Economia

Migranti condannati ai lavori forzati

Dall’Asia all’Africa, dal Sud Europa all’America latina, nell’industria globale c’è chi è occupato in condizioni di semi-schiavitù

Tratto da Altreconomia 146 — Febbraio 2013

L’industria globale non può fare a meno del lavoro migrante. Lo sa la Cina, con le sue decine di milioni di immigrati interni dirottati dalle campagne alle aree costiere meridionali per produrre ricchezza per le élite e prestigio per la nazione, ma ancora legati allo hukou, il sistema di residenza obbligatoria che vincola i cinesi al loro luogo natale, non solo privando i nuovi arrivati dell’accesso ai servizi sociali,  ma incatenandoli allo status di clandestini nel loro stesso Paese.
Lo sa la Malaysia, la cui industria dell’elettronica, settore di punta con una quota pari al 60% delle esportazioni manifatturiere malesi, dipende da 300mila migranti provenienti da quasi una decina di Paesi asiatici, lavoratori condannati alla totale invisibilità anche quando sono regolarmente assunti: una legge li assoggetta in tutto ad agenti procacciatori, esentando da ogni vincolo giuridico, e responsabilità diretta, il datore di lavoro effettivo.
È un sistema legalizzato di sfruttamento della manodopera, di cui ha fatto le spese, nel 2011, il difensore dei diritti umani malese Charles Hector Fernandez, costretto a pubblicare una pagina di scuse in due grandi quotidiani nazionali per evitare una più che probabile condanna milionaria per danni, per aver additato pubblicamente un’azienda giapponese per violazioni comprovate dei diritti umani e del lavoro nei confronti di 31 immigrati birmani.
I flussi migratori verso i Paesi produttori sono un fenomeno che la Clean Clothes Campaign (www.cleanclothes.org) dal suo osservatorio sul tessile-abbigliamento globale, sta studiando da alcuni anni, e con la recente costituzione di un gruppo di lavoro internazionale specifico si propone di creare un fronte comune a salvaguardia dei diritti basilari, per l’inclusione del lavoro migrante nei codici e negli standard aziendali e il riconoscimento di un salario dignitoso secondo i calcoli e le proposte, applicabili su scala mondiale, dell’Asia Floor Wage Alliance. L’International Migrants Strategy Meeting che si è tenuto a Chiang Mai (in Thailandia) nel novembre scorso è stata l’occasione per fare il punto della situazione e coordinare i prossimi passi.
Ma quanti sono e dove si concentrano i migranti dell’industria dell’abbigliamento globale? Secondo stime molto prudenziali sono alcune centinaia di migliaia di persone. Paesi come Taiwan, Malaysia, Thailandia, Mauritius, Giordania fanno largo uso di manodopera migrante proveniente da Birmania, Indonesia, Vietnam, Cambogia e Filippine per sopperire a carenze interne o per abbattere i costi.
Le giovani industrie nel Medio Oriente attirano migranti da Cina, Bangladesh, India e Sri Lanka. In Argentina migliaia di donne boliviane lavorano in condizioni di semi-schiavitù nella sub-fornitura delle grandi marche. Mentre la sabbiatura dei jeans in Turchia ruba la vita a immigrati di Romania, Moldavia, Azerbaijan. —
 

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