Ambiente / Opinioni

La lezione dei parchi gioco nel dopoguerra di Amsterdam

Un’ispirazione ancora viva e attuale per la ricostruzione post Covid-19. Ma serve il coraggio della controintuizione. La rubrica del prof. Paolo Pileri

Tratto da Altreconomia 232 — Dicembre 2020
Uno dei 730 parchi realizzati ad Amsterdam da VanEyck

Nel post Covid-19, come nel dopoguerra, si dovrà ricostruire. Da dove partiamo? Abbiamo buone idee? Stiamo pensando a un piano per un futuro diverso dal copia-incolla delle dissipazioni del passato? Non ho certo io la ricetta in tasca, ma ho gran paura che l’urgenza, il tarlo del consenso, l’incubo dell’economia dei consumi, il Prodotto interno lordo ci riporteranno nella palude delle vecchie abitudini. Sarebbe un errore culturale clamoroso. Non guasta ricordare che se un virus ci ha fatto a pezzi è perché eravamo armati fino ai denti di un modello di sviluppo inceppato dove la questione ecologica è fanalino di coda. E così, nel bel mezzo della pandemia, sono tornate le richieste di cambiamento sovversivo.

Non è facile cambiare, ovvio. Ma sono cose difficili quelle che si chiedono a chi governa, altrimenti perché mandarli là? Per immaginare il futuro ed evitare flop, male non fa scavare nel passato. Ad esempio ad Amsterdam. Nel secondo dopoguerra, decisero di iniziare a ricostruire anche dai parchi gioco per bambini. Ma come, dopo ogni guerra le città sono a pezzi, la gente disperata e questi iniziano con i parchi gioco? Ma ricostruire non vuol dire fare case, uffici, fabbriche, strade, scuole, ospedali? Ad Amsterdam non fu solo quello. Controintuitivamente, il Comune affidò all’architetto Aldo Van Eyck il compito di realizzare giardinetti per bambini. Dal 1947 al 1970, senza sosta, ne realizza 730. Ci pensate? A Milano ce ne sono a tutt’oggi 644. A me sembra una storia meravigliosa e pazzesca da cui imparare come approcciare anche questo dopoguerra. Quella storia profuma di una politica che aveva in una mano il coraggio e nell’altra una visione. Coraggio e visione l’hanno resa più capace di decidere bene facendo qualcosa che strideva con l’urgenza di quel presente, ma si accomodava perfettamente nel futuro. Qualcosa che non serviva solo al catechismo della ripresa economica, ma a sperare in una società più sana, a partire da quei bambini che avevano pagato il prezzo durissimo di una guerra fatta dagli adulti.

730 sono le aree gioco per bambini costruite ad Amsterdam nel secondo dopoguerra. Progetti inediti, belli e sovversivi per disegnare un futuro molto, ma molto diverso. Che lezione stupenda

Anche questa “Covid-guerra” è stata scatenata da adulti intestarditi sulle loro idee di crescita, di sfruttamento dell’ambiente, di profitti sempre più facili e ricchi (per pochi). Non sto dicendo di fare aree gioco per bambini, evidentemente, ma di avere una visione audace basata su una riflessione su che cosa ci ha resi prima così deboli. E lì, poi, agire e reagire. Prendete la scuola, vittima illustre di Covid-19. Non siamo stati capaci di tenerla aperta non tanto per i banchi che abbiamo comprato a milioni (peraltro di plastica, perché quando c’è fretta di tamponare, i criteri ambientali minimi non si rispettano), quanto perché ci è sfuggito che la scuola inizia appena metti il piede fuori casa e non appena entri in classe. Se non c’è il marciapiede o la ciclabile o se passa un bus ogni tanto o se la metropolitana è affollata, a scuola arrivi con il virus e i banchi monoposto con rotelle non ti servono a un tubo. E tu che governi hai dato solo prova di non riuscire a vedere che le competenze sono oggi carta straccia perché abbiamo bisogno di un altro progetto di città, di territorio, di società.

Se ce ne usciremo con una lista miliardaria fatta di incentivi, condoni, autostrade, piattaforme logistiche al posto dei campi, seconde case per il solito turismo, abbandono delle aree fragili, nuovi mega stadi, linee ad alta velocità, si sappia che saranno miliardi che non ci renderanno più forti domani, che non risarciranno la natura che abbiamo stremato.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “100 parole per salvare il suolo” (Altreconomia, 2018)

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