Ambiente / Attualità

Pfas: presidio davanti alla Procura per chiedere la chiusura di Miteni e la bonifica del territorio

Con l’iniziativa si conclude il lungo agosto “No Pfas”, che ha portato la questione del grave inquinamento sui tavoli dei ministeri dell’Ambiente e della Salute. Intanto, il Consiglio regionale del Veneto ha approvato una risoluzione per avviare la bonifica e continua il monitoraggio sanitario della Regione sui residenti della “zona rossa”

Una manifestazione davanti alla Miteni spa. Foto di Federico Bevilacqua

Un “presidio pacifico” fisso, da questa mattina fino a martedì 28 agosto davanti al Tribunale di Vicenza, per fare “pressione nei confronti della Procura” e chiedere nuovamente “la chiusura dell’azienda Miteni” di Trissino (VI) -responsabile dello sversamento nell’acqua dei composti chimici perfluoroalchilici (Pfas)-, “il risarcimento dei danni” e “la bonifica dell’area” inquinata. Lo organizza il movimento No Pfas che anche quest’estate è stato attivo per tenere alta l’attenzione sul grave inquinamento della falda tra le province di Vicenza, Verona e Padova.
“Ormai la Procura ha tutti gli elementi per aprire un procedimento giudiziario nei confronti della Miteni e di tutti coloro che a vari livelli di responsabilità hanno consentito per anni che un inquinamento di immani dimensioni contaminasse tre Province della nostra Regione”, sottolineano l’associazione Cillsa (Cittadini per il lavoro, la legalità, la salute e l’ambiente) e il comitato Zero Pfas Agno Chiampo, che saranno presenti al presidio. E chiedono “l’intervento immediato” dei ministeri dell’Ambiente, della Sanità e della Giustizia, “affinché le indagini in corso vengano portate a completamento entro il più breve tempo possibile”, siano “individuati, puniti e rimossi i responsabili” e sia bonificato “tutto il territorio”.

Proprio il ministero dell’Ambiente si era pronunciato sulla vicenda a inizio agosto, annunciando la volontà di “riesaminare i valori limite allo scarico per i Pfas e per altre sostanze chimiche”. “Siamo di fronte a un’emergenza che va affrontata con tutti gli strumenti a nostra disposizione, tra cui il tavolo esteso a tutte le Regioni, le quali hanno competenza sui valori limite di queste sostanze negli scarichi”, aveva affermato il ministro Sergio Costa.
Pochi giorni prima, i rappresentanti di Legambiente nazionale, del circolo “Perla Blu” di Cologna Veneta (VR) e della Rete dei Gruppi d’acquisto solidale vicentini erano stati ricevuti a Roma dal capo della Segreteria tecnica del ministero della Salute, Giuseppe Amato, dal direttore generale della Prevenzione sanitaria, Claudio D’Amario, e dal direttore del reparto di Igiene delle acque interne dell’Istituto superiore di sanità, Luca Lucentini. Ai tecnici hanno consegnato una relazione sulle criticità sanitarie ancora irrisolte rispetto all’inquinamento dovuto ai Pfas.
“Durante l’incontro abbiamo denunciato la mancanza di allacciamenti sicuri per gli acquedotti -racconta Piergiorgio Boscagin, presidente del circolo ‘Perla blu’ di Legambiente-. Per realizzare delle condotte sicure servono almeno quattro anni di lavori: se iniziassero subito, a lavori finiti saranno passati nove anni dalla scoperta dell’inquinamento. Non abbiamo ancora informazioni precise sul grado di contaminazione delle acque superficiali e dei prodotti agricoli: abbiamo chiesto che siano fatti maggiori controlli sulle fonti irrigue. E che sia portato avanti un lavoro di sensibilizzazione della popolazione, ma anche dei medici di base”. La delegazione ha anche chiesto l’appoggio del ministero per la messa al bando della produzione e dell’uso di tutte le sostanze perfluoroalchiliche e l’estensione dello screening sanitario alla “zona arancio” (ne abbiamo scritto sul numero 206 di Altreconomia).
“Alla fine dell’incontro ho lasciato un omaggio simbolico -dice Marzia della ReteGas vicentina-: un pacchetto di farina di frumento coltivato in un campo dell’ovest vicentino, inquinato da più di 40 anni. Ci hanno rubato l’acqua e ora anche il pane. Ma noi continuiamo a fare pressione perché si raggiunga l’obiettivo ‘Pfas zero’, a chiedere che chi è responsabile dell’inquinamento paghi e anche a proporre delle alternative al consumo di prodotti contenenti Pfas da filiere pulite e virtuose”, sottolinea. La delegazione No Pfas ricevuta al ministero della Salute ha ottenuto la promessa di una nuova convocazione in settembre, in un incontro congiunto con il ministero dell’Ambiente.

Anche la Regione Veneto si è mossa a inizio agosto, quando la Commissione d’inchiesta sull’inquinamento da Pfas -presieduta dal consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, Manuel Brusco- ha portato in Consiglio la relazione finale di 447 pagine, approvata a maggioranza. Brusco è stato anche il primo firmatario della risoluzione 88 (“Inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) in Veneto, contaminazione da Pfas della popolazione, esposizione occupazionale e contaminazione dei lavoratori di Miteni spa”), votata all’unanimità, che impegna la Giunta regionale ad assumere un ruolo di coordinamento nel completamento dell’indagine per la bonifica del sito industriale della Miteni spa, “valutando l’ipotesi di chiusura del sito”. La risoluzione prevede anche la realizzazione di una nuova rete di acquedotti “che garantisca l’approvvigionamento alternativo di acqua destinata al consumo umano”; la predisposizione di un piano irriguo per “garantire l’adeguata portata d’acqua priva di Pfas al settore agricolo”; l’analisi sulla presenza di sostanze chimiche degli scarichi industriali e delle discariche; la stesura di un piano industriale per sostituire i Pfas nelle produzioni; l’estensione dello screening “ad ogni fascia d’età e a particolari sottogruppi a rischio più elevato”; la salvaguardia “della salute e del diritto sociale al lavoro dei lavoratori” della Miteni e un confronto con il Governo per fissare i limiti normativi sulle sostanze perfluoroalchiliche nell’acqua destinata al consumo umano.

Intanto, a fine luglio, era stato pubblicato il sesto rapporto regionale sull’andamento del “Piano di sorveglianza sanitaria sulla popolazione esposta a Pfas”, che elabora gli esiti delle analisi del sangue di 13.856 residenti nella “zona rossa”, nati tra il 1973 e il 2002. Il Piano di sorveglianza, avviato nel dicembre 2016, raggiungerà i residenti nati tra il 1951 e il 2002 dei 30 Comuni dell’area di massima esposizione all’inquinamento da Pfas, “secondo un ordine di età anagrafica crescente, ad esclusione dei soggetti nati tra il 2003 al 2014”, per i quali si prevede una chiamata successiva.
“I soggetti già invitati sul totale delle persone da invitare sono il 39,8%; quelli che hanno aderito alla chiamata e si sono presentati alla visita sono il 60%”, si legge nel bollettino regionale. E sono 7.716 (pari al 56%) “le persone alle quali è stato indicato di iniziare un percorso di approfondimento (di secondo livello) prenotando una visita presso l’ambulatorio internistico e quello cardiovascolare”.
“Mantenendo questa frequenza di chiamata della popolazione per lo screening, a essere ottimisti servirà ancora un anno e mezzo per concludere il monitoraggio e poi servirà un altro periodo per l’elaborazione dei dati”, osserva Francesco Bertola, medico della sezione Isde (International Society of Doctors for the Environment) di Vicenza. “Questa variabile temporale ci interessa perché solo quando si avranno le conclusioni del monitoraggio regionale “si potranno finalmente produrre conclusioni scientificamente valide sulla responsabilità dei Pfas nel determinare le patologie osservate. Attualmente il 56% della popolazione esaminata in questo piano di monitoraggio (7.716 su 13.856), presenta delle alterazioni sotto il profilo metabolico, endocrinologico o renale nelle analisi eseguite, e per questo viene inviata ad un percorso sanitario di secondo livello, di approfondimento. Questi numeri sono di gran lunga superiori a quelli che la stessa Regione ipotizzava nella Dgr 851/2017, in cui istituiva gli ambulatori di secondo livello, e questo ci può dare un’idea di quanto sia grave sul piano sanitario questa contaminazione”.
Così i tempi si allungano e l’inquinamento si aggrava. Sono 12 le sostanze Pfas monitorate, ma i composti rinvenuti in più del 50% della popolazione sono quattro: Pfoa, Pfos, PfhxS e Pfna. “Si confermano le differenze per genere (le donne hanno concentrazioni mediane più basse rispetto ai maschi, ndr) e per zona di residenza -spiega Bertola-. I residenti nell’area rossa A presentano concentrazioni più elevate dei residenti nell’area rossa B”. Precisamente, come si legge nel report della Regione, “le concentrazioni mediane di Pfoa e PfhxS nell’area rossa A (54,3 ng/ml e 4,5 ng/ml rispettivamente) risultano quasi doppie rispetto a quelle dell’area rossa B (35,3 ng/ml e 2,8 ng/ml rispettivamente). Più contenuta la differenza per quanto riguarda il Pfos (4,3 ng/ml nell’Area A e 3,3 ng/ml nella B)”.
“La differenza è dovuta al fatto che nella zona rossa A sia l’acquedotto che la falda sono inquinate; nella zona rossa B, invece, l’inquinamento ha coinvolto solo la rete acquedottistica -spiega Bertola-. Ma la novità più rilevante sta nel fatto che per la prima volta abbiamo dei dati suddivisi per anni di residenza trascorsi nell’area inquinata ed emerge chiaramente che le concentrazioni di Pfas nel sangue aumentano con il passare del tempo nell’area contaminata, essendo sostanze bioaccumulabili”. E in questo ultimo bollettino si accenna anche a un altro grande tema: quello dell’inquinamento lungo la catena alimentare. Osservando i dati sulla correlazione tra la concentrazione di Pfas nel sangue e l’uso di un orto per la produzione di alimenti ad autoconsumo, si osserva un cambiamento a seconda del tipo di irrigazione usata per gli ortaggi -tramite l’acquedotto o il pozzo- e l’area di residenza. “I dati confermano i criteri di classificazione delle aree rosse A e B, con valori maggiori nell’area rossa A per chi consuma ortaggi irrigati con acqua di pozzo e viceversa per i residenti nell’area rossa B, dove l’inquinamento coinvolgeva la sola rete acquedottistica”, si legge.

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