Interni

Patrimonio in palio

A Siena i privati entrano nella gestione della ricchezza artistica. “È in corso la disneyzzazione dell’arte italiana” spiega Tomaso Montanari, dell’università di Napoli

Tratto da Altreconomia 149 — Maggio 2013

Bastano 25 euro per varcare la “porta del cielo”. Che è aperta -anche se solo su prenotazione- dal 6 aprile 2013. Fino al 27 ottobre, i biglietti si ritirano a fianco del Duomo di Siena (nella foto): dopo potrete salire per un visita guidata dei tetti del monumento, “una serie di locali mai aperti al pubblico, in cui per secoli nessuno è potuto accedere, se si eccettuano le maestranze dirette dai grandi architetti che si sono avvicendati nei secoli”, come spiega il comunicato stampa di Opera-Civita Group, la società per azioni che gestisce il servizio prenotazioni, informazioni e visite guidate per il complesso del Duomo di Siena.
Secondo Mario Lorenzoni, rettore dell’Opera della Metropolitana di Siena (www.operaduomo.siena.it), che ha la proprietà dell’immobile, è un’occasione unica per vedere “occhi negli occhi” la Torre del Mangia nella vicina Piazza del Campo; altri, invece, pensano che sia il simbolo della disneyzzazione dell’acropoli senese, che dal 1995 fa parte della lista Unesco dei siti Patrimonio mondiale dell’umanità. Tra loro c’è Tomaso Montanari, che insegna Storia dell’arte all’Università di Napoli, e che proprio a Siena dedica il capitolo iniziale del suo libro “Le pietre e il popolo”, perché -spiega- “è il luogo dove è più evidente il contrasto tra storia recente e antica, e ciò che sta accadendo oggi. E questo riguarda la gestione del patrimonio ma non solo, come dimostra la vicenda del Monte dei Paschi di Siena. Il rischio si chiama ‘distorsione del patrimonio’, e non riguarda solo la decadenza materiale, ma quella morale, che ne è causa. Non sappiamo più cosa farcene del patrimonio, e allora lo roviniamo”.
Per rendere evidente che cosa intenda, Montanari racconta un’altra iniziativa di Civita spa a Siena, che con l’avvio della stagione turistica ha pensato bene (a partire dal 17 aprile) di ospitare nella cripta sotto il Duomo di Siena il San Giovanni Battista di Caravaggio, proveniente dalla Pinacoteca Capitolina di Roma: “È probabile che a quest’opera del 1602 non faccia bene l’umidità della cripta, ma poco importa”. Vedere il Caravaggio in trasferta costerà 8 euro.
“Siena è bella perché s’è infilata a fine Settecento in un binario morto della storia: la sua bellezza è una conquista dell’isolamento -spiega Montanari-. Da questa solitudine discendeva una comunità dotata di una integrità generale, che coinvolgeva la dimensione civile e quella religiosa. Oggi la città ha recuperato due secoli in dieci anni: e l’integrità ha lasciato il posto a una disgregazione totale”. L’esempio, eclatante, riguarda proprio l’Opera della Metropolitana-Fabbriceria della Cattedrale, che -spiega Montanari- “ha venduto una parte della propria istituzione, quella che si occupa di didattica e conoscenza, e lo ha fatto senza che la città insorgesse”. È successo due anni fa, il 29 aprile 2011, quando l’Opera, che è una organizzazione non lucrativa di utilità sociale (onlus), ha ceduto “un ramo d’azienda” a Opera Laboratori Fiorentini spa, la società controllata da Civita Servizi srl che già gestiva tutti i servizi di accoglienza e assistenza alla visita in più di 20 musei del Polo museale della città di Firenze.
Con circa 60 milioni di fatturato, Civita Servizi srl è il primo gruppo italiano del settore servizi museali, e gestisce -tra gli altri- il Museo del Novecento a Milano e la Reggia di Caserta. Guidata dall’ex presidente di Confindustria Luigi Abete (presidente) e da Albino Ruberti (ad), è nata per gemmazione dall’associazione Civita (cui presidente onorario è Gianni Letta), e vede tra i propri soci Cinecittà Entertainment, De Agostini Editore, Fondazione Banco di Sicilia, Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria.
 

Che Civita sia calata anche su Siena forse sono stati in pochi ad accorgersene. Del resto, “l’Opera della Metropolitana di Siena, ente no profit, informa” in italiano e in inglese, con insegne presso la biglietteria, che “i proventi della vendita dei biglietti vengono destinati alla conservazione e al restauro del Complesso artistico-museale del Duomo di Siena”. Se è davvero così, sei felice anche di pagare 4 euro per entrare nel Duomo (da marzo 2013, +25% rispetto allo scorso anno) e -in caso di fila- di aggiungere un euro in più per saltarla. Ma basta sfogliare il contratto d’appalto tra Opera della Metropolitana onlus e Opera Laboratori Fiorentini spa per rendersi conto che non è più così, perché dei “proventi derivanti dalla vendita dei biglietti di ingresso ai monumenti” la società di Civita trattiene il 35 per cento degli incassi fino ai primi 5,1 milioni di euro, e il 50 per cento delle eccedenze, e versa all’Opera della Metropolitana solo il 7% degli incassi per audioguide, videoguide, radioguide.
Questo fino al 30 aprile 2016, a meno che il Tribunale di Siena, nella funzione di giudice del lavoro, non riconosca la bontà del ricorso intentato nel giugno del 2011 da 11 ex dipendenti dell’Opera della Metropolitana, “ceduti” con il ramo d’azienda. Ma il ricorso, non riguarda solo il diritto del lavoro: il contratto tra la onlus senese e la spa del gruppo Civita, infatti, prevede, in cambio di 41mila euro, il passaggio di tre attività, cioè l’accoglienza, la cura delle iniziativa culturali e il marketing, che sono “strettamente connesse all’attività di valorizzazione e cioè -spiegano gli avvocati nel ricorso- ad una delle tre fondamentali fasi in cui si articola l’attività svolta nei confronti dei beni culturali” da parte dell’Opera della Metropolitana. Cedendo questo “ramo d’azienda”, cioè, la onlus verrebbe meno a una delle attribuzioni, che è quella di mantenere i beni di cui è proprietario o di cui ha la disponibilità -Duomo, Battistero di San Giovanni, Libreria Piccolomini, Museo dell’Opera ed altri- “come bene culturale di interesse generale per la società, quale patrimonio storico ed artistico che non è della sola comunità locale o nazionale, ma di tutta l’umanità”, com’è riconosciuto anche dall’Unesco.

Per l’Opera della Metropolitana, gli undici dipendenti svolgevano (e svolgono tutt’ora) dei servizi (biglietteria, manutenzione, guida, elaborazione culturale), che -secondo i loro legali- non possono nemmeno essere qualificati come “ramo d’azienda”, perché esso non ha “una sua autonomia funzionale, […] una sorta di piccola azienda in grado di funzionare in modo autonomo”. Senza il Duomo, e gli altri monumenti, gli undici non potrebbero lavorare. Fortuna vuole che l’Opera della Metropolitana abbia affidato, con un appalto, proprio a Civita la gestione di questi servizi. Resta una domanda cui anche il Prefetto di Siena, che ha potere di controllo sull’Opera della Metropolitana, in quanto Fabbriceria, per il momento non ha risposto: com’è possibile per la onlus appaltare un servizio dopo la cessione del ramo di azienda, quando non poteva più disporre dell’“attività” oggetto di appalto? Oggi il Comune (commissariato) sta affidando ai privati anche il complesso di Santa Maria della Scala. E il nome del vincitore della gara per il gigantesco (200mila metri cubi) edificio di fronte al Duomo, è proprio Civita.
 

L’arte a raccolta
Oltre 500 tra professori, dottorandi e studenti di storia dell’arte si sono incontrati a L’Aquila, domenica 5 maggio 2013 (laquila5maggio.wordpress.com). L’iniziativa, “Storici dell’arte e ricostruzione civile”, è un’idea di Tomaso Montanari cui hanno aderito “su basi etiche, materiali e scientifiche, e non corporative, di tutte le associazioni che rappresentano gli storici dell’arte, cosa mai successa finora” racconta il promotore. Tre, per Montanari, gli obiettivi: “Lo storico dell’arte ha l’obbligo di ‘vedere le cose con i suoi occhi’, e ho l’impressione che il 90% di quelli italiani non siano tornati a L’Aquila dopo il 6 aprile 2009. Quand’è successo a me, nel marzo 2011, ho visto qualcosa che non ero pronto ad accettare: un centro monumentale totalmente abbandonato”. Oggi, a cantieri aperti, “abbiamo l’obbligo di partecipare a scelte non facili: da L’Aquila parte un dibattito scientifico su cosa fare e non fare, per il patrimonio culturale del Paese”. Infine, conclude Montanari, “questa visita serve alla comunità scientifica, che studia il rapporto tra l’arte, una città e i suoi cittadini, e non la fuga dalle città per chiudersi nelle mostre. In una città senza cittadini, dove le pietre e il popolo sono separati forse per sempre, il nostro obiettivo è quello di tenerli insieme”.      

Non un fine, ma un mezzo
Il patrimonio culturale non dev’essere visto come fine: è un mezzo attraverso il quale produrre conoscenza in una chiave democratica, e costruire -come aspira la Costituzione- cittadini adulti consapevoli. Il legame tra la storia dell’arte e la cittadinanza (attiva) è l’obiettivo di Tomaso Montanari nel suo “Le pietre e il popolo” (minimum fax, 2013, 12 euro). A novembre 2012 l’autore ha vinto la seconda edizione del “Premio Giorgio Bassani”, indetto da Italia Nostra. 

 

 

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