Finanza / Approfondimento

La corsa dei Piani individuali di risparmio. Tra costi e sostenibilità

Introdotti nel dicembre 2016 per sostenere le piccole e medie imprese del Paese, gli strumenti finanziari hanno registrato in un anno un successo inatteso. Il nodo delle commissioni per gli intermediari e dei criteri di valutazione

Tratto da Altreconomia 199 — Dicembre 2017
© istockphoto.com
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È un anagramma finanziario che in questo periodo ha conquistato spazio sulle pagine e sulle inserzioni pubblicitarie di importanti banche. “Pir”: Piani individuali di risparmio. Si tratta di strumenti finanziari introdotti dalla legge di Stabilità del dicembre 2016 con lo scopo dichiarato di indirizzare il risparmiatore a investire nelle piccole e medie imprese italiane ed europee. Da quando esistono (gennaio 2017), la liquidità delle piccole e medie imprese italiane è cresciuta di 1,6 miliardi di euro (di cinque volte rispetto all’anno scorso). Il contributo dei Pir è andato oltre le aspettative del Governo: nel primo semestre 2017 sono stati raccolti 5,3 miliardi di euro, mentre le previsioni del ministero dell’Economia erano di arrivare a 1,8 miliardi per la fine dell’anno. Secondo Mediobanca Securities, alla fine dell’anno si potrebbe superare quota 9 miliardi di euro, addirittura 41 in cinque anni. Il margine c’è, informa Banca d’Italia: famiglie e aziende italiane -Bollettino economico 2017 alla mano- hanno depositato 1.428 miliardi di euro sui conti correnti.

I Pir sono strumenti finanziari che si traducono in azioni, obbligazioni e fondi comuni. L’investimento minimo deve essere di 500 euro fino a un massimo di 30mila all’anno, entro un limite complessivo di 150mila euro. I redditi generati dagli investimenti non sono soggetti a imposizione, “purché -spiega Banca d’Italia- le somme siano investite, per un periodo minimo di cinque anni, in strumenti finanziari qualificati”. I fondi “Pir conforme”, prevedono che il 30% sia investito liberamente, mentre il 70% sia in aziende che operano in Italia o in un Paese dell’Unione europea. Di questo 70%, il 30% (circa un quarto del totale) deve essere in società che non sono quotate nel principale indice della Borsa Italiana, il Ftse Mib. Sono società che vengono definite mid-small caps e che hanno listini a parte, come ad esempio Aim Italia oppure Star. In totale, stima la società di analisi Intermonte advisory e gestione, sono circa di 250 imprese. Il dato andrà comunque rivisto al rialzo: negli ultimi dieci mesi le nuove realtà quotate in Italia sono 31 e 19 di queste hanno scelto proprio l’indice Aim (nato nel 2012), che ad agosto 2017 ne contava 87 in tutto. Nel 2016 i nuovi ingressi, anche senza Pir, sono stati 22, più del doppio del listino principale, fermo a dieci.

Come detto, chi sottoscrive un Pir ha un vantaggio: il rendimento del titolo è esentasse (alle condizioni chiarite sopra). Di norma invece si applica il 26% a titoli e obbligazioni, a parte il caso dei titoli di Stato, al 12,5%. Questo è uno degli elementi che ha reso i Pir tanto attrattivi. Secondo Intermonte advisory, le piccole e medie imprese, in Borsa, costituiscono un mercato. E dopo una spinta iniziale degli investitori verso le società con maggiori capitali, lo scenario sta cambiando. “Crescono le società con una capitalizzazione più bassa. Si tende a scegliere una realtà che ha maggiore potenziale e che magari prima non riusciva ad attrarre investimenti”, spiega Diego Toffoli, senior analyst di Intermonte.

Per sottoscrivere un Pir si può scegliere tra circa 60 fondi “Pir compatibile” sviluppati da società per le gestione del risparmio (Sgr), banche e assicurazioni. L’operazione è semplice, anche tramite un acquisto online (compilando un form). Quelli proposti da questo genere di intermediari hanno il vantaggio di offrire “panieri” diversificati, in modo da ridurre i rischi di un investimento sbagliato. I più preparati possono comunque costruirsi dei “Pir fai-da-te”, per quanto questa sia la strada più rischiosa. Il lato positivo del fai-da-te è l’assenza di commissioni, previste invece dalle società intermediarie. Sono tra gli elementi più criticati dei Pir, perché si tratta di percentuali allineate al mercato dei prodotti finanziari. Ipotizzando un “costo” dell’1,9% -com’è il caso di un fondo Pir di successo- per raggiungere un risparmio fiscale pari alle spese di gestione, il rendimento medio del titolo dovrebbe essere del 7,5%. “Non è detto che si riesca a raggiungere questo tasso. Gli unici guadagni sicuri sono per gli intermediari, che spesso applicano commissioni poco trasparenti”, commenta Beppe Scienza, professore di Metodi per le scelte finanziarie e previdenziali all’università di Torino. Non investirà in Pir, ha già deciso.

“C’è una forte domanda latente di prodotti finanziari e assicurativi sostenibili che non trova un’adeguata risposta nell’offerta” (Pietro Negri)

Intermonte Advisory, dal canto suo, stima performance fino al 27%. Ritorni economici e rischio bolla a parte, per Pietro Negri, presidente del Forum per la Finanza sostenibile e CSR manager di Ania, l’Associazione nazionale delle compagnie assicurative, i Pir sono un’opportunità da cogliere anche sul piano culturale. Ma finora si è fatto poco. L’avvocato, infatti, avrebbe voluto trovare nei Pir meccanismi per premiare le aziende che propongono piani di sviluppo aziendali sostenibili in termini economici, sociali e aziendale. Al momento, invece, tutte le quotate nei listini alternativi al Ftse Mib sono trattate in egual modo. “Sono convinto che ci sia una forte domanda latente di prodotti finanziari e assicurativi sostenibili che non trova un’adeguata risposta nell’offerta, ancora incapace di intercettare queste istanze”, afferma. I Pir -è il ragionamento di Negri- potrebbero diventare come alle agevolazioni fiscali per ristrutturare gli immobili e renderli meno inquinanti: il vantaggio fiscale in quel caso si lega ad un ammodernamento degli immobili che ha lo scopo di rendere più vivibile la nostra aria. “La tendenza ad andare verso questo genere di mercato, per altro, è ormai irreversibile”.

60 i fondi “Pir compatibile” sviluppati in Italia da banche, SGR e assicurazioni

Le performance di redditività dei Pir andrebbero calcolate, dice Negri, non limitandosi al criterio economico. Banche, compagnie assicurative, agenzie di consulenza finanziaria stanno già studiando i criteri “Esg”, con i quali si valuta l’impegno di un’impresa in campo ambientale, sociale, nello svolgimento della propria attività e organizzazione. Gli stessi criteri servono a stilare i bilanci di responsabilità sociale d’impresa: “Fino a oggi sono serviti come manifestazione di comportamenti virtuosi in settori spesso slegati dal business vero e proprio -ricorda Negri- e infatti ci sono stati fenomeni di greenwashing talvolta discutibili”. Invece potrebbero diventare parte integrante del calcolo di rischio legato a un’impresa, strumenti per valutarne la tenuta di lungo periodo e orientare le scelte. In modo da favorire non solo chi rende di più sul piano economico, ma anche chi è più sostenibile. In ogni senso.

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