Economia / Opinioni

L’ossimoro “no global” del Movimento 5 stelle

Da un lato l’attacco al colonialismo francese, dall’altro un acceso nazionalismo, concentrato nella difesa delle coste italiane dagli sbarchi dei migranti. E la vittima più immediata di simili forzature sarà la già fragile coscienza europea. L’analisi di Alessandro Volpi

In questi giorni, nel panorama italiano, sta nascendo una nuova corrente di pensiero, forse un po’ estemporanea che potrebbe essere definita, con una certa dose di fantasia, l’antiglobalismo nazional-terzomondista. È vero che anche in passato si è assistito, soprattutto a destra, a una dura critica alla globalizzazione in nome degli interessi nazionali. Marine Le Pen, Donald Trump, un certo populismo sovranista hanno interpretato diverse declinazioni di una visione che intende difendere la nazione degli autoctoni contro i mercatismi e le delocalizzazioni.

Questo antiglobalismo di matrice nazionale non aveva però grande attenzione per le popolazioni africane o per quelle di altre parti del mondo “povero”. Anzi tendeva a coltivare una non troppo celata vocazione xenofoba, fondata sulla retorica dei muri e delle rigide chiusure nei confronti dei flussi di persone, considerati sempre e comunque una minaccia. Aiutare gli africani a casa loro significava -e significa- soprattutto tenerli a debita distanza.

C’è stato poi un antiglobalismo no global, che contestava sia la libera circolazione dei capitali e la turbofinanziarizzazione sia i nazionalismi patriottardi. Si tratta del movimento di Seattle, esploso dal 1999, che mirava alla cancellazione del debito e all’affermazione della democrazia dei beni comuni, abbinandole con forza alla necessità di una piena, libera circolazione dei migranti, senza troppe distinzioni fra richiedenti asilo e chi si spostava alla ricerca di un lavoro.

Ora, con le prese di posizione di alcuni esponenti di spicco del Movimento 5 stelle nasce invece il già ricordato antiglobalismo nazional-terzomondista che sincretizza bene le varie anime contraddittorie del movimento stesso. Da un lato infatti si assiste a un ruvido, e fin quasi consunto, attacco all’imperialismo e al colonialismo francese che mette insieme il repertorio delle feroci critiche ottocentesche di Francesco Crispi, la retorica antitransalpina del Ventennio e le più tradizionali battutacce sportive mescolandole con la vena polemica, maturata a sinistra dal movimentismo a partire dagli anni Settanta. Si rievocano così il tradimento degli accordi di Cotonou e la mancata decolonizzazione, responsabile dell’impoverimento degli Stati “falliti” e dello sfruttamento monetario, fiscale ed economico legato al franco francese.

Dall’altro lato si profila un nazionalismo altrettanto acceso, concentrato nella difesa delle coste italiane dagli sbarchi dei migranti, con tanto di minacce di indirizzare i profughi a Marsiglia, che ricorda la politica delle cannoniere di inizio Novecento e male si combina con la vena no global cara a una parte dei 5 stelle, impegnati a più riprese a criticare gli egoismi e la scarsa lungimiranza occidentale.

Si sta assistendo in altre parole a una fulminea, e forse un po’ pasticciata, disarticolazione di molte chiavi di lettura della storia contemporanea destinate ad essere ricomposte in un racconto ibrido che, purtroppo, lascia l’impressione di essere pensato per tenere insieme una coabitazione di governo complessa e per parlare ad un elettorato decisamente eterogeneo. A tale elettorato, a forza di comunicare il superamento delle distinzioni fra destra e sinistra, si finisce per fornire però un vero e proprio ossimoro -l’antiglobalismo nazional-terzomondista- difficile da argomentare al di là delle didascalie gridate.

Questo ossimoro poi porta con sé tre ulteriori limiti. Il primo è rappresentato dal fatto che il colonial-imperialismo francese, così come definito dagli esponenti del governo italiano, si esercita in zone che non sono interessate da flussi migratori realmente significativi: quindi l’uso politico che si può fare di tale definizione in materia di migranti appare assai debole e per essere almeno parzialmente efficace deve essere decisamente brutale.

Il secondo limite, però, è ancora più insidioso perché fornisce un’immagine dell’Africa come di una realtà grossolanamente unitaria, senza distinzioni interne, che deriva i propri guai da ragioni di ordine monetario; una secca semplificazione del tutto inaccettabile per un Paese come l’Italia che costituisce, inevitabilmente, la porta d’accesso all’Europa. L’Africa ha più di 1,3 miliardi di abitanti contro i 510 milioni dell’Europa e tra 35 anni ne avrà 2,5 miliardi contro i 450 milioni di europei. Non si può affrontare una questione di simili proporzioni con ossimori artificiali.

Il terzo limite consiste nella sostanziale omogeneità del metodo utilizzato per attaccare la Francia con quello spesso impiegato contro la Germania: si elaborano in maniera molto rudimentale stereotipi, in genere ricondotti alla moneta (l’euro “tedesco”, il franco “coloniale”), e si adoperano per costruire nemici dei “reali” interessi italiani e della “vera democrazia” planetaria verso cui indirizzare l’opinione pubblica in chiave chiaramente elettoralistica. La vittima più immediata di simili forzature sarà la già fragile coscienza europea che non può certo essere il risultato di una tribolata convivenza fra Stati sull’orlo della crisi di nervi.

Università di Pisa

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