Interni

Mutazione antiegualitaria

A ogni crisi -spiega Nadia Urbinati- corrisponde un ridisegno della società, e una redistribuzione del potere, delle capacità e delle ricchezze —

Tratto da Altreconomia 150 — Giugno 2013

L’oligarchia globale utilizza un “vangelo ideologico” di decurtazione del benessere della popolazione per arricchire una percentuale sempre più piccola del mondo. “Gli Stati nazionali, e le loro unioni sovranazionali, dovrebbero metterlo in discussione. È in gioco la sopravvivenza stessa della democrazia”. Nadia Urbinati, Docente di Scienze Politiche alla Columbia University di New York, è una delle maggiori studiose del pensiero democratico e liberale contemporaneo e delle teorie della sovranità e della rappresentanza politica. Il suo ultimo libro-intervista “La mutazione anti-egualitaria”, curato dal giornalista Arturo Zampaglione, riflette in profondità e da vari punti di vista sul processo di mutazione in senso anti-egualitario della nostra democrazia.

Professoressa, quali sono i fattori che in Italia e nel mondo hanno fatto e stanno facendo allargare il divario fra ricchi e poveri?
È difficile parlare di cause, perché la causalità nel mondo sociale è un rapporto complesso e non lineare. Bisogna cercare le tendenze, come nella scienza della meteorologia, per vedere come evolverà nel tempo. Premesso questo, le crisi economiche sono cicliche e si verificano da quando esiste il sistema di mercato capitalistico. Periodicamente le società si trovano ad avere a che fare con crisi e ogni volta c’è un ridisegno della mappa della società e una redistribuzione del potere, delle possibilità, delle capacità e delle ricchezze.
C’è stato un momento in cui il capitalismo si è alleato con lo Stato nazionale, contribuendo in questo modo a formare le democrazie che conosciamo. In quella fase si è creato un rapporto abbastanza virtuoso di uguaglianza politica, una testa uguale ad un voto, e i pochi che avevano la proprietà dei mezzi di produzione non si sentivano svantaggiati a ubbidire a leggi votate a maggioranza, perché il loro sistema di accumulazione consentiva a tutti di guadagnare qualcosa attraverso l’impegno e la convenienza della piena occupazione. Questi fattori insieme rendevano possibile una democrazia in un sistema capitalistico. Il sistema si è sgretolato quando il capitalismo finanziario ha cominciato la sua scalata anche a scapito di quello industriale.
Oggi il capitalismo dominante non è più quello fondato sull’industria e la stanzialità nel territorio dell’impresa. Il capitalismo finanziario si basa soprattutto sulla rendita che va a pescare prima di tutto in quei Paesi dove c’è maggiore possibilità di sfruttamento della forza lavoro, perché non c’è democrazia o se c’è non ha robusti diritti sociali. Il capitalismo finanziario esce dai confini nazionali e diventa qualcosa di diverso da quello industriale, che aveva generato la sua classe antagonista con la quale viveva gomito a gomito nella fabbrica.
Disorganizzato il capitalismo, anche la classe operaia perde organizzazione. In questo contesto è più facile la rinascita delle disuguaglianze perché è più difficile la capacità di risposta dei non abbienti per correggerle. Infine, i servizi pubblici e i diritti sociali non sono più operativi a livello di nazione, come sistemi universali di soccorso; lo Stato non è più lo strumento per attutire le diseguaglianze anche perché non ha risorse sufficienti in quanto vive delle risorse dei meno abbienti, che più di tutti pagano le tasse e non hanno paradisi fiscali nei quali nascondersi. Così si ha una situazione radicale: gli antichi dicevano che la democrazia era il governo dei poveri contro i ricchi; i moderni hanno cercato di far sì che fosse il governo del più grande numero o del ceto medio. Ma ora sembra ritornare il modello degli “antichi”: chi non ha e chi ha meno paga le tasse per se stesso e chi ha troppo e molto si tiene fuori dal patto sociale. La democrazia è il governo dei poveri. E trova negli oligarchi un formidabile nemico. Chi ha poco non riesce più a coprire i propri bisogni e non è più possibile reperire risorse. Ecco perché la diseguaglianza esplode e lo Stato non è più in grado di rispondere.

Ma lo Stato gli strumenti ce li avrebbe. Che ruolo giocano la politica fiscale e quelle sul lavoro?
L’arma del fisco non è più molto efficace. Lo era quando è nato lo Stato sociale e con livelli di disoccupazione fisiologici intorno al 4-5%. Oggi la pressoché piena occupazione è sparita. In Italia siamo ai livelli di disoccupazione del 12%, con punte del 35% tra i giovani. È chiaro che attraverso il fisco distribuito a pioggia -accise, tassazione indiretta, etc.- si reprime la possibilità e capacità delle persone di acquistare e consumare. Ed è certo che lo Stato non può far fronte all’assistenza di un così alto numero di disoccupati. Il sistema ha bisogno di una rimodulazione. Lo si fa andando a ripescare la ricchezza dove è ferma, cioè in quella piccola fascia di ricchi i quali però hanno deciso di fare secessione dagli obblighi sociali (non pagando le tasse sui dividendi, o portando soldi all’estero). Oppure ripensandone i principi. Venne fatto già a metà dell’800 di fronte a un capitalismo terrificante nella capacità di distruggere la vita delle popolazione.
In Inghilterra ci furono dei liberali lungimiranti che a metà Ottocento proposero la proporzionalità nella tassazione della ricchezza prodotta e poi la tassa di successione. Oggi è necessario riprendere in mano il livello di progressività, che è un principio costituzionale. Più si ha e più si deve contribuire, rovesciando il livello di ragionamento introdotto dai liberisti negli anni Ottanta, per cui i grandi ricchi pagavano meno tasse per poter accumulare più e quindi investire.
Ma nemmeno questa revisione sarebbe sufficiente perché ogni intervento a livello nazionale è di poco effetto. Siamo di fronte ad un capitalismo finanziario globale che muove i propri capitali su spazi geografici enormi. Gli Stati nazionali sono assolutamente impotenti se tali rimangono. Non a caso da decenni hanno iniziato a creare forme di cooperazione e federazione come per esempio l’Unione Europea. Sono forme di allargamento geografico della statualità per far fronte al capitalismo globale. Tuttavia si tratta di cooperazioni deboli, ostacolate nel loro progetto a diventare vere federazioni e quindi ad avere un potere statuale. La crescita del capitalismo finanziario e lo stop all’unione politica dell’Europa sono fenomeno concomitanti. Del resto, l’Europa politica capace di intervenire a livello di tassazione e redistribuzione sarebbe stata un fatto di enorme rilevanza, anche simbolica; un faro per il mondo, con un messaggio chiaro: se il capitalismo è globale, anche l’intervento politico di regolamentazione e di politiche redistributive deve esserlo.

Ma invece che di fronte al governo dei popoli siamo di fronte al governo delle oligarchie. Di che natura sono oggi?
Il potere delle oligarchie oggi è potere economico e non potere di saggezza e conoscenza. Una classe di persone che ha in mano la grande maggioranza delle ricchezze materiali. Questa classe in fondo esiste da sempre.
Fino a quando ha la possibilità di proteggere e incrementare il proprio status accetta di vivere in qualunque regime; ma davanti ad una crisi economica forte si mobilita.
I governanti devono far fronte all’opinione della maggioranza dei cittadini che chiedono più Stato. A quel punto le oligarchie si mobilitano perché sentono di poter rischiare. Abbandonano il silenzio e la neutralità e si organizzano. La manifestazione di questa reazione è l’emergere di un mercato mondiale che redistribuisce ricchezza e possibilità di rendita all’interno di una classe ristrettissima di persone. I loro strumenti di influenza sono le politiche di detassazione, il sostegno pubblico alle banche d’affari, il potere di opinione delle società di rating. In questo modo le oligarchie globali dirigono le politiche nazionali verso soluzioni che sono convenienti per loro. Si pensi al bailout delle banche di George W. Bush prima di lasciare la Casa Bianca nel 2008. Quel salvataggio di società finanziarie private con soldi pubblici fu un’indicazione importante: il capitalismo andava alla ricerca dei soldi dove c’erano; e dove sono se non nelle casse degli Stati? Ci sono perché con la coercizione lo Stato impone ai cittadini di pagare le tasse. Il capitalismo comprende che lo Stato può diventare un terreno di razzia: non è lo Stato che rende pubbliche le banche private, come si è detto, ma invece il capitale finanziario che si appropria dello Stato. Questo rischio esiste e i salvataggi avvenuti hanno dimostrato che è praticabile. Per questo è importante che si torni a parlare di economia e finanza e gli Stati dovrebbero farsi promotori di interventi alternativi che mettano in discussione il “vangelo ideologico” di decurtazione del benessere della popolazione per arricchire una percentuale piccola del mondo.

Come si colloca la situazione italiana in questa situazione?
L’Italia potrebbe avere un ruolo importante nel bacino europeo. Anche perché il nuovo governo ha interesse a durare -dovrebbe rimanere in carica poco, ma forse non sarà così-, e per farlo deve essere sostenuto dall’opinione pubblica. Dovrebbe dunque mostrarsi attivo e non chiudersi nel suo asfittico recinto romano, ma uscire e diventare protagonista di un nuovo equilibrio europeo anche per cambiare l’attitudine delle opinioni pubbliche. Come sta succedendo in altri Paesi. Il clima in Europa sta cambiando ed è fondamentale che si sviluppi questa capacità di contrattazione dei Paesi del bacino mediterraneo.
Il governo Monti non l’ha fatto. Oggi l’Italia si trova in una situazione migliore di un anno e mezzo fa. Con questa nuova situazione dovrebbe trovare la forza di cambiare e riposizionare anche l’opinione pubblica.

La politica mette in secondo piano questo aspetto cruciale della vita sociale in Italia. È ammalato di “anti-egualitarismo” anche il sistema politico?
Certamente, ma c’è dell’altro. Oggi assistiamo alla nascita di movimenti che non chiedono più  il benessere collettivo, ma solo la difesa del proprio. È un problema serio, dimostra l’impotenza della politica perché ci sentiamo piccoli e incapaci di cambiare un corso delle cose che sembra essere naturale, quasi che l’economia fosse il mondo del “magico”. C’è un elemento di impotenza fra le persone, fra noi che operiamo nel quotidiano. E per questo rinascono le religioni e le forme identitarie e comunitarie, magari nel nome dell’etnia o della “nostra terra”.
Marx parlava di “oppio dei popoli” e di forme di teologia che danno sicurezza in un mondo sociale che sembra in balia a forze che sfuggono al nostro controllo (questo è appunto il caso quando ci viene propinata la dottrina dei mercati che si autoregolano come entità naturali). Il senso di fede in qualcosa che ci lega con la solidarietà oggi non funziona, anzi toglie la possibilità di usare al meglio le regole e i diritti che abbiamo. Queste forme di reazione, anche per ragioni comprensibili, non producono effetti sostanziali e invece indeboliscono.  Così si sente dire che “non vogliamo i neri” oppure che è ingiusto dare la cittadinanza agli stranieri che sono nati in Italia “perché è la nostra terra”. Ma il diritto non è possesso. Questi fenomeni ci sono sempre di più e preoccupano, lo si è visto emergere con le reazioni alla nomina a ministro di Cécile Kyenge. La reazione delle Lega Nord è in realtà trasversale, conseguenza di un’idea che vuole che il diritto sia “nostro” e che con esso possiamo fare quello che vogliamo. Ma il diritto è uno strumento prima di tutto di chi non gode del potere della maggioranza, di chi è minoranza e vuole proteggersi dal rischio permanente di oppressione. —
 

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