Economia / Opinioni

Modello Vietnam: l’economia cresce, la democrazia no

Tra il 1992 e il 2012, il coefficiente di diseguaglianza economica del Paese è rimasto invariato. Ma la popolazione è esclusa da ogni scelta

Tratto da Altreconomia 201 — Febbraio 2018
La città di Saigon, vista dall'alto (© Phil Norton via Flickr)
La città di Saigon, vista dall'alto (© Phil Norton via Flickr)

La storia politica del Vietnam fino alla metà degli anni 70 è piuttosto nota: Paese conteso lungamente da potenze coloniali, è uscito stremato dalla lunga guerra che ha visto il massiccio coinvolgimento degli Stati Uniti. Ancora nel 1993, sette anni dopo l’avvio delle riforme economiche incentrate su politiche di costruzione di “un’economia di mercato orientata al socialismo” (Doi moi), secondo la Banca Mondiale circa il 60% della popolazione viveva sotto la soglia nazionale di povertà mentre ad oggi la povertà estrema riguarda il 3% della popolazione. Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, in Vietnam quaranta milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema e città come Ho Chi Minh e Hanoi sono da anni dei cantieri a cielo aperto.

Il modello vietnamita di sviluppo è spesso associato al modello cinese in termini di gradualità, a differenza del modello post-sovietico che implose alla fine degli anni 90. Tuttavia, a differenza della Cina, il Vietnam è riuscito a unire sviluppo economico e contenimento della disuguaglianza economica: il coefficiente di Gini, un diffuso metodo di misurazione della disuguaglianza, tra il 1992 e il 2012 è rimasto praticamente invariato mentre in Cina il coefficiente è cresciuto di oltre il 30% tra il 1995 e il 2011. Inoltre, il Vietnam è riuscito nel giro di un ventennio a migliorare molto sotto il profilo dello sviluppo umano, l’indice calcolato dalle Nazioni Unite nell’ambito del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), passando da 0,476 nel 1990 a 0,666 nel 2014: un incremento del 40%.

Considerando altri indicatori di disuguaglianza economica, però, la strada vietnamita verso minori disuguaglianze risulta ancora in salita. Un recente rapporto di Oxfam Vietnam (2017) ricorda come le disuguaglianze di genere, per gruppi etnici e per contesto geografico, rimangono ancora consistenti. Ma è l’assenza di democrazia a rappresentare la disuguaglianza maggiore del Vietnam contemporaneo: il modello “a partito unico” impedisce il pluralismo politico, limita la libertà di stampa e impedisce il pluralismo sociale.

In primo luogo, trattandosi di un regime non democratico, non c’è competizione politica e non si tengono elezioni regolari; pertanto, le opportunità di partecipazione da parte dei vietnamiti -a eccezione degli iscritti al Partito comunista vietnamita- sono molto ridotte. In secondo luogo, la libertà di stampa è limitata da una censura molto pervasiva che di recente si è rafforzata con un “esercito” di 10.000 cyber-censori che hanno l’obiettivo di evitare la diffusione di “punti di vista sbagliati”, nelle parole pronunciate da un rappresentante del governo vietnamita a Hanoi il 25 dicembre 2017. Infine, il monopolio pubblico della rappresentanza sindacale ha limitato la capacità dei lavoratori di far sentire la propria voce in modo efficace, nonostante gli scioperi siano sempre più accettati e incentivati, seppure informalmente, dal sindacato “di Stato”.

40% la crescita percentuale del Vietnam nell’indice di sviluppo umano tra il 1990 e il 2014 calcolato dalle Nazioni Unite

Nel complesso, a differenza di altri Paesi asiatici, finora il Vietnam pare aver imboccato una strada più inclusiva sotto il profilo dello sviluppo economico; tuttavia, tale capacità inclusiva si rafforzerebbe ulteriormente se venisse imboccata con decisione la strada dello sviluppo democratico e della promozione della partecipazione attiva della popolazione vietnamita.

Paolo Graziano insegna Scienza politica presso l’Università di Padova. Fa parte dell’Osservatorio sulla Coesione e Inclusione Sociale (OCIS).

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