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In carcere contro il Tav: la disobbedienza di Nicoletta Dosio

Intervista all’attivista e memoria storica del movimento che da decenni si batte contro l’opera. Sconterà una condanna definitiva a un anno di reclusione per fatti risalenti al 2012. “A volte serve una disobbedienza integrale e poi è anche una questione di dignità”

Nicoletta Dosio

Nicoletta Dosio si può definire a ragione e a torto la leader del movimento No TAV insieme ad Alberto Perino. A ragione perché ambedue hanno avuto un ruolo importante nella storia del movimento, a torto perché il movimento è trasversale in ogni senso e importante nella sua interezza: è improprio parlare di leader. Nicoletta ha una condanna definitiva a un anno di reclusione per fatti risalenti al 2012, quando con altri occupò il casello di Avigliana, dell’autostrada del Frejus. L’ho incontrata lo scorso 7 novembre, nella sua vecchia casa di montagna a Bussoleno, in bassa Val Susa, dove vive con Silvano, suo marito.

Hai deciso di fare il carcere. A quali fatti si riferisce la condanna definitiva?
ND Era il 3 marzo del 2012. In quel periodo ci fu una dura repressione da parte della polizia e Mario Monti, che allora era a capo del governo, ebbe a dire che la repressione era giusta, che bisognava andare avanti con l’opera e quant’altro. Quel giorno, noi, io e diversi altri, decidemmo di andare sopra al casello di Avigliana con uno striscione con la scritta “Oggi paga Monti”. Furono aperte le barriere del casello e gli automobilisti cominciarono a transitare senza pagare. Il nostro scopo era stato raggiunto. Ci beccammo la denuncia, dodici di noi per violenza privata e interruzione di pubblico servizio. La pena fu di un anno per alcuni, come me, e due anni per altri, senza condizionale. Io non ero incensurata. Non sapevo neppure di averla, ma avevo una condanna di inizio anni ottanta per stampa clandestina. La pena era sospesa per trenta giorni per richiedere misure alternative. I trenta giorni sono scaduti lunedì 11 novembre. Ora, se è giusto che i ragazzi le misure alternative le chiedano, io non ho le ho chieste.

Come vivi questo momento?
ND Lo vivo bene, ritengo che sia utile al movimento. Utile per contestare la repressione che continua ad esserci in valle. Le misure preventive, i fogli di via, il ritiro della patente a persone che dell’auto hanno bisogno per il lavoro. Loro non hanno nessun progetto davvero esecutivo, vogliono continuare a consumare i soldi pubblici. Sono convinta che il loro sogno sia di portare avanti i lavori all’infinito.

Ricordi la prima volta che sentiste parlare del TAV?
ND Stavamo combattendo la battaglia contro l’elettrodotto Grand’Ile – Moncenisio – Piossasco, verso la fine degli anni 80. L’elettrodotto all’epoca non lo costruirono: lo stanno realizzando adesso, interrato, passando lungo l’autostrada. Fu allora che sentimmo parlare per la prima volta di TAV. Ero in Democrazia Proletaria e mi chiesero di scrivere un articolo per “Primo piano”, la rivista di DP. Sempre in quegli anni uscì un bellissimo libretto edito da Nautilus, “Treno ad alta voracità”, che metteva in discussione non solo questo treno ma l’intero progetto dell’alta velocità. Poi passai in Rifondazione Comunista e allora il partito era abbastanza favorevole alla linea, succube dell’idea che così le merci sarebbero transitate dalla strada alla ferrovia. La FIAT era pienamente coinvolta nel progetto dell’AV. Riuscimmo a convincere il partito della bontà della nostra posizione e Rifondazione stilò un documento in cui, tra l’altro, si diceva contraria alla linea. Vorrei ricordare come la lotta contro il TAV noi la legavamo anche a quella contro l’eliminazione del polo ferroviario di Bussoleno. Le linee ad alta velocità nascono con l’Unione europea ed i suoi corridoi di traffico merci e persone, di cui uno doveva proprio passare da qui. I territori secondo l’Ue diventavano semplicemente assi di transito. Si dovevano così sacrificare i trasporti locali a favore di quelli di lunga distanza. Con il Piano Necci le ferrovie furono privatizzate e si cominciò a tagliare le stazioni locali e i trasporti locali Qui in valle chiuse Meana, chiuse Sant’Ambrogio. Ma soprattutto fu smantellato il polo ferroviario. Qui c’era l’officina ferroviaria che era stata appena riammodernata e faceva lavori di alta specializzazione, c’era il deposito, c’erano ben 1.500 ferrovieri. Tu immagina cosa significava per l’economia della valle.

Come si comportarono i vari attori pubblici sul TAV? Cominciamo dai partiti.
ND Non si può parlare di sinistra buona e destra cattiva. Il PDS e poi PD è sempre stato a favore del TAV. Gli stessi sindacati erano favorevoli. Solo una minoranza della CGIL era contraria. Rifondazione. Rifondazione è sempre rimasta coerente, anche quando c’è stata la scissione e sono nati i Comunisti Italiani. Poi cosa accadde. Accadde che Rifondazione e i Comunisti Italiani decisero di entrare nel secondo governo Prodi, pensando di fare il granellino di sabbia. Ci entrarono anche i Verdi. Ma non puoi fare il granellino di sabbia, non si cambia il sistema dall’interno perché ti massacra. Come minoranza di Rifondazione eravamo contrari all’entrata nel governo. Rifondazione ebbe solo mezzo ministro, Paolo Ferrero, a cui diedero un ministero senza portafoglio, alle Politiche Sociali, un contentino. Poi c’era Fausto Bertinotti presidente della Camera. Era il 2006 e dovevano partire i sondaggi in valle. Rifondazione accettò il documento dei dodici punti di Prodi, fra i quali c’era il sì al TAV, in nome della ragion di Stato, per sostenere il governo. Governo che poi, ironia della sorte, durò pochissimo, e fu l’unico governo in cui gli eletti non maturarono la pensione. E lì fu la fine per Rifondazione. Oggi è contrarissima all’opera, ma se perdi la fiducia non la recuperi più. E questo vale anche per il M5S. Ma, a differenza di Rifondazione, il Movimento ha contato molto di più e ha goduto di largo seguito anche fra i No TAV. Alberto Perino li ha appoggiati. Ma la lezione è che quando entri nelle istituzioni tutto cambia. È più importante starne fuori e fare mobilitazione.

Veniamo ai mass media.
ND Bella storia. Gran parte dei mass media è schierata a favore, supportata da quello che definisco il partito degli affari. A parte alcune piccole realtà, che pure sono importantissime.

E la magistratura?
ND La nostra storia mette in rilievo una mancanza di autonomia della magistratura. Abbiamo assistito alla creazione di un apposito pool di magistrati per i reati No TAV voluto da Giancarlo Caselli e solo questi reati sono stati perseguiti, nonostante le violenze che negli anni si sono subite per mano della polizia.

Parliamo dei sindaci e della comunità montana, che ora è l’unione dei comuni.
ND I sindaci all’inizio erano tutti contrari e questo era importante: anche per chi non era schierato, vedere il sindaco con la fascia che va alla manifestazione ha un suo peso. La prima volta fu a Borgone, dove volevano fare le trivellazioni. Poi col tempo il fronte non fu più così compatto, anche perché si aprirono a Roma i tavoli delle compensazioni. L’unico sindaco che ha sempre detto No è stata la sindaca di San Didero, Loredana Bellone. Disse no anche andando a Roma, quando gli altri sindaci si dimostrarono possibilisti. Infatti se ne tornò anche indietro in aereo da sola.

Ho vissuto trent’anni di ambientalismo ma non ricordo una lotta così forte, coesa, duratura contro un’opera pubblica come questa.
ND Il movimento è cresciuto giorno dopo giorno, operando sempre sulle cose concrete. I presidi, perché sono nati? Sono nati perché era necessario controllare il territorio. I comitati anche, sono nati per controllare, ciascun comitato nel proprio comune. Lo stesso vale per i giovani. I giovani sono sempre stati una risorsa vera, a cui davamo ascolto. E non è un caso che nel movimento sia spontaneo darsi del “tu”. È il tu di chi riconosci come un tuo compagno, che crede nei tuoi stessi ideali. Esistono legami di lotta che hanno la stessa forza se non maggiore dei legami di sangue.

In Francia non c’è un movimento così forte di contrasto all’opera come in Italia. Come te lo spieghi?
ND In Francia il discorso è complesso. I francesi sono avvelenati da decine e decine di anni di alta velocità, e poi il territorio francese è diverso dal nostro, non hai la percezione del disastro, che da noi è molto più concentrato per la diversa orografia. Che poi non è neanche vero che non ci sia contrasto. I comuni subito al di là delle Alpi hanno detto No.

A Bussoleno il locale la Credenza di Bussoleno è sempre stato un punto di riferimento dei No TAV.
ND La Credenza in partenza doveva essere una esperienza collettiva, dovevamo affittare il locale. Però i proprietari non ce lo volevano affittare ma solo vendere. Allora io e Silvano, mio marito, accendemmo un mutuo enorme con le banche, mutuo che abbiamo estinto solo l’anno scorso.

Perché questo nome?
ND La credenza era la regola dei dolciniani, gli eretici perseguitati. “Da ciascuno secondo le proprie disponibilità. A ciascuno secondo i propri bisogni”. La credenza era il dare a credito secondo le necessità di ciascuno. In realtà, Fra Dolcino la riprese da San Paolo, e, dopo Fra Dolcino, questo motto fu fatto proprio anche da Marx: la regola dolciniana era quello che avrebbe dovuto essere l’essenza del comunismo.

La locuzione “A sarà dura” fu davvero pronunciata da un anziano della valle?
ND Sì. È proprio vero. Fu durante una delle notti di occupazione trascorse a Venaus, nel 2005. C’erano già le forze dell’ordine schierate. Fra noi e loro c’era un rigagnolo che scorreva. E noi stavamo lì a controllare che la polizia non avanzasse. Pensa che le notti erano fredde, spesso nevicava e le nostre donne portavano il tè anche ai poliziotti, che poi le avrebbero manganellate. Hai presente quando la polizia picchia? Loro non ti guardano in faccia, sono automi. Sono delle macchine da guerra, non vedi l’essere umano quando ti picchiano. Dicevo di quelle notti a Venaus. Di notte spesso si gridava. E una notte si levò appunto questo grido da parte nostra “A sarà dura”, inteso che sarebbe stata dura per loro, per gli altri, per lo Stato. È un grido anonimo, di un anziano.

Non saresti più utile fuori piuttosto che dentro al carcere?
ND A volte serve una disobbedienza integrale e poi è anche una questione di dignità: se io ritengo che quello che ho fatto sia giusto non mi adeguo a chiedere a loro la clemenza. I domiciliari è come fare il carceriere di sé stesso, è adeguarsi al potere. Mi sento più libera dentro il carcere che non a stare qui fuori ed adeguarmi alle loro misure. Come diceva sempre Benjamin: “Essere felici significa svegliarsi al mattino e potersi guardare allo specchio senza provare orrore”. Senza contare che in carcere ci sono gli ultimi, andrò a conoscere questa realtà.

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