Economia / Opinioni

Nazionalizzazione del debito, ecco perché non può funzionare

Puntare sui risparmi degli italiani per finanziare una manovra in deficit non pare una strada percorribile perché renderebbe gli italiani più poveri e metterebbe il debito sotto costanti pressioni dei mercati internazionali. L’analisi di Alessandro Volpi

Photo by Jonathan Brinkhorst on Unsplash

Le prospettive della manovra finanziaria del governo appaiono assai incerte, dopo le riserve espresse dall’Ufficio parlamentare di bilancio e dalla Banca d’Italia che hanno ritenuto troppo “ottimistiche” le previsioni contenute nella Nota sul Def. Incombono poi le valutazioni delle agenzie di rating, il giudizio della Commissione europea e, ancora di più, le scelte dei mercati, già chiaramente orientati verso una speculazione al ribasso sui titoli italiani. Di fronte ad una situazione così complessa l’impressione che si ricava dalle frequenti esternazioni di importanti membri dell’esecutivo giallo-verde è quella di un esplicito impegno a politicizzare i temi economici, a ricondurre ad una visione tutta politica le questioni contenute nella Legge finanziaria, chiamando in causa in maniera retoricamente perentoria il sentimento patriottico.

Se l’Europa ci critica, ciò dipende dalla paura europea di un’Italia forte, se gli spread salgono è perché la grande finanza, le istituzioni “non votate dal popolo” come la Banca d’Italia e la Bce stanno complottando contro il pieno ripristino della “sovranità popolare” italiana. La manovra, in tale ottica, diviene il terreno dello scontro di civiltà che contrappone la nuova Italia alle “plutocrazie” nemiche del popolo, secondo linguaggi purtroppo non originali.

Questa “battaglia” impone una vera e propria “chiamata alle armi” che sembra destinata a tradursi nell’appello ai risparmiatori italiani a mettere a disposizione le loro risorse a sostegno del collocamento di un debito pubblico nazionale aggredito proditoriamente da biechi speculatori. Il debito pubblico, in estrema sintesi, deve essere trasformato da principale problema del Paese nel motore nazionalistico che dovrà animare il più volte evocato spirito del popolo, chiamato a sottoscriverlo con la stessa fiducia chiesta, in altri tempi, alle spose italiche che venivano invitate a donare le loro fedi alla patria.

Ma “nazionalizzare” un debito pubblico così gigantesco come quello italiano è un’operazione davvero complessa e rischiosa, al di là dei più calorosi appelli al patriottismo. Proprio i precedenti storici infatti dovrebbero far riflettere. L’Italia ha conosciuto diverse forme di sottoscrizione, più o meno obbligata, di prestiti allo Stato per fronteggiare situazioni critiche. Dalla conversione forzata della rendita, operata dal governo Giolitti nel 1906, al “Prestito del littorio”, varato da Mussolini per arginare i pesanti effetti della stravagante operazione di Quota Novanta, con cui veniva definito un cambio del tutto artificiale, e interamente  “ideologico”, tra lira e sterlina. Fino alla confusa, doppia, conversione del debito italiano compiuta sempre da Mussolini nel 1934 e nel 1935. Anche l’immediato dopoguerra sperimentò un patriottico “prestito per la ricostruzione”.

In tutti questi i casi gli italiani erano stati “invitati” ad accettare una ristrutturazione o una sottoscrizione del debito pubblico in nome dell’interesse della patria e, fatta eccezione per l’esperienza giolittiana, gli esiti furono decisamente deludenti, incapaci sia di frenare la crisi del debito sia di favorire la ripresa economica. Oggi, peraltro, simili operazioni non sarebbero neppure possibili data la mole di debito pubblico da coprire che, in continua crescita, ha superato i 2.300 miliardi di euro. A sostenere una montagna debitoria di tali dimensioni non basterebbe il pur significativo risparmio degli italiani, stimato intorno ai 1.200 miliardi di euro e in costante fuga, negli ultimi anni, proprio dai titoli del debito pubblico italiano.

Non basterebbero neppure strumenti finanziari nuovi, come gli ipotizzati Cir (conti individuali di risparmio) rivolti alle famiglie italiane, impegnate attraverso un simile canale a comprare titoli di Stato, ricevendo in cambio un significativo beneficio fiscale. Tutto ciò non basterebbe in alcun modo a sostituire i compratori esteri, il decisivo apporto della Bce e della Banca d’Italia e il contributo delle banche italiane che stanno sparendo dall’orizzonte dei sottoscrittori del debito italiano prima di tutto per la crescente inaffidabilità del debito stesso.

Ma, allora, se il debito italiano non trova più compratori perché è sempre meno affidabile alla luce di una manovra che dichiara di volerlo accrescere ulteriormente, la soluzione può essere quella di venderlo tutto agli italiani? Sembra un’ipotesi certamente paradossale. Si concepisce una manovra in deficit, che ha bisogno di nuovo debito per essere finanziata, e, siccome non si trovano compratori di quel debito, si invitano gli italiani, che dovrebbero essere i beneficiari della manovra stessa, a sottoscriverlo, di fatto pagandosi quei benefici promessi e, al contempo, acquistando titoli su cui pende il pericolo, tutt’altro che remoto, di essere declassati a titoli “spazzatura”.

La nazionalizzazione del debito non pare quindi una strada percorribile perché renderebbe gli italiani più poveri e metterebbe il debito nazionalizzato sotto costanti pressioni, dal momento che ogni dato negativo sull’Italia si ripercuoterebbe subito sui titoli del debito italiano, divenuto il principale simbolo dello stato di salute del Paese.  Come nel caso della lira nei momenti più cupi della storia nazionale, gli italiani sarebbero detentori, patriottici, di montagne di carta.

Università di Pisa

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