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Ecco perché cresce il numero di bengalesi che arriva in Italia

I migranti dal Bangladesh sbarcati sono secondi solo ai nigeriani, ed entro il 2017 il numero potrebbe raddoppiare rispetto al 2016. Tra le cause il mercato del lavoro italiano, che attrae manodopera non specializzata, per sfruttarla

Tratto da Altreconomia 196 — Settembre 2017
L’arrivo di migranti nel porto di Napoli, nell’ottobre 2016: 466 persone in arrivo da Nigeria, Eritrea, Gambia, Pakistan e Bangladesh - © Alessio Paduano/Anadolu Agency/Getty Images
L’arrivo di migranti nel porto di Napoli, nell’ottobre 2016: 466 persone in arrivo da Nigeria, Eritrea, Gambia, Pakistan e Bangladesh - © Alessio Paduano/Anadolu Agency/Getty Images

Nel 2004 un’esondazione del fiume Mahananda, nel Bangladesh settentrionale, ha spazzato via la casa della famiglia di Adil, lasciando tutta la numerosa famiglia senza un tetto. “Mio padre era un contadino. Io ho iniziato a lavorare quando avevo 12 anni, in una fabbrica di abbigliamento a Dacca. Ma pagavano poco, 30 euro al mese”. Una famiglia numerosa e povera quella di Adil: padre, madre, tre sorelle e lui, unico figlio maschio costretto a lavorare fin dalla più tenera età per contribuire al bilancio familiare.

Nel 2014 il padre viene colpito da un ictus e rimane paralizzato. “Lavorando da solo non riuscivo a mantenere la mia famiglia -spiega il ragazzo, che oggi ha 31 anni, alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Milano-. Ho dovuto abbandonare il Paese per motivi economici”. E così il giovane bengalese si è imbarcato su un aereo che, dopo uno scalo a Istanbul, lo ha portato a Tripoli: “Ma lì c’era la guerra e non trovavo lavoro. Sono stato costretto a lasciare anche la Libia e a venire in Italia”.

Adil è arrivato in Italia nell’agosto 2015. Quell’anno, furono poco più di 5mila i migranti di origine bengalese giunti in Italia su un gommone partito dalle coste libiche. Nel 2016 il loro numero ha iniziato a salire (7.933) per poi fare un ulteriore balzo in avanti nei primi sette mesi del 2017 quando il numero dei migranti bengalesi arrivati sulle coste italiane ha raggiunto quota 8.436 su un totale di circa 93mila sbarchi dall’inizio dell’anno (al 19 luglio, fonte ministero dell’Interno). Se i trend attuali continueranno anche nei prossimi mesi, alla fine del 2017 potrebbe registrarsi un aumento del 100% degli arrivi via mare dei bengalesi in Italia. Un incremento significativo, soprattutto se paragonato alla contrazione di altre nazionalità “storiche” tra cui gli eritrei (solo 5mila persone nei primi mesi del 2017, erano 38mila nel 2015), i sudanesi (meno di quattromila nel 2017, tra gli 8mila e i 9mila nei due anni precedenti), i somali e i siriani.

In base alle testimonianze raccolte in questi mesi, l’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) prova a tracciare un quadro di questo flusso migratorio che, fino a pochi anni fa, si attestava su numeri molto contenuti. Si tratta soprattutto di giovani uomini, l’età media è intorno ai 25 anni, con un basso tasso di scolarizzazione. Praticamente inesistente la componente femminile (30 arrivi in tutto tra il 2016 e il 2017), mentre sono moltissimi i minori non accompagnati: 1.170 tra gennaio e maggio 2017, anche in questo caso nei primi sette mesi dell’anno è stato raggiunto il dato complessivo del 2016 (1.053). La maggior parte degli intervistati proviene da Dacca o dalle aree urbane nei dintorni della capitale, gli altri vengono dai distretti di Chittagong, Madaripur e Sylhet.

Se l’aumento del numero di migranti bengalesi arrivati in Italia via mare è lampante, le cause sono più difficili da individuare. “Si tratta di un fenomeno non facile da analizzare” commenta Federico Soda, direttore dell’ufficio di coordinamento Oim per il Mediterraneo. Tra il 2016 e il 2017 l’organizzazione ha condotto una serie di interviste tra migranti bengalesi sbarcati in Italia. Nella maggior parte dei casi (il 63%), gli intervistati hanno dichiarato di essersi messi in viaggio per motivi economici e solo tre su dieci hanno addotto motivazioni di tipo politico.

Basta dare uno sguardo agli indicatori economici del Paese per capire quali sono le ragioni che spingono alla partenza. Il Bangladesh, infatti, è uno dei Paesi più poveri al mondo, dove il 32% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà estrema (ovvero con meno di 1,25 dollari al giorno). I tassi di crescita demografica sono elevati e solo una quota estremamente limitata di lavoratori (circa 200mila ogni anno) riescono a trovare un impiego regolare. “Altri 600mila riescono a trovare lavoro all’estero attraverso canali legali, ma almeno un milione di giovani bengalesi ogni anno restano esclusi dal mercato del lavoro -spiegano ad Altreconomia dall’ufficio di Dacca di Oim Bangladesh-. Questo gap tra domanda e offerta ha prodotto lo sviluppo di canali informali che attirano i lavoratori con la promessa di un lavoro all’estero. Approfittandosi della disperazione di queste persone”.


Un giovane bengalese durante una manifestazione di fronte al Parlamento italiano, nel 2013. I bengalesi in Italia sono 120mila, (35mila le donne): cinque anni fa erano 80mila - © Filippo Monteforte/Afp/Getty Images
Un giovane bengalese durante una manifestazione di fronte al Parlamento italiano, nel 2013. I bengalesi in Italia sono 120mila, (35mila le donne): cinque anni fa erano 80mila – © Filippo Monteforte/Afp/Getty Images

Alla ricerca di un lavoro in Libia, ancora oggi
Già dagli anni Duemila, la Libia rappresentava una delle destinazioni privilegiate per i lavoratori bengalesi in cerca di fortuna all’estero. Nel 2011, a seguito dello scoppio della guerra civile che ha portato alla caduta del regime di Gheddafi, centinaia di migliaia di stranieri lasciarono la Libia. Tra questi circa 36mila bengalesi che poterono tornare a casa grazie a un apposito programma di rimpatrio gestito da Oim. “Ma abbiamo motivo di pensare che alcune migliaia di persone abbiano deciso di restare in Libia in attesa di tempi migliori -spiega Federico Soda-. Probabilmente oggi le condizioni di vita si sono fatte intollerabili anche per loro, da qui la decisione di partire”.

A questo primo gruppo se ne è aggiunto negli ultimi anni un secondo, formato da migranti bengalesi che hanno raggiunto la Libia tempi più recenti. “Per quanto possa sembrare incredibile, c’è ancora la speranza che il Paese nordafricano possa offrire lavoro”, spiega Soda. Servono dai 5mila ai 7mila dollari per comprare un visto e un biglietto aereo da “agenti” specializzati che gestiscono questo business e che promettono ai loro clienti buone possibilità di lavoro in Libia. Da Dacca, capitale del Bangladesh, i migranti fanno tappa a Dubai o in Turchia prima di compiere l’ultimo salto verso la Libia. Talvolta in aereo, talvolta via terra dopo aver fatto un ulteriore scalo in Tunisia.

Il mercato del lavoro italiano ha bisogno di lavoratori per quelle micro-imprese che riescono a resistere solo importando forza lavoro a bassissimo costo

Secondo Frontex, l’agenzia che monitora le frontiere esterne dell’Unione europea, la Libia continua ad attrarre lavoratori provenienti dal Bangladesh anche a causa delle crescenti difficoltà che questi incontrano nell’accedere ad altri mercati del lavoro. “A seguito della crisi economica che ha colpito molti stati del Golfo Persico e delle limitazioni imposte dai governi, questi Paesi sono diventati meno attraenti per i migranti bengalesi -spiegano dall’ufficio stampa di Frontex ad Altreconomia-. Di conseguenza, la Libia viene vista come un’opzione ideale”.

L’obiettivo di questi migranti è trascorrere un periodo di tempo limitato all’estero, per guadagnare abbastanza soldi e poi ritornare a casa. Al loro arrivo, però, scoprono ben presto quali sono le condizioni di sfruttamento in cui saranno costretti a vivere e lavorare. Lo scorso maggio, Oim Bangladesh ha dovuto organizzare un volo di rimpatrio per 43 connazionali bloccati in Libia. Quando l’azienda per cui lavoravano ha deciso di lasciare il Paese sono stati abbandonati a sé stessi: senza documenti validi né soldi sono stati arrestati e trattenuti in carcere per sei mesi dalle autorità libiche. “Sono tornato a casa dopo nove mesi, senza un soldo, senza un lavoro e con un debito enorme da pagare”, racconta uno degli sfortunati protagonisti di questa avventura.

“Molti non vengono pagati o non trovano il lavoro che era stato promesso loro -spiegano da Oim Bangladesh-. A questo si aggiunge il debito contratto con amici e familiari per affrontare il viaggio. I migranti si trovano bloccati in una situazione che li rende estremamente vulnerabili”. Tornare in Bangladesh non è un’opzione praticabile. Non resta quindi che mettersi nuovamente in viaggio, alla ricerca di un lavoro. “Rischiano di cadere nuovamente nelle mani di trafficanti che offrono il rischioso passaggio del Mediterraneo per raggiungere l’Italia”, aggiungono dagli uffici di Dacca. Attraversare il Mediterraneo costa altri 1.000-2.000 dollari.

Lo sfruttamento lavorativo non è l’unico problema per i migranti bengalesi bloccati in Libia. Anche loro, al pari dei migranti africani, devono fare i conti con rapine, rapimenti, abusi di ogni sorta. Il 75% del campione intervistato da Oim Italia riferisce di aver lavorato senza essere poi stato pagato, il 42% è stato costretto ai lavori forzati. Il 63% è stato detenuto da milizie o da forze del governo. La situazione di sfruttamento è talmente grave che nell’ottobre 2016 il ministero bengalese degli Affari esteri ha proibito ai propri cittadini di recarsi in Libia, proprio per ragioni di sicurezza.

C’è poi un terzo gruppo -in crescita- di migranti che arrivano a Tripoli con il chiaro obiettivo di raggiungere l’Italia o un altro Paese europeo. All’interno del campione di bengalesi intervistato da Oim Italia nel 2016, l’89% degli adulti e il 95% dei minori ha dichiarato di essersi messo in viaggio con l’obiettivo di raggiungere il nostro Paese. Nel 2017, invece, la percentuale di chi aveva come obiettivo finale l’Italia è sceso al 41%. In questo caso, il prezzo chiesto dagli “agenti” sale fino a 7mila e persino a 10mila dollari.

Ma una volta arrivati nel nostro Paese, la maggior parte dei bengalesi vede rigettata la propria domanda d’asilo. Nel 2016, sulle 6.665 richieste di protezione internazionale presentate, ben il 75,5% è stata rigettata dalla commissione d’asilo. Solo nel 24,5% dei casi c’è stata una risposta positiva, solitamente un permesso per motivi umanitari.

La comunità bengalese in Italia conta circa 120mila persone, sono soprattutto uomini (le donne sono poco meno di 35mila). “Solo cinque anni fa erano 80mila. In controtendenza rispetto al quadro generale, i migranti bengalesi in Italia stanno aumentando”, spiega Daniele Brigadoi Cologna, ricercatore presso l’Università degli Studi dell’Insubria e socio fondatore dell’agenzia di ricerca sociale “Codici” (www.codiciricerche.it). Un aumento che si spiega con la struttura stessa del mercato del lavoro italiano che, spiega Cologna, “ha strutturalmente bisogno di lavoratori per quel tessuto di micro imprese del settore manifatturiero che riescono a resistere solo importando forza lavoro a bassissimo costo”. Ovvero lavoratori disposti a lavorare molte ore, guadagnando poco e senza dare nell’occhio.

“In questo senso, i migranti bengalesi sono perfetti -sottolinea Cologna-. Ed è un tipico esempio dell’ipocrisia delle politiche italiane sull’immigrazione: con la mano destra cerchiamo di bloccarli, mentre con la sinistra cerchiamo di attirarli”.

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