Diritti

Nel mirino fin da piccoli

Viaggio inedito nei poligoni di tiro italiani, dove chiunque -anche un bambino- può sparare Uno, due, tre, quattro colpi di pistola in rapida successione. Il busto che ruota rapido, rincorrendo il bersaglio. A 15 metri ci sono quattro sagome, da…

Tratto da Altreconomia 109 — Ottobre 2009

Viaggio inedito nei poligoni di tiro italiani, dove chiunque -anche un bambino- può sparare

Uno, due, tre, quattro colpi di pistola in rapida successione. Il busto che ruota rapido, rincorrendo il bersaglio. A 15 metri ci sono quattro sagome, da colpire in otto secondi. Il dito fermo sul grilletto. Questa mattina al poligono di Milano si stanno allenando due tiratori che partecipano ai campionati italiani assoluti. Sono sportivi, tesserati dell’Unione italia tiro a segno (Uits, in tutta Italia sono poco più di 70mila).
Ma a sparare, in questa grande struttura in fondo a viale Certosa, dove la città scivola verso l’Autolaghi, può venire chiunque: basta aver compiuto 10 anni, portare un certificato del medico curante, lo stato di famiglia, un documento d’identità valido, una fototessera ed essere accompagnati da entrambi i genitori. I bambini possono utilizzare solo armi ad aria compressa, mentre dai 14 anni è possibile, se tesserati per discipline sportive, esercitarsi con armi da fuoco (dall’aprile 2008, per effetto di una circolare del ministro dell’Interno Giuliano Amato). Non lo sapevamo, e nemmeno voi. Quello dei poligoni, circa 300 in tutta Italia, è un mondo nascosto.
Quanti siano coloro che li frequentano ogni anno per ottenere l’idoneità al maneggio delle armi, ossia il diritto ad acquistare un pistola o un fucile,  non è dato saperlo, nemmeno telefonando al ministero della Difesa né a quello dell’Interno. Anche se i poligoni sono strutture che fanno parte della storia e della toponomastica d’Italia (cercate via del Tiro a segno sullo stradario della vostra città), anche se hanno una funzione sociale (sono le strutture dove per legge si esercitano le forze di pubblica sicurezza), anche se da qui passano tutti quelli che vogliono un porto d’armi (dai cacciatori a chi pensa di usare la pistola per difesa personale).
Se per molti tiro a segno equivale a sport, in altri prevale una cultura delle armi e della violenza che spaventa: “Difendiamoci (se nessuno sarà pronto a difenderci, saremo costretti a difenderci da soli!) è il biglietto da visita del blog pococorretto.blogspot.com, collegato al sito internet specialistico tiropratico.com. A commento di alcuni fatti di cronaca del mese di settembre, potete leggere questo post: “Incapaci di difendere noi stessi e gli altri, ecco la foto dell’Italia che appare dalle notizie degli ultimi giorni. Si è combattuta e lo si fa tutt’ora, la cultura delle armi e della difesa personale che da sempre ha difeso l’Italia scacciando l’invasore e ora si permette alla cultura del coltello, prettamente nordafricana e dell’est Europa, di penetrare e dettare legge nelle nostre strade relegandoci nelle case per paura”.
Come se non bastasse, dall’estate 2008 almeno due persone sono rimaste uccise in due diversi incendi che si sono sviluppati nei poligoni di Pistoia e Pordenone. C’è un problema sicurezza, che emerge solo da ritagli di cronaca locale: “Divampa il fuoco nel poligono. Un ragazzo rimane intrappolato” titola a inizio agosto 2009 il settimanale Milleluci. Il Tsn che è andato a fuoco è quello di Velletri, in provincia di Roma. I carabinieri hanno posto sotto sequestro la struttura. “Forse per un bossolo incandescente o della polvere da sparo, il fuoco è divampato dalle sterpaglie -che di certo non avrebbero dovuto esserci- vicine al ragazzo” scrive il giornalista. O ancora: il 3 agosto la Polizia amministrativa della Questura di Avellino ha sequestrato al poligono 209mila munizioni per armi da sparo. “Secondo le prime ricostruzioni -riporta il sito Irpinia News-, alla base del provvedimento ci sarebbe la mancanza di una serie di requisiti necessari per lo svolgimento dell’attività di tiro a segno, tra cui anche le certificazioni per le normative anti-incendio”.
Una ricostruzione contestata dai vertici dell’Uts.
È proprio per rispondere a questa domanda che visitiamo la sezione di Milano del Tiro a segno nazionale (Tsn Milano, www.tsnmilano.org), costruita su un terreno del Demanio militare, in comodato gratuito. Mentre nell’atrio attendo Domenico Bosso, il segretario, un A4 appeso in bacheca attira la mia attenzione: c’è scritto che i primi tre ingressi sono gratuiti per chi vuole provare a sparare. Mettono un’arma in mano anche a chi, come me, non ha mai sparato. E posso iscrivermi al Tiro a segno anche se non sono titolare di un porto d’armi e non sono intenzionato a richiederlo in futuro. Sparerei noleggiando le armi e acquistando le munizioni all’interno del poligono.
E versando così il mio obolo per la struttura, gestita in autonomia dalla sezione del Tsn, formalmente un’associazione dilettantistica.
A Milano, la sezione del Tiro a segno nazionale ha sette dipendenti e circa 8mila iscritti. La metà sono sportivi, gli altri sono i cosiddetti “soci d’obbligo” (ad esempio, le guardie giurate, che ogni anno devo fare almeno due esercitazioni e un esame di rinnovo). Il corso di tiro completo costa una cinquantina di euro. Il tariffario completo, compreso l’abbonamento e l’affitto delle linee di tiro per chi spara per divertirsi anche ogni settimana è sul sito del Tsn.   
Bosso mi fa capire che le sezioni più piccole, non Milano, hanno un problema di soldi. Denaro necessario a garantire investimenti per la messa in sicurezza delle strutture. La linea del tiro a segno di Pistoia dov’è morto, il 24 luglio 2008, Riccardo Tarlati, secondo le indagini ancora in corso non aveva l’agibilità. L’incendio sarebbe dovuto alle polveri incombuste accumulate sulla linea di tiro e non adeguatamente ripulite (per ogni pallottola sparata, c’è un po’ di polvere che non prende fuoco e si deposita per terra in pedana).
“Quella linea di tiro doveva essere chiusa”, spiega il figlio, Andrea, che cura il blog midivertodamorire.blogspot.com. Ha pubblicato un dato allarmante: in tutta Italia le linee di tiro prive di agibilità sarebbero 298, solo 252 quelle agibili.
L’agibilità la dà il Genio militare, che mediante un’apposita commissione visita ogni poligono e omologa per 4 anni le diverse linee di tiro (si distinguono per la distanza tra chi spara e il bersaglio, da 10 a 300 metri). L’agibilità individua anche quali calibri siano permessi su ogni singola linea di tiro. Ogni modifica delle strutture dev’essere comunicata, e la linea perde l’agibilità fino a una successiva visita. 
“Quando cambia una norma -racconta Bosso-, il poligono costruito in base a leggi diverse non è più agibile. Ma ciò non significa che non sia sicuro”. 
A rendere insicuro un poligono contribuiscono, però, la “distrazione, la cattiva gestione, il non rendersi conto della responsabilità” dice Bosso. I presidenti di sezione rispondono anche penalmente per incidenti che accadono nel “loro” Tiro a segno.
Eppure, basta farsi un giro sui blog frequentati dagli appassionati (www.nntp.it/hobby-armi, ad esempio) per leggere un post come questo: “Salve, purtroppo vado in un poligono con linee normali a 50 metri dove negli ultimi tempi pur di racimolare soldi fanno sparare TUTTI i calibri pur non avendone l’omologazione… A me non fregherebbe nulla senonchè un po’ di persone me compreso, che sparano con il .22LR (indica il calibro dell’arma, ndr) ora si sono abbastanza rotte i maroni di tentare di sparare con di fianco 12slug e 308 con rompifiamma che ti spostano di mezzo metro ogni volta. Il presidente fa finta di non sentire, secondo voi cosa si può fare per fargli capire di smetterla con i grossi calibri dove non si potrebbe neanche senza rischiare la chiusura dell’impianto ovviamente?”. 
Scarsa sicurezza e (contro)cultura delle armi si abbracciano. Secondo alcuni, il funzionamento dei poligoni del Tiro a segno nazionale è troppo rigido. E -spiegano altri- finiranno per l’essere soppiantati da campi da tiro privati.
La risposta arriva da un altro appassionato tiratore: “Il successo che godono (i campi di tiro privati, ndr) è dovuto al fatto che non sono controllati. Mi riferiscono a controlli fiscali (scontrini, ricevute, contabilità, bilanci), controlli di polizia (direttori di tiro, registri presenze, scarico munizioni), controlli amministrativi (conformità piano regolatore, licenze edilizie, acustica, smaltimento piombo, strumenti di primo soccorso)”. Ad aprile, ad esempio, è stato sequestrato ad Arnasco (Sv) un campo di tiro inaugurato nel 2004: secondo la Procura era privo di licenza edilizia. Eppure, lo utilizzavano per esercitarsi anche le forze dell’ordine.
Un’altro Comune, quello di Pellegrino Parmense (Pr), sull’Appennino, ha investito oltre 300mila euro di fondi europei per realizzare un poligono per il tiro a segno e un’area per il tiro a volo. La struttura verrà gestita per 20 anni da un privato, il costruttore. L’intervento s’inserisce in una linea di finanziamento per lo sviluppo del territorio. Uno sviluppo armato.

L’economia fa fuoco
L’Italia ripudia la guerra ma commercia in pistole e fucili. La rete Disarmo (www.disarmo.org), analizzando il database dell’Istat, ha verificato che negli ultimi tre anni l’export di armi e munizioni sono passate da 670 milioni di euro del 2006 a oltre 861 milioni di euro del 2008 (+28,5%). Tra i nostri clienti, secondo il recente Small Arms Survey 2009 (www.smallarmssurvey.org) del Graduate Institute of International Studies di Ginevra, ci sono Etiopia, Filippine, Israele, Thailandia.  
L’ombelico del mondo armiero italiano è nel bresciano. Qui, tra la città capoluogo e la Val Trompia, hanno sede 136 aziende, che realizzano il 90% della produzione italiana (pari al 70% di quella europea). Nel 2008, il comparto -che impiega quasi 4mila persone- ha fatturato oltre un miliardo di euro. L’industria più importante del distretto armiero bresciano, e di tutta l’Ue, è il gruppo Beretta (che in Italia impiega 1.467 persone). La Fabbrica armi Pietro Beretta (Fapb), nata nel 1526, è oggi parte di una holding internazionale (616 milioni di euro di fatturato complessivo nel 2007, compreso il commercio infragruppo) che ha acquisito altri marchi importanti come Benelli (fabbrica d’armi a Urbino), Franchi e Uberti. 
Dal 1998 al 2007 il fatturato della holding è sostanzialmente raddoppiato, secondo quanto riportato nel rapporto Armi un’occasione da perdere (Emi, 2009, 12 euro), a cura di Opal (www.opalbrescia.it, l’Osservatorio permanente armi leggere).
La Fabbrica armi Piero Beretta ha sede a Gardone Val Trompia, dove passano tutte le armi prodotte in Italia: a Gardone, infatti, ha sede anche il Banco nazionale di prova per le armi portatili e per le munizioni commerciali (www.bancoprova.it), l’ente pubblico incaricato dal 1923 di verificiare e “marchiare” tutte le armi prodotte o commercializzate nel nostro Paese. Grazie ai dati della Bnp sappiamo che la produzione complessiva di arme lunghe -fucili da caccia, da tiro e di precisione-, corte, e “repliche” a salve nel nostro Paese ha toccato nel 2008 gli 819mila pezzi. A pochi chilometri da Gardone c’è Brescia, che da una trentina d’anni ospita Exa (www.exa.it), la mostra internazionale delle armi sportive, security e outdoor. Nel 2009, Exa ha ricevuto, per la prima volta, il patrocinio del ministero dell’Interno. La prossima edizione, dal 10 al 13 aprile 2010, sarà dedicata alla figura del cacciatore “e al suo nuovo ruolo, determinato dai cambiamenti culturali e ambientali”. Un favore alla lobby armiera, impegnata in Parlamento -per bocca del senatore Pdl Franco Orsi- nella promozione di un ddl per “liberalizzare” la caccia, ossia aprirla ai sedicenni, estendere la stagione venatoria, permettere l’imbalsamazione libera, la caccia nei parchi e la cancellazione della tutela della fauna come interesse nazionale.

Una famiglia libera
La passione di una famiglia svizzera per pistole e fucili è il soggetto di “Le armi della libertà”, film-documentario che ha vinto l’ultima edizione del Collecchio videofilm festival (www.collecchiovideofilm.it).
Il regista David Induni racconta in mezz’ora la storia della famiglia Fontana, padre medico, madre e due figli (la più piccola di dieci anni). La segue nelle esercitazioni al poligono di tiro. La videocamera entra in casa, una specie di fortino, dove i ragazzi imparano a montare e smontare le armi. Induni sceglie di fare il cronista, senza far emergere il proprio punto di vista: “Ho scelto di essere il più neutrale possibile, ascoltando le ragioni che gli hanno spinti a tenere armi in casa, ad insegnare ad usarle ai loro figli, e il loro punto di vista sull’uso delle armi in Svizzera” (dove il 45,7% della popolazione possiede un’arma). Il video in italiano con sottotitoli in inglese e francese è prodotto da Fine Arts Unternehmen. Info: www.fineartsunternehmen.com 

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia