Ambiente / Attualità

La strage silenziosa dei difensori dell’ambiente

La denuncia di Global Witness: nel 2016 sono stati uccisi almeno 200 attivisti, tra cui Berta Cáceres, uccisa a colpi di pistola per la sua battaglia contro la costruzione di una diga. Circa il 40% delle vittime appartenevano a popoli indigeni

Marcia dei nativi americani per protestare contro la Dakota Access Pipeline (DAPL) © AFP
Marcia dei nativi americani per protestare contro la Dakota Access Pipeline (DAPL) © AFP

“Non impicciarti di quello che non ti riguarda se vuoi evitare problemi. Anche tua madre potrebbe sparire se tu continui a parlare”. Per Jakeline Romero, attivista ambientale colombiana, questo è l’ennesimo messaggio di una lunga serie di minacce da quando la donna, che appartiene alla tribù indigena degli Wayúu, ha iniziato a denunciare lo scempio che si sta consumando nella penisola de La Guajira, nel nord est della Colombia.

Si tratta della più grande miniera a cielo aperto dell’intera America Latina, di proprietà della compagnie inglesi Glencore, BHP Billiton e Anglo-American. Nel corso degli ultimi trent’anni i lavori di ampliamento della miniera hanno costretto migliaia di indigeni a lasciare le proprie case. Inoltre gli indigeni Wayúu denunciano da tempo la riduzione e l’inquinamento dell’acqua, che ha provocato severe siccità nella regione. “Ci minacciano per farci tacere. Ma io non posso stare in silenzio di fronte a quello che sta succedendo alla mia gente -dice Jakeline Romero-. Noi combattiamo per la nostra terra, per la nostra acqua, per le nostre vite”.

Jakeline è una dei tanti leader indigeni che subiscono minacce in Colombia. Una battaglia, quella per la tutela dell’ambiente, che miete ogni anno decine di vittime. Secondo l’ultimo rapporto di “Global Witness” – associazione impegnata nella tutela dei difensori dell’ambiente – sono almeno 37 i concittadini di Jakeline che hanno perso la vita per difendere l’ambiente in cui vivono. Almeno la metà, appartenevano a popoli indigeni.

Il report di “Global Witness” disegna uno scenario allarmante: sono almeno 200 (poco meno di quattro a settimana) gli attivisti per la difesa dell’ambiente uccisi nel 2016. Un dato in crescita rispetto al 2015 (le vittime censite furono 185) e che si è allargato su ben 24 Paesi contro i 16 registrati l’anno precedente. “Questi dati ci raccontano una storia preoccupante –riflette Ben Leather, attivista di “Global Witness”-. La battaglia per difendere l’ambiente si sta facendo sempre più dura e il costo si può contare in vite umane”.

Tra le vittime del 2016, il nome più noto è certamente quello di Berta Cáceres, uccisa il 2 marzo 2016 a colpi di pistola nella sua casa di La Esperanza (Honduras). Berta – madre di quattro figli – era impegnata da anni nella difesa dei diritti degli indigeni lenca e delle loro terre contro lo sfruttamento minerario ed energetico delle grandi aziende. La sua ultima battaglia – quella contro la costruzione della diga “Agua Zarca” – le è costata la vita. Nel corso del 2016 nel Paese sono stati uccisi 14 attivisti, facendo dell’Honduras il paese più pericoloso dell’ultimo decennio. Per i difensori dell’ambiente.

A pagare il prezzo più alto di questa guerra sono i popoli indigeni: il 40% delle vittime censite da “Global Witness” sono proprio gli appartenenti a queste popolazioni. Una minoranza particolarmente vulnerabile, che subisce i maggiori danni dalla distruzione dell’ambiente a seguito dell’espropriazione delle terre, della costruzione di dighe o miniere. Progetti che solitamente vengono imposti alle popolazioni locali senza che questi possano dare un consenso e che – quando protestano- sono vittime anche della violenza della polizia.

L’America Latina resta il posto pericoloso per i difensori dell’ambiente (il 60% delle vittime censite si registra qui) con picchi preoccupanti in Brasile (49 morti, quasi un quarto del totale) e in Colombia dove le aree che fino a poco tempo fa erano sotto il controllo della guerriglia ora sono nel mirino di compagnie estrattive e paramilitari.

L’India, invece, ha visto triplicare il numero delle persone uccise a seguito di violente repressioni della polizia: dalle 6 uccisioni registrate nel 2015 alle 16 del 2016. Chi protesta contro i crimini ambientali, come gli indigeni Dongria Kondh, viene bollato come un pericoloso estremista, che si oppone allo sviluppo economico del Paese. “Global Witness” ha documentato un preoccupante aumento della repressione da parte della polizia: poco meno della metà delle vittime censite in India, infatti, ha perso la vita durante manifestazioni di protesta.

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