Diritti / Opinioni

La nuova mappa dei “diritti umani”

Attorno alla nozione del 1948 si gioca una partita decisiva per le democrazie occidentali, mai così in difficoltà dalla fine della seconda guerra mondiale. La rubrica di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 218 — Settembre 2019
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a destra, e il Segretario di Stato, Mike Pompeo @ AP Photo/Pablo Martinez Monsivais

Il segretario di Stato USA Mike Pompeo ha insediato solennemente nel luglio scorso una commissione di dieci membri incaricata di riesaminare il concetto di “diritti inalienabili” delle persone umane, aggiornando la Dichiarazione universale del 1948. È una decisione importante e assai delicata sotto il profilo culturale e politico. Il progetto dichiarato è la definizione di una nuova mappa di riferimento per la politica estera degli Stati Uniti e in apparenza non è un annuncio revisionista, una retromarcia sui princìpi, anche se Pompeo, nel presentare la commissione, ha sostenuto che “le istituzioni internazionali progettate e costruite per proteggere i diritti umani si sono allontanate dalla loro missione originale. Mentre le rivendicazioni sui diritti umani sono proliferate, alcune affermazioni si sono messe in tensione l’una con l’altra”.

Preoccupa il dibattito in corso negli Stati Uniti attorno ai “diritti naturali”, un’espressione usata per escludere i “nuovi diritti” legati al genere, all’orientamento sessuale, alla riproduzione. Perciò le dichiarazioni di Pompeo hanno messo in allarme gli attivisti Lgbt e il mondo femminista: la sensazione è che la nuova definizione dei diritti umani intenda revocare in dubbio le conquiste del movimento gay e le stesse leggi sull’aborto. Non è certo all’ordine del giorno, nella visione di Pompeo, un’estensione dei diritti fondamentali o un’azione volta a rendere effettivi quelli già esistenti, come già dimostrano la politica estera degli Stati Uniti e gli stretti legami di Washington con regimi autoritari e liberticidi, dall’Arabia Saudita all’Egitto.

Attorno alla nozione di diritti umani si gioca una partita decisiva per le democrazie occidentali, mai così in difficoltà dalla fine della seconda guerra mondiale. La Dichiarazione universale del 1948 è denunciata come frutto ideologico della cultura occidentale da una potenza emergente come la Cina ed è vilipesa in molte parti del mondo, compresi beninteso vari Paesi occidentali. La stessa nozione di democrazia sta perdendo consensi: per un Viktor Orbàn che parla di “democrazia illiberale” per illustrare la sua idea di Ungheria, ecco un Vladimir Putin, in una recente intervista al Financial Times, teorizzare il definitivo declino della liberaldemocrazia.

Mike Pompeo non ha torto a dire che dal 1948 a oggi la sfera dei diritti umani si è allargata al punto da imporre un aggiornamento della Dichiarazione, ma il fatto è che l’apertura ai “nuovi” diritti delle donne e delle minoranze, ai diritti sociali intesi in senso lato (istruzione, salute, giustizia) corrispondono a un’ideale accoglienza dentro il perimetro dei tutelati di un numero sempre maggiore di persone. E proprio questo è il punto in discussione: non solo i regimi autoritari, ma anche le democrazie tendono ormai a circoscrivere il campo di applicazione dei diritti fondamentali, come ben si vede dalla reazione degli Stati nazione di fronte alla crescente mobilità umana.

11,3 milioni: le persone senza documenti legali che secondo le stime vivono negli Stati Uniti. Il presidente Trump ne ha più volte minacciato l’espulsione.

Donatella Di Cesare ha scritto in “Stranieri residenti” (Bollati Boringhieri 2018) che la frontiera dei diritti umani del ventunesimo secolo è lo “jus migrandi”, il diritto di emigrare, previsto in linea teorica dalla Dichiarazione del ‘48 ma senza contemplare, in sua corrispondenza, alcun obbligo di accoglienza. Possiamo dire che la prospettiva dello “jus migrandi”, tutta da costruire, si muove in direzione opposta a quella indicata da Mike Pompeo. Il confronto, a prima vista impari, è aperto.

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”.

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