l’equipaggio viene ridotto soltanto ad autista e infermiere, che però non può fare interventi medici fondamentali in caso di incidente. Stesso metodo in Friuli Venezia Giulia mentre nel vicino Veneto si risparmia appaltando il servizio di emergenza a cooperative che pagano un medico 1.200 euro al mese. In tutta Italia per le stesse mansioni lo stipendio è di 3.200 euro. Nel Lazio in tutti i capoluoghi di provincia i medici sono a bordo mentre non ci sono nelle zone più periferiche dove però gli ospedali sono più lontani. E l’Emilia Romagna si attrezza al cambiamento investendo i medici di famiglia e i servizi di continuità assistenziale dei piccoli comuni dell’Appennino anche all’emergenza. “Un sistema che sta generando fortissimi appetiti” denuncia Mirella Triozzi del sindacato medici italiani.

L’amica di Torino
A Torino la società messinese specializzata in trasporto in ambulanza Amica One finisce in una indagine della Magistratura. A marzo 2008 L’Asl 1 del capoluogo piemontese bandisce una gara d’appalto per l’affidamento, per ventitre mesi, del servizio di trasporto di pazienti dializzati con pulmino, autoambulanza ed auto taxi. Al raggruppamento temporaneo di imprese Croce Amica One s.r.l. va la gestione del servizio per 1.332.613,10 euro: una gara vinta con un’offerta al massimo ribasso: solo 43,64 euro per ogni viaggio (andata e ritorno) contro i 75 euro della seconda impresa classificata. Servizio affidato, quindi. E i primi viaggi. Poi però qualcosa va storto. I mezzi che girano in città non sembrano essere quelli certificati nella documentazione della gara d’appalto: mezzi più vecchi, targhe diverse, molti più chilometri percorsi di quelli denunciati. Così sono iniziati i sospetti che portano al ricorso delle altre imprese che hanno partecipato al bando di gara. Il bando, vinto dalla Croce Amica One srl, era di fatto affidato in subappalto a Croce Amica srl, in quello che sembra un gioco di scatole cinesi. Croce Amica nasce nel 1981 nel settore trasporti sanitari e ospedalieri. Ora la società si è estesa anche al Centro-Nord con sedi operative a Milano, Ancona, Alessandria, Benevento, Catania, Latina, Palermo, Gioia Tauro, Venezia, Verona e Roma

 

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia