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Quando l’inclusione fa centro in sei canestri ad altezze diverse

Su un campo da basket modificato si sfidano giocatori con e senza disabilità, uomini e donne, giovani e meno giovani. Il baskin è uno sport che valorizza tutte le differenze, trasformandole in punti di forza per la squadra

Tratto da Altreconomia 199 — Dicembre 2017
Un momento della partita di baskin tra il "Futura Milano" e "Millepiedi" di Varese

L’attaccante parte lento da fondo campo, facendo rimbalzare la palla a terra a ogni passo. All’improvviso accelera. Ma, invece di dirigersi verso il canestro avversario -come farebbe qualunque giocatore di basket- punta verso la metà campo, scarta un giocatore e consegna la palla nelle mani di un compagno di squadra che lo stava aspettando fermo sotto a  un altro canestro. Nel baskin i canestri sono ben sei: oltre a quelli di fondo campo ce ne sono quattro, collocati ad altezze differenti, posti sulla linea di mezzeria e “protetti” da una lunetta dove può stare un solo giocatore, il pivotAl passaggio della palla tutti si fermano. Fabrizio, maglia numero 24 e pivot della “Futura Baskin”, si posiziona sulla linea di tiro, solleva la palla e tira. Il canestro scatena l’applauso della tribuna e delle panchine, compresi gli avversari del “Millepiedi”, squadra varesina in trasferta a Milano, che a fine pomeriggio vincerà il match 50 a 47.

Nato nei primi anni Duemila a Cremona, oggi il baskin è una disciplina che coinvolge circa 8mila giocatori in tutta Italia con un’ottantina di società e viene praticato in molte scuole proprio per la capacità di coinvolgere tutti i ragazzi in un’attività sportiva intensa e divertente. A inventare questa disciplina è stato Antonio Bodini, ingegnere, ex giocatore di basket e papà di Marianna, una bambina affetta da paralisi cerebrale. “Ho cinque figli e volevo che tutti potessero giocare assieme -racconta ad Altreconomia-. Così insieme a Fausto Cappellini, insegnante di educazione fisica, abbiamo iniziato a immaginare un nuovo sport che desse a tutti i ragazzi, con o senza disabilità, la possibilità di giocare assieme. E soprattutto di divertirsi”.

Appassionarsi a una partita di baskin è immediato, capire le regole un po’ meno. Oltre ai sei canestri bisogna fare i conti con i “ruoli” che vengono assegnati a ciascun giocatore in base alle sue caratteristiche. Il “ruolo 5”, ad esempio, viene dato a ex giocatori di basket o a giocatori ancora in attività e non può marcare i giocatori avversari che ricoprono il “ruolo 4” (neofiti) o il “ruolo 3” (giocatori con lievi disabilità motorie o con sindrome di Down). Viceversa, invece, la marcatura è possibile. “Mentre i pivot sono giocatori con gravi disabilità motorie o con autismo. Non hanno limiti di tempo per eseguire il tiro e i loro canestri valgono due o tre punti”, spiega Francesca Filippazzi, una delle dirigenti del “Futura Baskin”, squadra nata nel 2015 .

“Tra dirigenti e giocatori siamo una trentina di persone, i ragazzi con disabilità in squadra sono 10-15”, spiega Francesca, ex giocatrice di basket, che si è avvicinata a questo sport quasi per caso. “Sono andata a vedere una partita su invito di un amico, mi ha emozionato tantissimo. Il baskin asfalta tutte le barriere, non solo quelle date da una disabilità, ma anche quelle del sesso (le squadre sono miste, ndr) e persino quelle dell’età. Quest’anno in squadra avremo anche la nonna ultra ottantenne di un nostro compagno di squadra: farà il pivot”.

All’interno della squadra tutti i giocatori hanno la stessa importanza. “Il baskin è un gioco che valorizza le capacità di ciascuno, per quanto limitate queste possano essere”, spiega Mauro Mazzara, allenatore del “Futura”. Possono giocare anche persone con capacità motorie limitatissime: usando palle più piccole e un canestro più basso, anche persone affette da atrofia muscolare spinale (SMA) possono risultare determinanti per la propria squadra. Ma senza favoritismi.

“Il baskin asfalta tutte le barriere, non solo quelle date da una disabilità, ma anche quelle del sesso e persino quelle dell’età” (Francesca Filippazzi, dirigente del “Futura”)

“La distanza del tiro viene aggiustata in modo tale che la prestazione di ciascun giocatore sia al limite delle sue possibilità -spiega Antonio Bodini-. Nello sport tradizionale quello che conta è la prestazione assoluta, a prescindere da chi compie il gesto. Nel baskin si riconosce la fatica di ciascuno, assegnando un punto di partenza che può essere diverso da quello degli altri”.

“Il baskin è una disciplina che sta crescendo tanto e si sta diffondendo sempre più -commenta Luca Pancalli, presidente del Comitato paralimpico italiano (Cip)-. E nel mondo scolastico può rappresentare una soluzione nelle ore di educazione motoria, al fine di un’integrazione tra gli alunni con e senza disabilità”. Le scuole hanno accolto con entusiasmo la possibilità di praticare questo sport: nel 2015 sono stati coinvolti circa 4mila studenti (di cui 350 con disabilità) tra Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Veneto e Sicilia.

Numeri raddoppiati rispetto al 2012 e che andranno a crescere ulteriormente grazie alla stipula di un protocollo tra il ministero dell’Istruzione e l’associazione Baskin che ha come obiettivo quello di promuovere la pratica di questo sport nelle scuole di ogni ordine e grado.

Resta però ancora irrisolto il nodo del tesseramento. I regolamenti sportivi attuali separano gli atleti con disabilità, che devono essere tesserati presso il Comitato italiano paralimpico, dagli atleti normodotati, che invece “appartengono” al Coni. “In questo quadro, noi non abbiamo una collocazione precisa, non c’è uno spazio ritagliato per noi”, conclude Bodini. “Si è creata una zona inesplorata, come avviene per altri sport integrati -commenta Pancalli-. Attualmente il Baskin ha il titolo di associazione benemerita, che lo colloca all’interno della grande famiglia dello sport paralimpico. Ma stiamo lavorando assieme al Coni per trovare una soluzione”.

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