Economia / Varie

Oltre la globalizzazione

Dalla crisi del modello neoliberista all’agenda dei movimenti. Intervista a Walden Bello, analista economico filippino e autore di saggi sul mercato globale: "Crescono esperienze di resistenza al neoliberismo che rivendicano il controllo sulle proprie vite, e queste istanze determinano inevitabili conflitti. Non tutte queste resistenze sono positive: l’ISIS (Islamic State in Iraq and Syria), ad esempio, riflette le stesse dinamiche egemoniche e militari di attori ai quali si oppone" —

Tratto da Altreconomia 165 — Novembre 2014

Walden Bello è tra i fondatori di Focus on the Global South (focusweb.org), un’organizzazione nata nel 1995 per combattere il neoliberismo e la globalizzazione guidata dalle imprese, con uffici a Bangkok, New Delhi e Manila. Senior analist per Focus, è anche membro del Parlamento filippino e autore di numerosi saggi sulla globalizzazione.
L’ultimo libro -pubblicato nel 2013 da Zed Books- s’intitola “Capitalism’s Last Stand? Deglobalization in the Age of Austerity”, l’ultima sfida del capitalismo, la deglobalizzazione nell’età dell’austerità. “Stiamo vivendo un momento di passaggio -spiega Bello-: da un lato, una crisi sistemica di cui non si vede la fine, dall’altro l’emergere di un nuovo polo dell’economia globale rappresentato dai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). E mentre questi ‘nuovi’ Paesi sono anch’essi colpiti dalla crisi globale, assistiamo ai  disperati tentativi delle vecchie potenze di continuare sulla vecchia strada egemonica, ad esempio con il negoziato sul Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP). Allo stesso tempo, crescono esperienze di resistenza al neoliberismo che rivendicano il controllo sulle proprie vite, e queste istanze determinano inevitabili conflitti. Non tutte queste resistenze sono positive: l’ISIS (Islamic State in Iraq and Syria), ad esempio, riflette le stesse dinamiche egemoniche e militari di attori ai quali si oppone, come gli Stati Uniti che hanno controllato la regione mediorientale per decenni anche con il sostegno dei Paesi europei. Tuttavia, è importante capire perché emergono, il loro portato.

Come ha influito questa “crisi sistemica” sulle dinamiche dei movimenti anti-globalizzazione?

Il punto di massima espressione per l’azione dei movimenti si è senz’altro verificato all’inizio del XXI secolo. Seattle (la manifestazione contro la riunione dell’Organizzazione mondiale del commercio nella città Usa, nel 1999, ndr) è stata un’importante reazione alla globalizzazione guidata dalle multinazionali, a cui poi è seguita la crisi finanziaria alla quale stiamo assistendo. Questi due passaggi, l’emergere di un movimento globale e la crisi hanno determinato una profonda e irrimediabile crisi di legittimazione del progetto di globalizzazione guidato dalle multinazionali. 
Con l’emergere della crisi, però, il movimento per un’altra globalizzazione è diventato meno attivo rispetto al passato. Assistiamo anche all’emergere di nuove esperienze, come  quello di occupy movement, che esprime una forte componente di giovani, in particolare in Europa e negli Stati Uniti, e adesso emerge anche in altri Paese, come ad Hong Kong.
È difficile quindi generalizzare, stabilire se siamo in un momento di reflusso o di crescita dei movimenti di resistenza alla globalizzazione, perché se il movimento si spegne in Europa riemerge in Asia. Quello che è certo è che le persone, molte delle quali giovani,  fanno tesoro delle lezioni provenienti dalle esperienze di altri Paesi e in determinate circostanze si muovono insieme.
Recentemente ho visitato Hong Kong, dove ho visto l’interessante combinazione di un movimento che chiede la democratizzazione del Paese e che grazie alle tecnologie è capace di mobilitare migliaia e migliaia di persone in un lasso di tempo brevissimo. Probabilmente, in futuro assisteremo a molte tipologie di manifestazioni di movimento come queste. A volte saranno un’espressione positiva, com’è il caso di Hong Kong, altre invece assumeranno la forma deprecabile dell’ISIS, ma un punto in comune di queste due opposte modalità di resistenza è sicuramente la critica al modello egemonico della globalizzazione.

Quali sono le priorità per i movimenti, nei prossimi anni?

Avere una chiara visione di ciò che vogliono ottenere, attraverso una combinazione tra i valori che guidano la loro resistenza e l’adozione di programmi concreti. Quindi, valori e visione sono fondamentali così come la capacità di tradurli in programmi o linee di azione che le persone possono sostenere.
Tra gli obiettivi cito, ad esempio, una diversa modalità di organizzazione dell’economia, con un maggiore controllo da parte delle persone, un altro modo di organizzare il commercio globale o istituzioni politiche più partecipate e democratiche. Queste sono alcune delle sfide che devono essere affrontate alle quali bisogna aggiungere, come ho detto per Hong Kong, anche la capacità di organizzazione. Infatti, uno dei problemi di occupy movement è stato la spontaneità, ma perché un movimento per il cambiamento sia duraturo e sostenibile è necessaria una capacità organizzativa in grado di accompagnare l’azione oltre il momento specifico di mobilitazione. Infine, i movimenti devono essere flessibili, non possono essere dottrinali: devono essere in grado, cioè, di accomodare diverse forze nella stessa direzione, realizzare “politiche flessibili di unità”. L’unità è una componente essenziale dei movimenti, perché se non avanzano insieme qualcun altro si inserirà negli spazi lasciati liberi. Un esempio è il rafforzamento delle forze di destra in Europa ma anche in altri Paesi. È cruciale, inoltre, capire che cosa significhi unità oltre le frontiere oggi. Ad esempio, nel 1997-1998 c’è stata la crisi finanziaria in Asia ed il Fondo monetario internazionale arrivò imponendo distruttivi programmi di austerità. Negli ultimi sette anni abbiamo visto queste cose accadere in Europa. In tutto il mondo, cioè, si combatte lo stesso nemico, ovvero i programmi di austerità neoliberisti, e questo offre enormi possibilità per una crescita della solidarietà internazionale, che può e deve ricomprendere anche soggetti come i lavoratori e i migranti, e al loro interno le donne, componente essenziale e fondamentale del cambiamento. La sfida è come trasformare queste condizioni oggettive comuni, la lotta all’austerità,  in un’azione soggettiva e unita. Ed è urgente che ciò avvenga, perché bisogna evitare che gli spazi siano occupati dall’avanzare di forze di destra conservatrici. Serve organizzazione, leadership perché ciò avvenga. Dipende dalle nostre azioni e dalla direzione che decidiamo di intraprendere oggi.

Quali priorità dovrebbe avere una nuova “agenda globale per lo sviluppo”?

Il primo grande problema è il cambiamento climatico, il secondo sono le diseguaglianze. La crescita di queste ultime non può continuare, ed è solo un problema di tempo prima che le popolazioni invertano questo trend. La grande domanda è “come avverrà?”, se in modo radicale e rivoluzionario, oppure se saranno le élite dominanti ad accettare di rivedere i loro privilegi.
Va messo in discussione, però, anche il modello di produzione che è causa del cambiamento climatico e delle diseguaglianze.
Quello di cui abbiamo bisogno è un sistema democratico post capitalistico che abbandoni le istituzioni neoliberiste che lo hanno governato negli ultimi decenni. Dobbiamo andare in questa direzione, perché la possibile alternativa è un’opzione fascista e autoritaria, che combina capitalismo e populismo, come accaduto negli anni Trenta del secolo scorso. Questa è la principale sfida che ci troviamo ad affrontare. Perdere questa sfida determinerebbe uno stallo nel cambiamento che potrebbe durare decenni e forse di più.

Nel 2015 l’Italia ospiterà l’Expo. Qual è l’agricoltura che sfamerà il mondo?

Penso che ormai sia evidente che quello dell’agricoltura industriale sia un modello fallimentare che serve pochi forti interessi -le multinazionali, le élite nazionali, il mercato globale- a discapito della maggioranza della popolazione. È quindi necessario andare verso un nuovo paradigma agricolo e alimentare che tuteli i diritti dei piccoli produttori e serva a sfamare le persone in modo sostenibile. La sovranità alimentare proposta dai movimenti di piccoli contadini a livello globale è il nuovo paradigma. Alternative basate sulla piccola produzione locale, la qualità nutrizionale e ambientale del cibo e una maggior prossimità tra produttori e consumatori. Assistiamo quindi a un evidente conflitto tra due modelli alternativi. In tutto il mondo sta crescendo un movimento di consumatori e produttori che lotta per tornare a dar valore alle produzioni locali. E questo rappresenta una grande speranza. —
 

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