Ambiente / Approfondimento

Oltre un milione di barriere ostacolano i fiumi europei. E non sono solo grandi dighe

I corsi d’acqua di 147 fiumi in 36 Paesi europei sono frammentati da barriere di piccole dimensioni. Strutture obsolete che interrompono la continuità del fiume e mettono a rischio la biodiversità. Il consorzio Amber, di cui fa parte il Politecnico di Milano, le ha mappate e monitorate

La diga di Caban Coch in Galles © Sara Barrento

I fiumi europei sono disconnessi e frammentati. Più di 1,2 milioni di barriere ostacolano il loro corso d’acqua mettendone a rischio la biodiversità. È quanto emerge dalla ricerca realizzata dal consorzio Adaptive management of barriers in european rivers (Amber) finanziato dalla Commissione europea nell’ambito del programma Horizon 2020 sulla ricerca e l’innovazione e pubblicata a dicembre 2020 sulla rivista Nature. Negli ultimi quattro anni il consorzio -di cui fanno parte il Centro comune di ricerca europeo (Jrc), università, organizzazioni non governative e autorità fluviali- ha mappato le barriere presenti nei fiumi di 36 Paesi del continente. I ricercatori hanno realizzato un atlante, ancora incompleto, che registra briglie, rampe, guadi, chiuse e tombinature che interrompono il corso dei fiumi. Secondo i dati raccolti, la maggioranza delle barriere, circa il 68% del totale analizzato, è di dimensioni ridotte e inferiori ai due metri.

“Siamo portati a ritenere che siano solo le grandi dighe ad ostacolare l’alveo dei fiumi e ad avere impatti sull’ambiente, non è così. Il nostro studio mette in evidenza che milioni di piccoli sbarramenti hanno sulla biodiversità gli stessi effetti delle grandi opere, solo che sfuggono alla coscienza e alla catalogazione”, spiega ad Altreconomia Andrea Castelletti, responsabile del Dipartimento di elettronica, informazione e bioingegneria del Politecnico di Milano, ateneo che aderisce ad Amber e ha preso parte al progetto sotto il coordinamento di Barbara Belletti, ricercatrice del Politecnico. “I fiumi sono organismi dinamici. Trasportano sedimenti, pesci, specie vegetali, micro-organismi. Una barriera impedisce a tutto questo di fluire. E la perdita di biodiversità aumenta mentre si procede verso la fonte. Lo chiamiamo ‘effetto a cascata’”, aggiunge Castelletti.

I ricercatori hanno mappato 2.715 chilometri di 147 fiumi e hanno trovato, in media, una barriera ogni 0,74 chilometri. Secondo il censimento, la maggior parte delle barriere sono strutture costruite per controllare e deviare il flusso d’acqua o per aumentare il suo livello, come sbarramenti (30,5%), dighe (9,8%) e chiuse (1,3%). Si aggiungono poi le strutture realizzate per stabilizzare i letti dei fiumi, come rampe e fondali artificiali (31,5%), o per permettere attraversamenti stradali, come canali sotterranei (17,6%) e guadi (0,3%). La maggior parte delle strutture sono obsolete e non sono manutenute.
Per lo studio i ricercatori hanno utilizzato 120 database regionali e nazionali. Le successive operazioni di monitoraggio sul campo hanno permesso di riscontrare 1.583 barriere lungo 2.715 chilometri percorsi, 960 delle quali, circa il 61%, erano assenti dagli attuali inventari. Il numero degli ostacoli osservati direttamente è stato di 2,5 volte maggiore rispetto a quelli presentati negli inventari consultati. Per potere avere dati più aggiornati, Amber ha creato una app, Barrier tracker, dove ciascun cittadino può contribuire alla catalogazione inviando le sue segnalazioni.

La diga di Vidraru in Romania © Amber

La situazione nei Paesi è variegata. L’intensità maggiore è stata rintracciata nell’Europa centrale. In Olanda sono state registrate 62.610 barriere: una ogni 20 chilometri. La minore, invece, è in Norvegia, Danimarca, Svezia, Islanda e Scozia. Si aggiungono anche i Paesi dei Balcani: in Montenegro si trovano cinque barriere ogni 1.000 chilometri. La media italiana è di poco inferiore a quella europea: su 135mila chilometri di fiumi, sono state catalogate 66mila barriere. Una ogni due chilometri. “Nel nostro Paese abbiamo notato una forte correlazione tra l’intensità delle attività antropiche e agricole e la presenza di barriere”, aggiunge Castelletti. “In particolare lungo i fiumi della Lombardia, il Po e i suoi affluenti, e nell’area della Pianura Padana”.

La strategia europea per la biodiversità per il 2030, il piano del Green Deal per salvaguardare gli ecosistemi, prevede di recuperare almeno 25mila chilometri di fiumi eliminando le barriere che li attraversano. “C’è un elemento positivo nel quadro che abbiamo analizzato. Il 60% delle barriere è inferiore ai due metri mentre il 90% è inferiore ai cinque metri. Questo rende la loro rimozione più semplice rispetto, per esempio, a una diga che comporta problematiche più complesse”, afferma Castelletti. “Potenzialmente nei prossimi decenni saremo in grado di liberare i fiumi europei”.

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