Sport / Intervista

Mirko Chiari. Pugni dietro le sbarre

Nel 2016, l’ex pugile ha iniziato un corso nel carcere di Bollate (Milano). Tra ganci, schivate e montanti, i detenuti possono iniziare un faticoso percorso di crescita personale

Tratto da Altreconomia 203 — Aprile 2018
Mirko Chiari, 41 anni e 104 combattimenti come pugile alle spalle. Ha insegnato la boxe ai minori in difficoltà a Milano e provincia

“Ho letto da qualche parte che nella vita importa non già di essere forti, ma di sentirsi forti. Di essersi misurati almeno una volta, di essersi trovati almeno una volta nella condizione umana più antica, soli davanti alla pietra cieca e sorda, senza altri aiuti che le proprie mani, e la propria testa”. Questa citazione di Primo Levi è tra le preferite di Mirko Chiari, 41 anni, ideatore e istruttore del corso di pugilato per detenuti del carcere sperimentale di Bollate. Nel confronto con la pietra, con l’elemento naturale dal quale l’uomo deve salvarsi, Mirko rivede l’energia primordiale e rigenerante del pugilato. Con questo spirito, dopo 104 incontri combattuti e dopo avere portato per anni la boxe ai minorenni in difficoltà nei centri diurni del milanese, Mirko è riuscito a farsi aprire i cancelli della casa di reclusione.

Come ti è venuta l’idea?
MC La premessa è che nel mio percorso di gioventù ho avuto un’esperienza carceraria breve, tre giorni e due notti a San Vittore a Milano. Ho portato via lo scooter a un ragazzo quando avevo 19 anni. La mia era una famiglia completamente per bene, ma venivo da una periferia difficile nella quale il rubare mi garantiva un riconoscimento sociale. Il giudice poi non ha convalidato l’arresto, ho patteggiato la pena, grazie alla condizionale non ho fatto altro carcere, e non ho più commesso reati. Anche perché l’esperienza era stata forte: era un’ambiente che mi respingeva, del tutto privo di affettività e di richiami alla vita all’esterno. Subito dopo ho cominciato con lo sport e il pugilato, e ho visto gli effetti che aveva su di me. Usavo sempre le mani, ma non più per rubare, e sentivo crescere il rispetto per me stesso. Così ho cominciato a pensare che potesse essere utile anche in un contesto coatto: la boxe è sfogo fisico ed è molto connesso alla rappresentazione di sé.

È stato difficile avviare il corso?
MC Per anni l’ho proposto in varie carceri, fra cui San Vittore e Opera, ma senza successo. Non mi facevo troppe illusioni: il pugilato suscita molte resistenze, perché lo si associa alle botte e al sangue. Inoltre io avevo dei precedenti, e anche per questo ho chiesto e ottenuto la riabilitazione penale. Ma non c’era verso. La svolta è stata incredibile: un giorno salendo le scale del mio condominio ho fatto due chiacchiere casuali con un vicino. Ho scoperto che si chiamava Roberto Bezzi ed era il direttore dell’area trattamentale del carcere di Bollate. Quella sera alle nove sono salito a prendere il caffè da lui. Si è innamorato del progetto e nel settembre 2016 il corso è partito.

Come si svolge una lezione?
MC
Al corso, che tengo col mio maestro Bruno Meloni, partecipano in 25. Ci troviamo una volta alla settimana per due ore. I detenuti sono di età molto varie e spesso hanno pene di 10 o 20 anni, a volte anche l’ergastolo. Innanzitutto cerchiamo di impegnarli molto fisicamente, perché alle otto le celle si chiudono e un corpo stanco dorme meglio. Inoltre a ogni lezione e a ogni colpo che insegniamo associamo la storia particolare di un pugile. Per esempio, mentre spieghiamo come portava il montante al fegato il campione dei superleggeri Micky Ward, distribuisco fotocopie con il racconto della sua vita. Era cresciuto nei difficili sobborghi irlandesi di Boston, sua madre era alcolizzata, suo fratello tossicodipendente. Sono vicende nelle quali diversi miei allievi possono riconoscersi. E intuiscono cosa può fare il pugilato per loro. Da questo settembre abbiamo avviato un corso anche per la polizia penitenziaria, in fondo anche gli agenti vivono gran parte della loro vita in prigione. Talvolta la coesistenza dei due corsi suscita malumori, ma io stringo la mano sia ai detenuti che agli agenti: ho rispetto di entrambe le parti e mi sento portatore sano di uguaglianza. Anzi, il nostro desiderio sarebbe realizzare qui un corso comune per carcerati e agenti.

“La boxe non è fatta di furia e sfogo, tutt’altro: bisogna incanalare le proprie energie, occorre disciplina. Perché sul ring il dolore è inevitabile e bisogna imparare a gestirlo”

Lo raccontano anche tanti film: la boxe sembra un’occasione di riscatto per chi sta ai margini della società. Perché?
MC
Innanzitutto il ring è un luogo sicuro, a differenza delle vite dure e sregolate di molte di queste persone, nelle quali non si sa mai cosa può capitare o chi s’incontra. Sul ring ci sono due persone che hanno scelto in modo libero e consapevole di picchiarsi. Sono dello stesso peso, indossano guantoni protettivi, c’è un arbitro a loro tutela. Ci sono regole da rispettare che proteggono entrambi, a partire da quella non scritta di portare rispetto al tuo avversario. E poi c’è la crescita personale. Ovviamente il pugilato può sembrare un ambiente dove si dà sfogo alle frustrazioni personali picchiando qualcun altro, e questa talvolta è la scintilla che fa cominciare alcuni. Ma fin dal primo allenamento ci si accorge che la boxe non è fatta di furia e di sfogo, tutt’altro: bisogna incanalare le proprie energie, occorre disciplina. Perché sul ring il dolore è inevitabile, e bisogna imparare a gestirlo. Devi riuscire a respirare, a guardare con lucidità cosa fa l’avversario e a gestirti nella sofferenza, altrimenti sei finito. Ma è qui che si ottiene il risultato e comincia il percorso di crescita. E prende forma un nuovo rispetto per se stessi, che trasforma l’identità. Per questo desidero lavorare con detenuti che abbiano pene lunghe: voglio avere il tempo di creare il pugile e incidere sul suo percorso di vita.

La recidiva a Bollate è sotto il 20%, ma nelle altre carceri d’Italia è al 70%. Secondo te perché è così frequente?
MC Mi sono fatto un’idea che può anche essere controversa. Prendiamo il caso di un ragazzo che entra in carcere a 26 anni ed esce a 40. In tutto questo tempo impara che può fare a meno della vita esterna e dei suoi piaceri – un tramonto, una donna, una birra. Quando esce di prigione, ormai cambiato, ritrova l’esistenza normale con le sue difficoltà e doveri: la famiglia, le bollette, la fatica di ricostruirsi una vita. Allora commette un nuovo reato, magari non grave, per ritrovarsi in carcere. Quando si è spento il desiderio e si ha la consapevolezza di potere stare senza tante cose, si annulla l’essere umano e si crea il carcerato. E questo la società non può permetterselo: la verità è che la riabilitazione serve a noi prima che ai detenuti. Il problema è che il carcere di Bollate è pressoché unico: altrove non si arriva a un terzo della qualità che c’è qui. Qui ci sono occasioni, stimoli e un certo grado di apertura verso l’esterno, con volontari, scuole e futuri magistrati che vengono a conoscere cosa significa il carcere. É un modello che dovrebbe diffondersi a tutta Italia.

20% il tasso di recidiva tra i detenuti del carcere di Bollate. Nelle altre carceri italiane è del 70%

Come dovrebbe evolvere il sistema carcerario?
MC Non mi sento abbastanza competente da fornire ricette alla politica. É una questione complessa: gli indulti non sono una soluzione, né lo è l’inasprimento delle pene. Il percorso carcerario deve esserci, e deve essere costruttivo. Di sicuro però bisogna che si parli di più di carcere. É un luogo a tutti sconosciuto, dunque crea timori e falsi miti che andrebbero smentiti subito. Da un lato c’è sempre la paura del mostro, ma mostri qui non ne incontro. Invece ci sono tante persone consapevoli di avere commesso un reato che scontano la loro pena con dignità. Dall’altro, grazie anche a cinema e televisione, si diffonde una certa idea che il criminale sia figo.
Ma il carcere è un luogo brutto e altrettanto la vita carceraria, e questo lo si deve sapere, aiuta a starne lontani.  Anche perché la linea di confine fra il carcere e il resto del mondo è più sottile di quanto siamo disposti a credere: varcarla per tanti di noi è un attimo, un imprevisto, una circostanza. Poi ciascun detenuto ha la sua storia e il suo percorso: gli va garantita la possibilità di reintegrarsi, ma a seconda di ciò che ha fatto deve guadagnarsela con fatica. Anche in quest’ottica la boxe è una buona metafora della vita. Farsi portare all’angolo di un ring o contro le corde non è poi diverso dal trovarsi nella vita di tutti i giorni sovrastati da un problema più grosso di noi. Cresciamo quando troviamo la capacità di affrontarlo.

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