Diritti / Opinioni

Popolazioni in fuga

Mentre noi prendiamo un aereo anche solo per divertimento, ogni anno milioni di persone sono costrette a rincorrere la speranza di sopravvivere via mare

Tratto da Altreconomia 184 — Luglio/Agosto 2016

Sto sorvolando il Mediterraneo. Grazie alle due gemelle low cost, nell’ultima settimana ho attraversato l’Europa due volte: da Londra, dove ho partecipato a un congresso medico, a Bari, base di partenza per una breve escursione tra i Sassi di Matera. Per noi europei gli spostamenti in aereo, per motivi professionali o per divertimento, sono un’opzione scontata.

Quando m’invitano a qualche evento pubblico per testimoniare il mio operato di medico all’interno di una grande ong, cito spesso la nube di polvere provocata dall’Eyjafjallajökull: era la primavera del 2010, e le due compagnie rivali nel pieno del loro picco di crescita di passeggeri. Rimanemmo tutti spiazzati da questo vulcano islandese dal nome impronunciabile che mise in scacco la nostra Europa senza confini frenando, solo per poche settimane, i nostri spostamenti di liberi cittadini. Nelle mie presentazioni, confronto l’ansia collettiva generata da questo evento naturale alla rassegnazione di Abu Abad, il nostro autista a Gaza, quando ci salutammo. Ero al termine della mia missione in soccorso alla popolazione civile pesantemente colpita da Israele nell’operazione Piombo Fuso. Abu Abad mi lasciò a qualche centinaio di metri dal terminal di Erez, dove due blocchi di cemento sbarravano la strada. In lontananza il muro della vergogna che trasforma Gaza in una prigione a cielo aperto. Sul terreno le impronte lasciate dai cingolati israeliani durante l’attacco. Scesi dall’auto, mi caricai sulle spalle il mio zaino e abbracciai Abu Abad. “Spero di rivederti da qualche parte nel mondo”, gli dissi. “No Luigi, non avrò mai un passaporto e non mi faranno mai uscire. È la mia terra, morirò qui, ma credimi, farei qualsiasi cosa per consentire ai miei figli di attraversare quel muro e studiare all’università”. 

Invece Saeed, il mio piccolo fratello, come ama definirsi, era orgoglioso di poter crescere i suoi figli nella sua amata patria, la Siria. Ad Aleppo c’era l’Università e lui stesso vi insegnava infermieristica, prima della guerra. Poi si dedicò completamente alla cura dei suoi concittadini nella sala operatoria di un ospedale di MSF. Non avrebbe mai immaginato di dover lasciare il suo Paese, ma dopo cinque terribili anni di bombardamenti e dopo aver visto il padre morire schiacciato sotto le macerie della sua casa, è stato costretto a farlo. Mi ha contattato via Facebook qualche settimana fa. “Ciao dottor Luigi. Sono scappato in Turchia. Vorrei raggiungere l’Europa attraverso il mare. Che ne pensi?”.

Nel 2015, MSF Italia ha lanciato una campagna di sensibilizzazione, #milionidipassi, per raccontare le storie delle persone che nel mondo (59,5 milioni nel 2014 secondo l’UNHCR) abbandonano tutto ciò che di più caro possiedono per la speranza di sopravvivenza. Cerchiamo di denunciare quello che in tanti hanno finto di non poter prevedere. Siamo in molti dei luoghi da cui i milioni di Saeed fuggono disperati. Li incontriamo lungo le rotte di migrazione, dove cerchiamo di offrire loro riparo dalle torture, dagli stupri e dalle umiliazioni che devono subire. Siamo nei Paesi in cui approdano per chiedere rifugio, dove documentiamo le ferite che mesi di spostamenti hanno provocato nei loro corpi e nelle loro menti e dove cerchiamo di restituire loro dignità. Lo scorso anno sono arrivati in Europa un milione e poco più di immigrati: il 70% fuggiva dalla Siria e dall’Afghanistan. Ho visto entrambe queste guerre. Capisco perché fuggono. Lo farei anche io.

Luigi Montagnini è un medico anestesista-rianimatore. Dopo aver vissuto a Varese e Londra, oggi è a Genova, dove lavora presso l’Istituto Gaslini. Da diversi anni collabora con Medici Senza Frontiere.

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