Economia / Opinioni

Il populismo fiscale di Donald Trump

Presentata come la “riduzione di tasse più grande della storia”, la riforma promossa dal presidente americano e dal segretario al Tesoro Steven Mnuchin rischia di far esplodere il debito pubblico federale di 25 punti in un decennio. Il perché nell’analisi di Alessandro Volpi

Washington, aprile 2017. Il segretario del Tesoro USA Steven Mnuchin accompagna il presidente Donald Trump
Washington, aprile 2017. Il segretario del Tesoro USA Steven Mnuchin accompagna il presidente Donald Trump

In diretta televisiva, il più influente ministro della compagine Trump, il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, insieme al consigliere economico, Gary Cohn, hanno annunciato il “taglio di tasse più grande della storia”. Si tratta di una dichiarazione forse un po’ retorica ma che certo esprime bene il peso che il nuovo presidente degli Stati Uniti intende dare alla questione fiscale, affidata ad un personaggio molto particolare come Mnuchin, ex raider di Wall Street e banchiere dall’immensa fortuna accumulata durante la tragica crisi del 2008.

Per Trump, attraverso un colossale taglio delle tasse, si dovrebbero raggiungere tre obiettivi fondamentali, in grado di portare la crescita del Pil Usa, ora fermo ad un misero 0,7%, ad una percentuale del 3% annuo, sulla base delle stime fornite dallo stesso Mnuchin. Il primo obiettivo è costituito dall’abbattimento della “corporate tax”, del prelievo sulle imprese, che dovrebbe scendere dall’attuale 35% al 15%, con una drastica riduzione, di cui beneficeranno non solo le imprese quotate in Borsa ma anche la miriade di piccole e medie aziende, comprese quelle a gestione familiare, operanti in terra americana. Nella medesima ottica, la riforma dovrebbe contemplare un prelievo “una tantum” per favorire il rientro dei capitali dall’estero, una sorta di scudo fiscale che consentirebbe di reperire una massiccia liquidità in grado di finanziare proprio il sistema delle imprese Usa, alleggerite dalla riduzione delle tasse. Il secondo obiettivo consiste nella radicale semplificazione del sistema di imposte sulle persone che prevederà il passaggio da sette a tre scaglioni, con la riduzione del primo dal 39,6 al 35%, e la creazione di due scaglioni del 20 e del 10%. Infine il terzo obiettivo è individuato nella realizzazione di una no tax area per i meno abbienti, per cui una coppia non verserà nulla sui primi 24mila dollari guadagnati nel corso dell’anno; una misura questa a cui si aggiunge, in forma decisamente contraddittoria, l’abolizione dell’imposta sulla proprietà per i patrimoni al di sopra dei 10,9 milioni di dollari.

In estrema sintesi, Trump e Mnuchin sembrano brandire lo slogan “meno tasse per tutti”, trasformando una possibile riforma fiscale in un vero e proprio feticcio ideologico -molto simile alla prima stagione di Reagan, grande fautore dei benefici della curva di Laffer- infarcito però da una massiccia e costosissima dose di populismo, tanto cara da spingere il nuovo presidente, al termine dei suoi primi 100 giorni, a rinunciare, temporaneamente, alla costruzione del muro con il Messico. La nuova amministrazione punta dunque ad un’operazione diretta chiaramente a catturare il consenso degli americani, subordinando ogni altro punto dell’ormai ex programma elettorale alla riduzione del carico fiscale, a cui associare solo una politica estera molto muscolare. Anche rinunciando ad altri obiettivi, tuttavia, la riforma fiscale di Trump si presenta subito talmente ampia da determinare un minor introito per le casse dell’erario Usa praticamente insostenibile; soltanto la riduzione della “corporate tax” al 15% avrebbe bisogno di coperture in 5 anni, dal 2017 al 2021 di 1.113 miliardi di dollari, a cui vanno aggiunte tutte le altre riduzioni ed esenzioni per un totale di circa 2.400 miliardi. È davvero difficile immaginare che una simile cifra possa essere compensata da un aumento del gettito per effetto della produzione di maggiore ricchezza, dell’abbattimento dell’evasione e del rientro dei capitali dall’estero. Risulta assai più probabile, invece, che un taglio fiscale di siffatte proporzioni generi, nell’arco di un decennio, l’esplosione del debito pubblico federale di 25 punti.
Ma Trump e Mnuchin non sembrano spaventati da un rischio così grande e mostrano la ferrea volontà di andare avanti, di fronte alla quale possono essere utili alcune considerazioni. La prima: nell’Eurozona, sottoposta ai rigidi vincoli di Maastricht, tutto ciò non sarebbe neppure immaginabile. Il nostro Paese deve fare i conti con la riduzione dell’Ires dal 27,5 al 24%, che di fatto ha contribuito a indurre la Commissione europea a richiedere all’Italia maggiori sacrifici e deve operare correttivi pesanti per evitare che scattino le clausole di salvaguardia garantite dall’aumento dell’Iva. Figuriamoci se provasse ad ipotizzare tagli fiscali simili a quelli annunciati da Trump. Seconda considerazione: la riforma Usa nel campo dei tributi apre formalmente la stagione della concorrenza fiscale fra Stati, già anticipata dalla Gran Bretagna del dopo Brexit. In tale scenario, sarà davvero duro restare competitivi e l’Unione europea in primis dovrà subire gli effetti del rientro in patria delle grandi società americane, con conseguenze non banali sia sulla tenuta dei conti pubblici sia, più in generale, sulla capacità di produzione della ricchezza. Trump davvero impone così al Vecchio Continente di rivedere le proprie strategie economiche. Terzo aspetto. La riforma Trump, pur con tutte le incognite ricordate, ha determinato una forte euforia nelle Borse e ha fatto schizzare i listini Usa; è evidente che ormai i mercati hanno imparato dalla politica a scommettere sul consenso piuttosto che sulla concretezza e le parole d’ordine di Trump “America first” e “meno tasse per tutti” sono un forte elemento propulsivo.
Forse, purtroppo, per una nuova bolla speculativa.

Università di Pisa

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