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Non è un Paese per vecchi

L’Italia non è pronta per affrontare l’invecchiamento della popolazione. Stato e famiglie non reggono il peso dell’assistenza degli anziani non autosufficienti

Tratto da Altreconomia 145 — Gennaio 2013

I nonni italiani diventano un “peso”. è una grande ingiustizia, che si nasconde fra le pieghe di un welfare sempre più debole nella risposta ai bisogni delle persone: le famiglie riescono con crescente difficoltà a “restituire” la cura avuta dai genitori.
I dati italiani parlano chiaro: secondo il Censis, in Italia ci sono già 4,1 milioni di cittadini non autosufficienti, 3,5 milioni dei quali sono anziani. E l’invecchiamento demografico galoppa: gli ultraottantenni passeranno dall’attuale 6% della popolazione al 7,7% nel 2025 e al 15,5 nel 2060, se si guarda alle proiezioni dell’Istat. Sempre secondo l’Istituto di statistica, la percentuale di anziani con più di 65 anni che vivono una condizione di totale mancanza di autosufficienza per almeno una delle funzioni essenziali della vita quotidiana è del 19,1%. Le famiglie possono affrontare queste situazione con due alternative: una è l’assistenza continua in casa, con il frequente supporto di una badante e di servizi domiciliari, l’altra una Residenza sanitaria assistenziale (Rsa). A differenza delle altre sistemazioni (case di cura, case di riposo e ospedali), una Residenza può ospitare anziani non autosufficienti per un periodo o a tempo indeterminato. Il sistema ruota intorno a un perno finanziario pubblico: l’indennità di accompagnamento -che ammonta a circa 490 euro mensili senza distinzioni-, l’unica rilevante risposta alla domanda d’aiuto delle famiglie.  Per chi riesce, e non ha alternativa, esiste la Rsa. Con la speranza di vivere in una delle Regioni in cui è possibile ottenere un posto in una Residenza sanitaria assistenziale, perché in molte la disponibilità di letti è irrisoria.
“I dati -commenta Francesco Montemurro, direttore del Centro studi Ires Cgil “Lucia Morosini”- ci dicono che più del 70% dell’offerta di posti letto delle strutture per gli anziani, soprattutto quelli per i non autosufficienti, che si definiscono Residenze sanitarie assistenziali, è collocata nel Nord e nel Centro Italia. Secondo il ministero della Salute, l’84% dei posti letto è nel Nord Italia. Tutte le fonti statistiche confermano queste differenze, così enormi da produrre disparità nell’accesso ai servizi residenziali”.  Nel Nord Italia c’è un invecchiamento della popolazione più pronunciato, e le Regioni si sono organizzate per fronteggiare la situazione già a partire dai primi anni ‘70. Gli ultimi dati a disposizione parlano di circa l’1,8% del totale degli anziani over 65 ricoverati in strutture assistenziali, mentre il 3,6% circa sono seguiti a casa grazie all’assistenza domiciliare integrata. L’Italia è ancora lontana dalle medie europee, che parlano del 5% di ricoverati e di un 7% di assistiti al domicilio.
I posti letto residenziali complessivamente disponibili sono circa 240mila, ma il fabbisogno stimato è di circa 496mila posti. L’assistenza domiciliare integrata viene fornita a circa 527mila  anziani, ma sarebbero 870mila quelli che ne hanno bisogno. “In particolare -commenta ancora Montemurro- la Lombardia assorbe quasi il 40% delle strutture residenziali operanti, per un totale di 3.509. La politica sociale e sociosanitaria della Regione Lombardia è stata caratterizzata dalla forte attenzione alle residenze e all’offerta di strutture residenziali”.
Le Residenze vengono gestite direttamente dal Servizio sanitario nazionale o tramite strutture convenzionate, e le famiglie devono sostenere i costi pagando delle rette. Secondo un’indagine nazionale dal titolo “La realtà delle Rsa per anziani non autosufficienti”, promossa dall’Auser, l’associazione di volontariato a sostegno degli anziani (www.auser.it), le rette stanno aumentando considerevolmente: del 18,5% se si considera quella minima, e del 12,8% se si prende a riferimento quella massima. Secondo l’Auser, a giugno 2012 il costo che ciascun ospite deve sostenere risulta compreso in media tra i 52 e i 60,5 euro al giorno, in crescita rispetto a dicembre 2011 dell’1,4%. Gli aumenti più rilevanti si verificano nelle Rsa campane, piemontesi, lombarde e siciliane.

Intanto, anche le liste di attesa si gonfiano: circa la metà delle strutture ha persone in attesa. Secondo una recente indagine del sindacato dei pensionati, lo Spi, e della Funzione pubblica-Cgil, i tempi di attesa raggiungono in media dai 90 ai 180 giorni, nel Lazio anche 11 mesi. “L’offerta -spiega ancora Montemurro- ha conosciuto una forte evoluzione anche dal punto di vista qualitativo. Ci sono alcune Regioni, come la Lombardia, che hanno trasformato le residenze pubbliche in private attraverso l’attuazione della riforma nazionale degli Istituti pubblici di assistenza e beneficenza (Ipab). Ma anche altri interventi settoriali hanno portato a una forte crescita di residenze gestite dal non profit così come dal settore profit. Questo ha provocato anche la frammentazione delle strutture, con una riduzione del numero medio di posti letto e i relativi problemi di economie di scala”. Così anche le residenze per gli anziani vivono le tendenze della riorganizzazione d’impresa:  crescita dimensionale, potenziamento della presenza delle multinazionali, soprattutto francesi, e il forte ricorso a logiche gestionali di profitto, con a tendenza ad esternalizzare i servizi.
Uno dei più grandi gruppi italiani, la Sereni Orizzonti spa, dal 2009 al 2011 ha aumentato gli utili da 765mila euro a 1,9 milioni, con un tasso di crescita del 150%, passando da 211 a 506 dipendenti. Dati rari da trovare in altri settori economici.  Ci sono Rsa che hanno scelto di specializzarsi sull’offerta per gli anziani più abbienti, con servizi di più alta qualità e costi enormi: al Nord sono molti gli esempi di rette giornaliere che superano i 100 euro. La “Residenza il Parco” di Carate Brianza (Mb), ad esempio, dal primo gennaio 2012 chiede 127,50 euro al giorno per una camera singola e 100,80 per la camera doppia. Oppure la Residenza dell’A.p.s.p. C. Vannetti, di Rovereto (Tn): per un letto non convenzionato, dedicato ad utenti residenti fuori dalla Provincia o in Comuni trentini non compresi nella Comunità della Vallagarina, arriva a chiedere 180 euro. Il Terzo rapporto del Network Non Autosufficienza stima il costo medio mensile di una Rsa in 2.951 euro: è sostenuto dalle aziende sanitarie locali per 1.505 euro, dall’assistito per 1.375 e dai Comuni per 71 euro. Il costo medio giornaliero è di 97 euro.

Se poche imprese crescono, molte arrancano: gli operatori più piccoli del settore, spesso cooperative o ditte individuali, vivono situazioni di disavanzo di bilancio.
“L’indagine che abbiamo condotto -spiega ancora Montemurro dell’Ires Cgil- racconta di alcune strutture in sofferenza perché in diverse Regioni non viene riconosciuto l’adeguamento al costo della vita nella quota familiare delle Rsa, l’intervento pubblico a favore delle strutture si sta riducendo e i Comuni sostengono sempre meno la quota delle famiglie. Le grandi aziende, così come le multinazionali francesi che operano nel settore in Italia, hanno situazioni patrimoniali più consolidate rispetto alle piccole”.
In uno scenario così disuguale, spesso sono i lavoratori delle strutture a rimetterci. I dati disponibili sulle forme contrattuali degli operatori sono pochi, ma secondo l’Auser si può comunque rilevare la presenza di almeno il 32% di contratti a termine. “Ci sono luci e ombre -prosegue Montemurro-, ma desta perplessità il dato relativo all’inquadramento professionale. I dipendenti sanitari sono spesso assimilati a ‘operatori sanitari della struttura’, mentre sono pochi gli addetti inquadrati come infermieri professionali e hanno scarsa visibilità altre figure specialistiche.

L’insoddisfacente applicazione degli inquadramenti professionali si può ripercuotere negativamente sulla tutela dei diritti e sulla professionalità degli addetti nonché sulla qualità delle prestazioni rese agli utenti. Soprattutto -conclude Montemurro- le strutture più piccole sono costrette a fare scelte diverse, non dettate dalle economie di scala, ma da altri fattori: la dinamica tariffaria, la gestione degli acquisti, con diverso trattamento del personale e la necessità di esternalizzare”. —

30 miliardi di welfare
Secondo il ministero dell’Economia, la spesa pubblica per le persone non autosufficienti ammontava nel 2009 a 29,5 miliardi di euro all’anno, l’1,9% del Pil. 19,84 miliardi, l’1,28% del Pil, vanno a persone che hanno più di 65 anni. Se si aggiunge la spesa che le famiglie sostengono per le badanti, stimata in 9 miliardi di euro annui (2010) dal ministero del Welfare, si sfiorano i 30 miliardi. La cosiddetta Long Term Care, l’assistenza continuativa, ammonta all’1,8% del Pil. La spesa è destinata ad aumentare: di questo passo sarà il 3,2% del Pil nel 2060.
Nel settentrione i posti disponibili nelle strutture sanitarie che svolgono attività di tipo residenziale risultano 236 ogni 10mila anziani residenti. È al centro (76,3 posti ogni 10mila anziani) e in particolare al Sud (16,8) che si aggravano i problemi legati alla capacità di soddisfare la sempre crescente domanda socio-sanitaria.
In base invece ai dati Istat pubblicati a febbraio 2012, i posti letto dedicati agli anziani (autosufficienti e non autosufficienti) sono aumentati in modo considerevole nel periodo 2006-2009, crescendo dal 2,2% al 2,6% in termini di copertura del totale degli anziani ultra65enni. Osservando i dati relativi ai soli presidi socio-sanitari (per utenti non autosufficienti) la copertura sugli anziani è pari a circa l’1,8% nel 2009. Anche in questo caso, molto marcate risultano le differenze fra le varie aree del Paese. In sostanza nel Nord, in particolare in Trentino-Alto Adige, Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, ci sono 3,8 posti letto residenziali ogni cento anziani; il Centro si colloca sotto la media nazionale, con l’1,8% di posti letto. Che scende all’1,2% a Sud.

Il decalogo Auser
L’Auser propone dieci regole per una buona scelta della Residenza sanitaria assistenziale da parte di chi si trova in situazioni di bisogno. Prima di tutto verificare che la struttura sia in possesso delle autorizzazioni ed operi in regime di accreditamento. Poi che sia presente negli elenchi comunali o regionali. Scegliere strutture convenzionate consente di beneficiare del contributo pubblico, nel caso in cui non sia sufficiente occorre contattare i servizi sociali del Comune di residenza. Al momento dell’ingresso i medici devono elaborare un Piano di assistenza individuale e ogni struttura deve fornire una carta dei servizi. È sempre bene accertarsi delle figure professionali interne e verificare gli orari di lavoro e il servizio mensa affinché i pasti siano adeguati. Meglio optare per una struttura vicina a casa per attutire il contraccolpo psicologico dell’anziano. Infine i servizi religiosi sono solitamente apprezzati dagli anziani così come è importante che la struttura permetta e faciliti l’ingresso del volontariato a sostegno degli utenti.

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