Milano si tiene la sua acqua – Ae 85

L’acquedotto milanese, da più di cento anni, è di proprietà del Comune e nessuno, neanche la Moratti, vuole privatizzarlo.Prosegue il nostro viaggio (iniziato nel numero scorso) alla scoperta di aziende pubbliche che funzionano L’acquedotto di Milano è uno dei meno…

Tratto da Altreconomia 85 — Luglio/Agosto 2007

L’acquedotto milanese, da più di cento anni, è di proprietà del Comune e nessuno, neanche la Moratti, vuole privatizzarlo.
Prosegue il nostro viaggio (iniziato nel numero scorso) alla scoperta di aziende pubbliche che funzionano




L’acquedotto di Milano è uno dei meno bucati d’Italia: nove litri su dieci arrivano nelle case. A livello nazionale le perdite sfiorano il 30 per cento, con punte del doppio a Bari e a Latina. A Milano, da quando è nato più di cento anni fa, nel 1887, l’acquedotto è pubblico. Da quattro anni la gestione (insieme alla depurazione) è affidata a Metropolitana Milanese (MM), una società per azioni controllata dal Comune, nata negli anni Cinquanta per occuparsi della progettazione e realizzazione delle linee della metropolitana. Quando intorno al 2000 il Comune scelse di non privatizzare decise di affidare l’acquedotto a una spa totalmente controllata dal Comune (MM appunto), piuttosto che crearne una nuova. Il Comune trasferì a MM circa 550 dipendenti (nel frattempo sono scesi a poco più di cinquecento) e una rete all’avanguardia: mentre molti acquedotti italiani sono groviere in eternit o in cemento-amianto, i tubi milanesi erano già in ghisa e quelli di oggi sono di ghisa sferoidale (più duttile e più costosa).

E oggi si incassano i benefici di altre scelte (e conseguenti investimenti) fatte in passato. Ad esempio, “l’aver scavato tanti pozzi -ricorda l’ingegner Carlo Chiesa, della segreteria tecnica di MM-, che in altre città anche grandi non esistono”. Nel sottosuolo di Milano l’acqua è abbondante e MM la estrae da 350 pozzi. Dai pozzi attingono 31 stazioni di pompaggio che in un anno fanno circolare nell’acquedotto circa 250 milioni di litri d’acqua (12 mila litri al secondo). Tutta l’acqua distribuita viene pescata dalla seconda o dalla terza falda, tra gli 80 e i 120 metri di profondità.

La prima falda oggi affiora anche (con qualche problema per i parcheggi sotterranei che ogni tanto si allagano), dopo la chiusura della grande industria, che ne consumava una larga parte, ma è acqua contaminata. “Ogni anno facciamo 21 mila analisi chimiche e batteriologiche, in pratica due al giorno per ognuna delle 31 centrali” riprende Chiesa. E oltre che da MM analisi indipendenti sono svolte anche dall’Arpa, per conto dell’Asl. Insieme alla bolletta l’azienda invia i risultati delle analisi zona per zona a tutti gli amministratori di condominio, per diffonderla tra condomini e inquilini.

Nel 2006 il Servizio idrico integrato di MM ha fatturato quasi 110 milioni di euro e pagato al Comune un canone (per l’uso delle reti e degli impianti) di 22 milioni 869 mila euro.

Il bilancio è in pareggio e la tariffa è bloccata dal 2001: 0,46 euro per metro cubo, tra le più basse in Italia. Per il solo servizio d’acquedotto, nel 2006, è stata in media di 0,11 euro per mille litri d’acqua.

Così, nonostante consumino 359 litri al giorno (per le utenze domestiche; 550 litri al giorno in totale), più di ogni altro in Italia, i milanesi pagano la bolletta più bassa insieme agli abitanti di Massa, 106 euro all’anno per famiglia (il dato è dell’osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva). Un bell’esempio di gestione pubblica: efficienza e costi bassi per gli utenti. Per ogni palazzo di Milano c’è un unico contatore e un’unica bolletta, e anche questo è un punto di forza per MM: gli utenti sono solo 49 mila -e, così, anche i contatori da controllare e le fatture da emettere- ma i residenti (consumatori) sono oltre 1 milione e 250 mila. La densità abitativa della rete, che si sviluppa su un’area di 182 kmq, è di 6.902 persone per kmq, la più alta in Italia (a Roma e dintorni sono 704).

Metropolitana Milanese ha investito nell’acquedotto 31 milioni di euro in tre anni e mezzo, che sono serviti a garantire il buon livello del servizio. L’attività di ricerca delle perdite, ad esempio, è permanente, e per il pronto intervento MM spende circa 2 milioni di euro l’anno.

“Quando nel 2003 abbiamo ereditato la gestione del servizio idrico c’erano ancora 600 buchi nei 2.338 km della rete di acquedotto del Comune di Milano, e in 6 mesi abbiamo praticamente azzerato le perdite -spiega Bruno Rognoni, idrogeologo e direttore del Servizio idrico integrato di Milano per MM-. Abbiamo commissionato uno studio anche sulle perdite occulte, quelle che non si vedono perché sono piccole o sulla pancia dei tubi. Poi le abbiamo riparate”.

La differenza tra una gestione pubblica e una privata (dove è prevista una remunerazione adeguata del capitale privato) la spiega con una frase secca e significativa ancora Rognoni: “Io non ho bisogno di fare utili”.

Il bilancio di MM è in sostanziale pareggio: i ricavi vengono investiti nella rete. Detta un po’ meglio: “La differenza tra pubblico e privato è una gestione economico-finanziaria sana come strumento di una gestione sostenibile e non basata sulla massimizzazione del profitto come risultato primario”, spiega Emanuele Lobina, che da ricercatore al Public Service International Research Unit (Psiru) dell’Università di Greenwich, in Inghilterra, studia i processi di privatizzazione dei servizi pubblici locali in tutto il mondo. Nell’ambito di un progetto di ricerca finanziato dalla Commissione Europea, Watertime, ha analizzato 29 “casi studio” in tutta Europa, tra cui anche quello dell’acquedotto di Milano.

Ora il Comune e l’Ambito territoriale ottimale (Ato) -l’organo di governo del bacino idrico (anche in questo caso, Milano è un’anomalia, essendo l’unico Ato italiano formato da un solo Comune)- sono di fronte a un altro passaggio significativo: dovrebbero procedere all’affidamento ventennale e non sembrano intenzionati a privatizzare il capitale dell’azienda.

“Anche la maggioranza (di centrodestra, ndr) è d’accordo -assicura Basilio Rizzo, da oltre vent’anni consigliere comunale d’opposizione e membro della commissione ‘Bilancio privatizzazioni e aziende a partecipazione comunale’-.

Le spinte a privatizzare ci sono state, ma erano tutte di natura finanziaria e non gestionale”. Il comune, cioè, avrebbe voluto far confluire MM nell’Azienda energetica municipale (Aem), per aumentarne il valore in vista della fusione con l’Asm di Brescia”.

Questa aggregazione ormai è conclusa. MM è rimasta quella che era.



Monferrato senza azioni

Portare l’acqua tra le colline del Monferrato costa più che a Milano. La gente vive in cascine sparse, spesso isolate: qui ci sono 21 metri di rete per ogni abitante, quando la media nazionale è di 6,6, e 48 mila utenze su 1.250 kmq di territorio. In un contesto del genere un gestore privato, che voglia “remunerare adeguatamente” il capitale investito, non fa affari, a meno di tagliare gli investimenti. E infatti l’eredità della gestione della Società acque potabili -privata e quotata in Borsa dal 1965: oggi è controllata da Iride e Smat Torino- sono 1.500 km di tubi vecchi 60 anni. Una parte sono in eternit. Dell’acquedotto oggi si occupa il Consorzio dei comuni per l’acquedotto del Monferrato (Ccam). Nato alla fine degli anni Venti, riunisce 101 comuni, l’80% sotto i mille abitanti. È un gestore sui generis: l’unico, in Italia, che non è diventato una società per azioni. “Ci regoliamo come un’azienda privata ma la filosofia è quella pubblica -racconta Aldo Quilico, presidente del Ccam dal 1985-: copriamo il 100% del territorio, andando a fare interventi anche laddove non c’è nessun interesse economico, non distribuiamo dividendi e l’utile viene reinvestito”. Il Consorzio fattura 12 milioni di euro all’anno. Nove arrivano dall’acqua. Il 15% dei ricavi va in spese per i pompaggi. Dal 2003 a oggi l’azienda ha portato a termine investimenti per 9 milioni di euro: “La nostra è una corsa contro il tempo -scherza Quilico-: facciamo 2 mila interventi all’anno sulla rete e c’è la manutenzione di oltre 700 impianti di depurazione”, piccoli e sparsi per servire tutte le frazioni e le borgate (sono 9 o 10 per ogni Comune). Ci pensano i 92 dipendenti del Consorzio.

La tariffa è un po’ più alta -un euro e mezzo al metro cubo per acquedotto più fognature più depurazione- ma non potrebbe essere altrimenti. www.ccam.it



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