Piccoli domestici crescono – Ae 85

In India, il lavoro minorile nelle case, nei ristoranti, negli alberghi è uno dei lati oscuri del boom economico. Eppure lo scorso anno il governo ha approvato una legge che abolisce il lavoro minorile domestico. Che cosa è cambiato? Ne…

Tratto da Altreconomia 85 — Luglio/Agosto 2007

In India, il lavoro minorile nelle case, nei ristoranti, negli alberghi è uno dei lati oscuri del boom economico. Eppure lo scorso anno il governo ha approvato una legge che abolisce il lavoro minorile domestico. Che cosa è cambiato? Ne parliamo con Rita Panicker, che da anni si occupa di bambini lavoratori


Il lavoro minorile domestico è uno dei lati oscuri del boom economico indiano. Parola di Rita Panicker, presidente di Butterflies, associazione di Delhi che si occupa di bambini lavoratori e di strada. “Sono sempre di più i domestici bambini che lavorano nelle famiglie della classe media indiana -dice Panicker-. È una delle conseguenze dello sviluppo del Paese che spinge le donne della borghesia ad emanciparsi e a lavorare fuori casa. L’aumento della domanda di domestici ha portato al proliferare delle agenzie di collocamento illegali che ‘reclutano’ i bambini nelle campagne e li portano in città per ‘venderli’ alle famiglie benestanti.”



Quante sono le agenzie di collocamento per il lavoro domestico in India?

Non ci sono dati certi perché si tratta di un fenomeno illegale. Per quanto riguarda Delhi, credo che ce ne siano più di un migliaio. Le persone che lavorano in queste agenzie senza licenza guadagnano molti soldi approfittando dell’ignoranza della povera gente. Vanno nei villaggi di campagna in cerca di bambini e convincono i genitori ad affidaglieli, assicurando che in città troveranno un buon lavoro e potranno studiare. Invece, li vendono come schiavi nelle case dei privati dove nessuno può controllare come vengono trattati. Molti di questi minori hanno tra i 7 e gli 8 anni quando entrano nelle case della middle-class: sono piccoli per sopportare un lavoro pesante come quello domestico. Spesso sono vittime di violenze, abusi e maltrattamenti. Sono costretti ad orari di lavoro ingiusti, mangiano poco e male e riescono a mettere da parte soltanto pochissimi soldi.



Il 10 ottobre del 2006 il governo indiano ha approvato una legge (accolta con favore da gran parte dei Paesi occidentali) che proibisce il lavoro minorile nelle case, negli alberghi e nei ristoranti. Che cosa è cambiato?

I primi due mesi dopo l’entrata in vigore della legge ci sono stati serrati controlli da parte della polizia. I bambini sorpresi a lavorare nel settore informale venivano fermati e portati in questura. Il governo credeva che, con queste ispezioni, la piaga del lavoro domestico sarebbe stata sconfitta e i bambini sarebbero andati tutti a scuola. Ma non è stato così. Butterflies e altre organizzazioni non governative sono intervenute per chiedere che i bambini fermati venissero liberati perché non aveva senso tenerli in carcere per il solo fatto che lavorassero. Per spiegare che era impossibile attuare questa legge senza cambiare le condizioni di vita dei bambini abbiamo organizzato un incontro con i rappresentanti del governo, dell’Organizzazione internazionale del lavoro e dell’Unicef. Gli abbiamo sottoposto un piano d’azione dettagliato e loro hanno promesso di vagliarlo e di contattarci al più presto. Ma non ne abbiamo più saputo nulla, nonostante le nostre richieste. Dopo qualche tempo dall’entrata in vigore della legge i poliziotti, vista l’impossibilità di applicarla, hanno cominciato a chiudere un occhio sulle infrazioni, praticamente generalizzate, e la situazione è tornata uguale a prima. È’ ovvio: è impossibile impedire ai disperati di lavorare. Molti di questi minori lavoratori fuggono da una povertà estrema. A Delhi c’è ancora gente che muore di fame. Ricordo che proprio la scorsa estate ci sono state moltissime vittime per fame, ma il governo ha minimizzato la questione imputando i decessi alla malnutrizione.



Quali sono stati i motivi che hanno portato all’approvazione di questa legge?

Questo divieto è arrivato all’improvviso, sicuramente su pressione della comunità internazionale. Nonostante in India non ci siano le condizioni materiali per poterlo attuare, a livello ufficiale è come se lo Stato avesse fatto davvero qualcosa. Vorrei precisare che, sul piano teorico, io non credo che la legge sia sbagliata. Il problema è che senza riforme reali e diffuse non può essere attuata. Anch’io penso che i bambini non dovrebbero lavorare nelle case come domestici perché sono trattati come schiavi. Vengono sfruttati, non hanno diritti, non possono studiare, non sono in grado di costruirsi un futuro. Inoltre non c’è verso di migliorare la loro condizione, perché nessuno può andare a controllare quello che succede dentro gli appartamenti dei ricchi. Se, ad esempio, io vengo a sapere un bambino subisce delle violenze in una famiglia borghese, prima di poter intervenire devo trovare delle prove, andando a parlare con i vicini e controllando se ci sono tracce visibili di violenza sul corpo del piccolo. Solo allora posso andare dalla polizia locale che potrebbe intervenire, ma non sempre è disposta a farlo, soprattutto nel caso di famiglie influenti. Invece, nei ristoranti e negli alberghi la situazione è migliore, perché lì i bambini sono più visibili e chi li maltratta può essere controllato. Ricordo che una volta ero in un ristorante e ho visto una famiglia che mangiava a un tavolo. In disparte, in un angolo del locale, c’era un bambino di 8 anni che accudiva il loro figlio di pochi mesi. Mi sono avvicinata alla madre e al padre e gli ho chiesto perché non facessero sedere con loro al loro tavolo quel piccolo baby-sitter. Mi hanno risposto che era soltanto un domestico e che stava bene lì, in disparte. Mi sono arrabbiata e ho detto loro che anche lui era un essere umano e in quanto tale aveva il diritto di stare seduto con loro e mangiare. Abbiamo discusso e alla fine loro si sono scusati e gli hanno permesso di stare al loro tavolo.



Quanti sono i bambini che lavorano come domestici in India?


Non ci sono stime attendibili, sfortunatamente. Le stesse istituzioni non ne hanno. Il ministro del lavoro Mangat Ram Shinghal ha ammesso recentemente di non sapere quanti sono i bambini indiani impiegati nelle attività domestiche, alberghiere o della ristorazione. Soltanto a Delhi, comunque, sono almeno 500 mila. Il fatto che non ci siano dati ufficiali rende più difficili gli interventi. Ma la mancanza di numeri certi riguarda il numero di bambini lavoratori indiani in generale: secondo il governo sono 12,66 milioni, ma per le organizzazioni non governative e le associazioni sono un numero compreso tra i 75 e i 100 milioni.



Quali sono le prospettive di un minore che smette di lavorare?

In alcuni casi può avere la fortuna di incontrare qualcuno che lo aiuti, un’associazione tipo Butterflies, ad esempio. Soltanto a Delhi noi ci occupiamo di circa 1.500 bambini. Gli offriamo un posto dove dormire, li aiutiamo a studiare, a crearsi un futuro migliore di quello che potrebbero avere restando per strada o facendo lavori malsani. Con la Children’s development bank (la Banca asiatica dei bambini e adolescenti per lo sviluppo, vedi Altreconomia numero 64, settembre 2005) che funziona secondo i principi del microcredito, offriamo ai piccoli lavoratori la possibilità di mettere i soldi da parte, in modo che non se li facciano rubare o li spendano in alcool o droga. Ma se un minore che è costretto a smettere di lavorare non ha nessuno che gli dà una mano, deve trovare i soldi in altri modi. E allora può diventare vittima del mercato della prostituzione, finire a vendere droga o trovare impiego in settori pesanti e pericolosi. Un fatto è certo: non riuscirà mai ad andare a scuola spinto soltanto dalla sua buona volontà.



La crescita economica dell’India porterà benefici anche ai più poveri, in futuro?

Per ora di questo boom economico beneficiano soprattutto le élite e le famiglie della middle class, che sono il 20 per cento della popolazione. Il resto della gente vive come prima o peggio: il 27 per cento degli indiani sopravvive sotto la soglia di povertà. Il governo, a parole, si rende conto che per cambiare la situazione è necessario, prima di tutto, che i bambini vadano a scuola, ma non stanzia fondi per fare in modo che questo accada. E così i piani di sviluppo restano solo parole. Ma io sono ottimista, devo esserlo, lavorando con i bambini tutto il giorno. Spero le persone che la pensano come me si uniscano e cerchino di far capire alle istituzioni e alla società civile che bisogna cambiare la situazione, che non possiamo contare su piani che restano inattuali. La società civile può giocare un ruolo decisivo per i poveri dell’India.



Rita Panicker è considerata una delle più rappresentative educatrici di strada del mondo. È fondatrice e presidente dell’associazione Butterflies (www.butterflieschildrights.org), attiva a Delhi dal 1998. Oltre ad aver allestito dormitori in diversi punti della capitale indiana, Panicker ha coordinato la creazione del “Bal sabha”, un forum democratico dove i ragazzi discutono dei loro problemi comuni e del “Bal mazdoor Union”, il sindacato dei bambini lavoratori.



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