Diritti / Opinioni

L’onda nera che risale. In Italia e in Europa

Opportunismo delle élite e conformismo dei cittadini lasciano strada libera all’estrema destra. Com’è già accaduto per fascismo e nazismo. La rubrica di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 198 — Novembre 2017

Il 12,6% in Germania, il 26 in Austria: i partiti di estrema destra -il tedesco Afd, l’austriaco Fpö- fanno il pieno di voti in Paesi, diciamo così, delicati vista la storia politica che hanno alle spalle. Il successo arriva sull’onda di campagne elettorali giocate su pochi concetti e parole chiave: il no all’immigrazione, l’islamofobia, la diffidenza per l’Unione europea. Nella retorica di molti comprimari -a volte anche dei leader- di queste formazioni e di altre analoghe nel resto d’Europa compaiono anche affermazioni di esplicito consenso verso nazismo e fascismo, regimi risalenti a una mitizzata età dell’oro. In Europa sta cadendo un tabù. In Italia la “crisi dell’antifascismo” evocata una dozzina di anni fa dallo storico Sergio Luzzatto è tutt’altro che superata e si moltiplicano non solo la presenza pubblica di formazioni radicali come Forza Nuova e Casa Pound ma anche la legittimazione sociale e culturale del discorso revisionista, come gli storici hanno definito negli anni scorsi il tentativo di dare nuova legittimazione al fascismo attraverso operazioni più o meno esplicite: dal ritorno a un generico culto della patria, alla minimizzazione delle responsabilità storiche del regime fascista (ad esempio nelle sue feroci politiche colonialiste), fino all’attacco diretto all’odiata controparte: i partigiani e la tradizione della resistenza.

L’onda elettorale dell’estrema destra comincia a spaventare e si corre confusamente ai ripari. Alla Camera dei deputati è stata da poco approvata una legge che punisce l’apologia del fascismo e del nazismo, primo firmatario il deputato Emanuele Fiano, figlio di un cittadino ebreo deportato ad Auschwitz. La legge Fiano punisce con la reclusione fino a due anni chiunque diffonda i simboli e i contenuti di fascismo e nazismo, anche attraverso la gestualità. Alcuni hanno accolto con favore la legge (in attesa di approvazione al Senato), altri ne hanno denunciato il carattere vessatorio e illiberale, altri ancora si sono domandati se ci sia davvero bisogno di una legge del genere in un Paese che già proibisce la ricostituzione del partito fascista (legge Scelba) e l’istigazione all’odio razziale (legge Mancino). Il dubbio è se il divieto di esibire in pubblico simboli e contenuti dell’ideologia fascista sia davvero una via efficace per contrastare la corrente di consenso che circonda movimenti politici che lucrano sulla diffusa retorica xenofoba e sul clima di paura e insicurezza alimentato negli anni scorsi dal sistema mediatico e di potere. Pesa di più, nella crescita di quei consensi elettorali, la sporadica evocazione del duce o la diffusa sindrome da invasione di immigrati? La nostalgica esibizione di un drappo del Ventennio o l’accettazione generale di slogan come “aiutiamoli a casa loro” e “padroni a casa nostra”?

Sono i dilemmi di questi decisivi tempi. Fabio Cusin, in un libro troppo dimenticato -“Antistoria d’Italia”, uscito nel 1948- attribuiva il successo del fascismo fra le due guerre a un certo costume nazionale -passivo e servile- che si sommava alla tendenza delle classi dirigenti ad approvare le “rivoluzioni reazionarie” attuate da singole figure (come Mussolini) o piccoli gruppi (le élite risorgimentali e prima ancora le oligarchie locali). Cusin, nel suo dirompente e polemico libro, non proponeva soluzioni e tanto meno salvifiche misure normative, indicava però le cause profonde della malattia: il conformismo e la passività dei cittadini, l’opportunismo delle élite. Non sarà una legge a invertire la direzione dell’onda che sale.

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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