Economia

Paradisi fiscali: il risparmio è assicurato

Basta aprire una societa’ in Irlanda cui pagare premi e polizze per versare meno tasse in patria.
Un meccanismo usato, tra le altre, da Eni ed Enel

Tratto da Altreconomia 121 — Novembre 2010

A dispetto del nome, il “Double Irish” non è un cocktail a base di whisky. Si tratta di un trucco contabile utilizzato da alcune imprese negli Usa che controllano una filiale in Irlanda, la quale a sua volta ne controlla una alle Bermuda. La legislazione statunitense considera da un punto di vista fiscale l’impresa irlandese e quella alle Bermuda come una sola entità, mentre l’Irlanda le vede come separate. In questo modo è possibile “giostrare” con i bilanci e i profitti e diminuire il carico fiscale nella madrepatria statunitense. Questa è solo una tra le migliaia di possibilità che strapagati studi di avvocati e consulenti scovano, interpretano e mettono a disposizione delle imprese e delle persone più facoltose che vogliano “ottimizzare” il loro carico fiscale, ovvero pagare meno tasse o non pagarne affatto.

Per quanto queste operazioni possano sembrare assai dubbie al cittadino comune, non sono quasi mai illegali. Benvenuti nella gigantesca zona grigia dove le legislazioni nazionali non arrivano e dove quella internazionale non esiste. Dove tutto è lecito se non è espressamente vietato e dove il poco che sarebbe vietato viene occultato a dovere. Benvenuti nel mondo dei paradisi fiscali, ovvero -nella definizione più ampia- delle decine di territori che permettono di evitare l’applicazione di una normativa di un altro Paese. Un altro meccanismo è quello delle compagnie di assicurazione registrate in territori a bassa tassazione e interamente di proprietà di imprese situate altrove. L’impresa madre paga ogni anno le polizze alla società assicurativa, registrando a bilancio il relativo costo e diminuendo di conseguenza gli utili e il carico fiscale. I profitti corrispondenti figurano ora nei conti della società assicurativa estera e vengono tassati in base alla legislazione locale. Eni ed Enel possiedono entrambe una loro società di assicurazione o di riassicurazione in Irlanda, rispettivamente la Eni Insurance Ltd e la Enel Re Ltd, quest’ultima controllata tramite l’olandese Enel Investment Holding BV. Secondo la legge irlandese, la tassazione sugli utili realizzati da queste due imprese assicurative è del 12,5%, molto più bassa che in Italia.

Vediamo il caso della compagnia del cane a sei zampe. Ogni anno l’italiana Eni SpA paga delle polizze assicurative all’irlandese Eni Insurance, controllata al 100%. Lo stesso amministratore delegato Paolo Scaroni ha dichiarato, durante l’assemblea 2010, che la società assicurativa irlandese agisce unicamente per l’Eni, ovvero, come si dice in gergo, è una società “captive”. Le polizze che vengono pagate dall’Italia all’Irlanda rappresentano quindi uno spostamento di capitali interno al gruppo. Un costo supplementare per la società in Italia, un utile corrispondente per quella in Irlanda. Se gli utili complessivi del gruppo non cambiano, c’è però una differenza fondamentale. La tassazione in Irlanda è del 12,5%, in Italia del 33%. In base ai dati riportati nel bilancio consolidato, nel corso del 2009 Eni Insurance ha realizzato un utile di 71.554.994 euro. Se questo è l’utile netto dopo la tassazione del 12,5%, quello lordo era pari a 81.777.136. Se la compagnia di assicurazione fosse stata registrata in Italia, quest’ultima cifra, tassata al 33%, avrebbe prodotto un utile netto di 54.790.681 euro, a fronte degli oltre 71 effettivamente realizzati. In mancanza di maggiori informazioni, questo calcolo approssimativo sembra mostrare come la sola scelta di registrare l’impresa di assicurazioni in Irlanda invece che in Italia abbia portato Eni a “risparmiare” oltre 16,7 milioni di euro di tasse. Questa può sembrare una cifra relativamente modesta se parliamo di un gigante come Eni. È però da notare che la somma si riferisce ai vantaggi fiscali legati alla semplice registrazione all’estero di una singola impresa, e a un unico anno di attività.
Quasi tutte le grandi imprese italiane hanno decine di controllate all’estero, con le funzioni e nei Paesi più svariati.Gli strumenti tecnici per controllare la finanza e fermare i paradisi fiscali ci sono. È solo questione di volontà politica. Che manca.

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