Ambiente / Opinioni

Piano nazionale di ripresa: la “rivoluzione verde” che fa pagare il conto al verde

La bozza governativa del piano legato al Next Generation Eu assicura la “transizione ecologica”. Nel testo, però, si prefigurano deroghe ai processi di valutazione di impatto ambientale e varianti automatiche ai piani urbanistici. Uno scenario preoccupante spiega il prof. Paolo Pileri

© Thomas Kinto - Unsplash

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è la promessa che l’Italia oggi fa alle prossime generazioni, visto che i 196 miliardi di euro per la sua attuazione li prende a prestito dal “fondo” Next Generation Eu. Tra le urgenze a più alta priorità vi è la sfida ecologica. La pandemia è stata in gran parte un effetto del nostro insensato modo di abitare l’unica Terra che c’è. Non vi è spazio qui per elencare i guai che l’uomo ha provocato. La crisi climatica che ci siamo fatti cascare addosso è la sintesi più azzeccata per capirlo. Oggi non abbiamo tempo per indugiare e fare sconti, dobbiamo curvare la nostra testardaggine politica a strategie “green, smart and healthy”. Così, la bozza del Pnrr presentata dal Governo ha annunciato la “rivoluzione verde” e la “transizione ecologica” con 74,3 miliardi di euro (il 38% dei quattrini del piano). Gli interventi sono una marea, ma alcuni hanno un po’ poco di green.

Le “infrastrutture per una mobilità sostenibile” (27,7 miliardi di euro), ad esempio, hanno in pancia “Alta velocità di rete e manutenzione stradale 4.0” (23,6 miliardi) e questo non ci risparmia brividi e perplessità, memori dei grandi danni ambientali di tante grandi opere.

Tornando alla sterminata lista green, non si capisce quali saranno i pesi con cui si finanzierà ora l’una, ora l’altra opera. La produzione e la distribuzione di energia più delle infrastrutture per alimentare veicoli elettrici e per lo sfruttamento dell’idrogeno liquido? L’ammodernamento della flotta automobilistica nazionale (ovvero il solito bonus per cambiare l’auto) più del piano nazionale ciclovie?

Che cosa vale di più per diventare green? La ciclabilità, le pipeline, l’alta velocità o cambiare l’auto? O tutto è uguale? Ma c’è dell’altro che mi preoccupa. Pagina 96, punto d: per dare attuazione alla transizione ecologica bisognerà introdurre dei meccanismi che assicurino che la valutazione di impatto ambientale (VIA) si “dovrà svolgere secondo un iter ulteriormente accelerato e semplificato rispetto a quello previsto”. Ma come è possibile? Perché il governo vuole fare le opere del piano facendosi degli sconti proprio su quelle procedure che, in modo preventivo, verificano se e quanto un’opera danneggia l’ambiente? Una tratta di alta velocità o una pipeline sono innocui a priori per l’ambiente? No. Allora che bisogno c’è di fare frettolosamente e per sommi capi la VIA? Nessuno.

Forse il Governo pensa che la nostra capacità di non fare le opere e di perdere i finanziamenti europei non sia da attribuire a ignavia politica o a cattive decisioni o a eccessi di burocrazia o a ruberie e corruttele o a una pubblica amministrazione sfiancata da anni di avvilimento o da una dequalificazione del personale tecnico o da una architettura iperframmentata delle amministrazioni locali inadatta ad affrontare le nuove sfide ambientali. No, l’inutile rallentatore è la VIA.

Ma con quale coraggio diciamo questa cosa? In quale rapporto scientifico autorevole è scritto? Nel mio piccolo, studiando un campione di 100 Valutazioni ambientali strategiche (le VAS sono le cugine minori della VIA e si applicano ai piani urbanistici prima che vengano approvati), potrei semmai lanciare l’allarme contrario: le VAS fanno acqua da tutte le parti e sono già migliaia le richieste di esclusione proposte nei e dai Comuni per evitare di farle.

La VIA non sta meglio e la Legge obiettivo di berlusconiana memoria la ridusse già a carta straccia. Dire che la VIA è un ostacolo alla transizione ecologica è come tagliare il ramo su cui la mettiamo. Al contrario, sapendo di essere fragili sul fronte di VIA/VAS, dovremmo investire di più per migliorarci ed essere più veloci. Come se questo non bastasse, al punto e) si introduce, di fatto, un’altra deroga: i piani urbanistici locali non dovranno disturbare l’attuazione dei progetti del Pnrr che, una volta approvati, costituiranno variante “automatica” al piano.

Addio: una nuova strada, non prevista dal piano regolatore del Comune tal dei tali, potrà consumare suolo senza che il piano possa battere ciglio. È un bel gesto di transizione ecologica questo? È grave. Il più grande piano di sviluppo del Paese passa sopra i piani locali come un chiodo sulla carrozzeria di un’auto. Siamo così sicuri che sia un bene e possibile fare questo? È davvero necessario fare rivoluzioni verdi pestando i piani locali?

Sono il primo a dire che il sistema urbanistico sia ingessato e abbia bisogno di riforme sostenibili che però non si fanno. Ma da qui a congelare l’urbanistica in cantina, ce ne passa. Sappiamo che dentro la pancia dei piani comunali ci sono tante ipotesi di trasformazione tossiche per l’ambiente e inutili per la società e il bilancio dello Stato. Ma lasciare le cose tossiche e magari imporne di altre, anche no. Tra le opere del Pnrr ci potrebbero essere pale eoliche, antenne per il 5G o 6G, strade, tunnel, rotonde, piattaforme logistiche, distributori di idrogeno, etc. Mille sono le trasformazioni invasive e impattanti alle quali, ope legis (e senza VAS), si darà approvazione urbanistica preventiva. Perché questo Paese per fare una “rivoluzione verde” deve far pagare il conto al verde stesso? Migliora la sua credibilità? Sono certo che si possa fare di meglio. E siamo ancora in tempo.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “100 parole per salvare il suolo” (Altreconomia, 2018)

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