Economia

Missioni di pace e altro – Ae 83

Per finanziare gli interventi all’estero delle nostre forze armate spendiamo un miliardo di euro l’anno. 10 mila uomini e un fiume di denaro enorme se si pensa che invece alla cooperazione allo sviluppo destiniamo solo 600 milioni di euro. La…

Tratto da Altreconomia 83 — Maggio 2007

Per finanziare gli interventi all’estero delle nostre forze armate spendiamo un miliardo di euro l’anno. 10 mila uomini e un fiume di denaro enorme se si pensa che invece alla cooperazione allo sviluppo destiniamo solo 600 milioni di euro. La novità è che in Iraq, da dove ci siamo ritirati nel dicembre 2006, paghiamo gli altri (una compagnia privata di sicurezza) per difenderci




“Antica Babilonia” a Nassirya è finita: gli ultimi reparti italiani sono rientrati in Italia all’inizio di dicembre 2006. Si è concluso così l’impegno delle forze armate in Iraq  a fianco degli Stati Uniti cominciato il 15 luglio 2003. Un contingente di circa 3 mila uomini, tra esercito, marina, aeronautica e carabinieri che in tre anni è costato (per restare solo alla parte economica e non ai costi umani) oltre 1,5 miliardi di euro. Di questi soldi, solo poche decine di milioni di euro sono andati direttamente in aiuti umanitari: alla faccia di una operazione che, finanziata e rifinanziata dal Parlamento, era denominata ufficialmente “Missione umanitaria, di stabilizzazione e di ricostruzione in Iraq”.

Ma i nostri “impegni di guerra” nel Paese non sono conclusi: in marzo il Parlamento ha votato il decreto di rifinanziamento delle missioni militari all’estero e il governo ha rischiato di andare in minoranza (dimissioni di Prodi e successiva riconferma del presidente Napolitano). Le missioni di “pace” si continuano a votare tutte insieme. e non si tratta soltanto di capire dove

e come dispiegare l’esercito ma, soprattutto, dove e come impiegare i soldi. Un fiume di denaro: circa un miliardo di euro l’anno. Dal 2001 al 2005 per operazioni di questo tipo il nostro Paese ha speso oltre 5 miliardi di euro.  Nel complesso, le spese di natura bellica o militare dell’Italia si possono suddividere in tre grandi comparti: le spese per il bilancio della Difesa (i soldati e le strutture delle nostre forze armate più la sicurezza pubblica), le spese per le missioni militari e una serie di fondi per la coproduzione di armamenti o il sostegno all’industria bellica.

Così, se si considera l’insieme della spesa militare dello Stato, si arriva a 21 miliardi di euro, compresi i 1.700 milioni previsti per interventi a sostegno dell’industria bellica ad “alto contenuto tecnologico” e gli oltre 100 milioni di euro per le nuove fregate Fremm e i caccia Eurofigther.

Quando generali e ministri parlano di spese militari quasi sempre tralasciano di conteggiare questi fondi che vengono addebitati ad altri ministeri e che risultano ufficialmente come spese per l’industria o le attività produttive.

In realtà con questi dati la spesa militare nel 2007 cresce dell’11 per cento rispetto all’anno precedente.

Per avere un termine di paragone basti pensare che mentre spendiamo un miliardo di euro per le missioni all’estero destiniamo solo 257 milioni al Servizio civile nazionale e 600 milioni per la cooperazione allo sviluppo.

Ma dove e come ha deciso di impiegare questi soldi il nostro governo? La novità più rilevante, come è noto, è la missione in Libano che diventa il principale impegno italiano (386 milioni di euro, a fronte di 30 milioni stanziati per la cooperazione). Subito dopo, per spesa e numero di uomini impiegati, viene l’Afghanistan (313 milioni di euro complessivi); ma sono una decina i teatri internazionali in cui i nostri militari sono dispiegati: 10 mila circa in tutto.

“È il numero massimo che ci possiamo permettere -spiega Massimo Paolicelli (presidente dell’Associazione obiettori nonviolenti)-; i vertici militari da tempo sostengono che ulteriori richieste di uomini non saranno sostenibili, visti i costi dei materiali e la necessità di un ricambio delle truppe”.

Le forze armate comprendono oggi circa 190 mila uomini  (negli ultimi anni della leva obbligatoria erano circa 300 mila) ma circa la metà sono ufficiali o sottoufficiali. Insomma, per impegni su altri scenari di guerra rischia di mancare la truppa e rischia di andare in tilt l’organizzazione logistica.

Ma il decreto di rifinanziamento contiene, tra le righe, altre due novità eclatanti: in Iraq continuamo a spendere almeno 16 milioni di euro, tre volte i fondi umanitari destinati al Darfur, la martoriata regione del Sudan meridionale da decenni in preda alla guerra civile.

10 milioni di euro li spenderemo per il “personale militare impiegato nell’ambito della riorganizzazione dei ministeri della Difesa e dell’Interno e nelle attività di formazione e addestramento delle forze armate e di polizia irachene”. In tutto si tratta di una trentina di tecnici dell’esercito e dei carabinieri. Altri 1,9 milioni li spenderemo per inviare in loco un manipolo di esperti italiani a supporto dell’Unita di sostegno alla ricostruzione irachena. E qui troviamo la sorpresa più grande. Il governo infatti stanzia 3,5 milioni per la protezione di questi tecnici affidandola ad una compagnia militare privata. Come si apprende dalla relazione tecnica che accompagna il decreto, lo scopo è la sicurezza del personale civile tramite una compagnia privata già operante in Iraq con personale locale.

È la prima vera assunzione diretta per compiti di sicurezza di una compagnia di “contractor” operata dal governo italiano, senza avere alcuna garanzia su quali saranno le “regole d’ingaggio” di questa compagnia. In pratica affidiamo ad altri (senza stabilire prima con quali limiti) il compito di difenderci e di fare la guerra per noi. Un comunicato della Rete italiana per il disarmo puntualizza allarmato:  “In fin dei conti è una grossa somma di denaro pubblico che dovrebbe avere la massima trasparenza di utilizzo, considerato poi il delicato compito che si va a finanziare. Non pensavamo che nel concetto di ‘esportazione’ della democrazia si arrivasse poi all’aspetto puramente economico della parola”.

Tutto questo mentre invece si dimezzano i fondi destinati alla cooperazione in Iraq che passano da 56 a 30 milioni di euro.

Anche in Africa, continente martoriato da conflitti e guerre intestine, demandiamo ad altri l’impegno della sicurezza, non affidandoci questa volta a privati ma ad organismi internazionali: nel decreto compare infatti un finanziamento di 10 milioni di euro all’Organizzazione degli Stati Africani per l’invio di una “forza internazionale di pace” in Somalia. Sparisce invece la missione per le elezioni presidenziali in Congo dell’anno scorso e diminuiscono i fondi umanitari per il Darfur: da 7,5 milioni di euro a 5,5 milioni.

Altro punto qualitativamente interessante del decreto è il contributo previsto a favore degli interventi di ricostruzione “quick-impact”, gestiti direttamente dai militari. Per ricostruire le infrastrutture distrutte dai bombardamenti e ripristinare i servizi essenziali saranno spesi 7,1 milioni in Afghanistan, 1 in Libano e Kosovo e 72 mila euro in Bosnia-Erzegovina. Anche questo non è scontato: non si capisce perché si affidi una così grande discrezionalità ai militari in tema di ricostruzioni civili.

Infine va notato come in molte delle missioni internazionali le nostre forze armate saranno affiancate da forze di polizia. La guardia di finanza, che da tempo è impegnata nel controllo delle frontiere afgane, riceverà oltre 2,5 milioni di euro nel 2007 (contro i circa 450 mila del 2006) che si vanno a sommare ai 192 mila stanziati per il Kosovo. La polizia vedrà finanziato il suo lavoro in Kosovo con 1,2 milioni di euro e con oltre 7,5 milioni per i programmi di cooperazione in Albania e nei Balcani.

Per quanto riguarda l’Afghanistan, a margine delle operazioni militari, sono previsti infine stanziamenti per 127 mila euro per la “conferenza sulla giustizia” in programma a luglio a Roma e 500 mila euro per quella di pace fortemente caldeggiata dal ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Sul fronte della lotta al terrorismo internazionale, quindi del supporto ad operazioni non territorialmente definite, nel decreto scompare ogni riferimento a “Enduring Freedom” ma continuano a rimanere delle voci di spesa non marginali

(circa 8 mlioni di euro) per la missione aero-navale Nato “Active Endeavour” nata nell’ottobre del 2001 in base all’articolo 5 del Patto atlantico.



Un esercito di generali

Sono circa 10 mila gli uomini delle forze militari italiane impiegati nelle operazioni internzionali (in alto). Non sempre le “missioni di pace” avvengono con spiegamento di forze e di mezzi: sempre più deleghiamo ad altri i compiti di sicurezza e limitiamo il nostro intervento al cofinanziamento delle operazioni di peacekeeping.

Qui accanto la strutture delle forze armate italiane: molti generali e pochi soldati.



Banche armate 2006

Eccola qui accanto la lista che ogni anno rivela quante e quali banche contribuiscono all’export italiano di armi.

L’elenco è contenuto nella relazione presentata ogni anno dalla presidenza del Consiglio dei ministri, come previsto dalla legge 185 del 1990, e si riferisce al 2006. Come abbiamo già avuto modo di spiegare (Ae 73), questa lista però non rivela quali istituti di credito hanno finanziato direttamente (con prestiti o investimenti) l’industria o il commercio d’armi. L’elenco indica piuttosto quante volte e per quali importi la filiale italiana di una banca (anche estera) ha accreditato a un proprio cliente soldi che questo ha guadagnato vendendo armi all’estero. Quindi attenzione: la lista è parziale, perché sono esclusi tutti i pagamenti fatti a produttori di armi italiani su conti che questi hanno all’estero. Prima di incassare il pagamento di un acquirente d’armi, la banca deve chiedere l’autorizzazione al Dipartimento del Tesoro, indicandone l’importo. In caso positivo i soldi finiscono nel conto del cliente-produttore di armi. Con questo meccanismo di soldi nei conti dell’industria bellica ne sono finiti nel 2006 per quasi un miliardo e mezzo di euro (contro il miliardo e cento milioni del 2005). Un terzo sono passati dagli sportelli di San Paolo Imi, che supera tutti con quasi 500 milioni di euro di importi autorizzati, una montagna in più rispetto ai 164 dello scorso anno. Il resto dell’elenco spulciatelo alla ricerca della vostra banca, che dall’operazione guadagna con una commissione che di solito non supera l’1,5% dell’importo.

E magari usa questi soldi per finanziarvi il mutuo della casa.

La lista delle “banche armate” è però solo uno dei dati contenuti della relazione della presidenza del Consiglio.

La quale innanzitutto fa il punto di quante armi ha esportato l’Italia (un estratto si trova qui: www.governo.it/Presidenza/UCPMA/relazione2006.html). Il dato che emerge è inquietante: nel 2006 abbiamo venduto armi per 2,19 miliardi di euro, contro il miliardo e 360 milioni del 2005. I “campioni” dell’export sono sempre gli stessi: Alenia, Oto Melara, Avio, Selex, tutte società della galassia Finmeccanica. In particolare hanno grande successo gli elicotteri della Agusta.

Oltre il 60% delle armi finisce a Paesi Nato o dell’Ue, ma tra i nostri “clienti” ci sono anche nomi poco rassicuranti come l’Oman, la Nigeria, l’India e il Pakistan.



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