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Bassi stipendi, precarietà e minacce. Le insidie del lavoro dei giornalisti

I cronisti effettivamente attivi in Italia sono circa 60mila e il 40% di loro guadagna meno di 5mila euro l’anno. Il ritratto di una professione in radicale trasformazione e con molti più punti di debolezza rispetto al passato

Tratto da Altreconomia 208 — Ottobre 2018
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Il prossimo 2 novembre le Nazioni Unite celebreranno, come da cinque anni a questa parte, la Giornata internazionale contro l’impunità dei crimini contro i giornalisti. Gli omicidi della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia e del reporter slovacco Jan Kuciak hanno fatto clamore, ma a distanza di quasi un anno non hanno ancora un colpevole. Non si tratta di eccezioni: nove crimini su dieci commessi nel mondo contro i giornalisti restano impuniti. In Italia sono stati 1.363 i giornalisti minacciati tra il 2015 ed 2017, secondo quanto registrato dall’osservatorio “Ossigeno per l’informazione”. Quello delle minacce è un aspetto che si inquadra oggi -anche da noi- in una professione in radicale trasformazione, con molti più punti di debolezza rispetto al passato.

Gli iscritti all’Ordine dei giornalisti (odg.it), fondato e regolato da una legge che ha ormai 55 anni, da diverso tempo hanno superato stabilmente quota 100mila, ma in realtà questo dato non dice quanti siano i giornalisti realmente attivi in Italia. Se ad esempio andiamo a guardare quanti tra tutti coloro che hanno il tesserino dell’Ordine sono iscritti all’Inpgi (l’Istituto nazionale previdenza giornalisti italiani – inpgi.it) -non un dato secondario visto che l’iscrizione è obbligatoria per chiunque svolga un qualsiasi tipo di attività di natura giornalistica retribuita- la quota si riduce di circa la metà.

Per avere un’idea più precisa allora possiamo guardare al rapporto “Osservatorio sul giornalismo” (l’ultima edizione è del marzo 2017) dell’Agcom (agcom.it). Dal totale degli iscritti all’Ordine nel 2016 (112.397) sono stati sottratti tutti coloro che in quell’anno non hanno percepito alcun reddito (oltre a pensionati), chi ha beneficiato di ammortizzatori sociali e chi non ha svolto più alcuna attività giornalistica. Risultato: 59.017 giornalisti effettivamente attivi. Ovvero il 52% del totale degli iscritti. Confrontando il loro numero con gli abitanti del Paese, in Italia ci sono 6 giornalisti attivi ogni 10mila abitanti, una cifra simile alla Francia (5,6), ma molto più elevata di quella degli Usa (1,4).

9 crimini su dieci commessi contro i giornalisti restano impuniti. Tra questi i recenti omicidi di Daphne Caruana Galizia (avvenuto a Malta nel 2017) Galizia e quello del reporte slovacco Jan Kuciak  nel febbraio 2018

Economicamente le ultime fotografie fatte alla professione giornalistica in Italia disegnano una categoria sempre più in difficoltà e polarizzata nelle fasce di reddito. Il 40% dei giornalisti attivi, nel 2016, ha avuto un reddito annuo da attività professionale inferiore ai 5mila euro, rivela ancora il rapporto dell’Osservatorio sul giornalismo di Agcom dal quale emerge inoltre una crescente divisione nei redditi. Nell’arco dei quindici anni analizzati -dal 2000 al 2015- la percentuale di giornalisti attivi con un reddito annuale sotto i 35mila euro è passata dal 56% al 65%. Considerando che la percentuale di giornalisti che guadagna più di 75mila euro l’anno, la fascia di reddito più alta, è rimasta ferma al 16% nello stesso periodo, vuol dire che la “terra di mezzo” tra queste due fasce si sta desertificando, inesorabilmente risucchiata dalla fascia più debole.

C’è un altro elemento importante che i dati disponibili sulla professione giornalistica raccontano: il peggioramento delle condizioni di lavoro ha contribuito alla progressiva riduzione del numero di giovani giornalisti attivi in Italia. Il rapporto tra under 30 e over 50, secondo quanto riscontrato dall’Osservatorio sul giornalismo, è passato da uno a uno nel 2000 ad uno a quattro nel 2015. Un ritmo di invecchiamento due volte superiore a quello della popolazione italiana censita dall’Istat nel 2011.

Uno squilibrio che ha ripercussioni dirette sulle casse previdenziali dell’Inpgi. “La crisi c’è dal 2012 -spiega Nicola Borzi, giornalista e membro di una delle Commissioni consultive dell’istituto-. E il passivo dell’ultimo anno era di 100 milioni di euro”. Dal 2009 lo Stato ha predisposto un fondo speciale di 20 milioni di euro all’anno per permettere il prepensionamento dei giornalisti dipendenti in esubero. “L’Inpgi ha già dovuto vendere alcune proprietà immobiliari ed azioni finanziarie per pagare le pensioni. C’è il rischio concreto che il patrimonio si esaurisca”, aggiunge Borzi.

6 giornalisti attivi ogni 10mila abitanti in Italia. Un dato simile a quello francese (5,6), ma molto più elevato rispetto agli Stati Uniti (1,4)

Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Inpgi lo scorso mese di maggio, complessivamente i rapporti di lavoro dipendente giornalistici -a tempo determinato e indeterminato- nel 2012 erano 17.860 mentre a fine dello scorso anno sono scesi a poco più di 15mila. Facendo una semplice sottrazione, 2.704 in meno (-15%). Numeri che ci dicono che il modello del giornalista con contratto da dipendente con un unico editore sta tramontando.

Così i giornalisti “autonomi” sono oggi la maggioranza. L’ultimo dato disponibile dice il 65,5% del totale, ma è aggiornato al 2015 (lo prendiamo da “La professione giornalistica in Italia” dell’associazione Lsdi – Libertà di stampa diritto all’informazione – lsdi.it). Sempre con i dati del 2015 c’è da rilevare che il reddito medio dei giornalisti dipendenti è superiore di 5,4 volte a quello della “libera professione’’: 60.736 euro lordi annui contro 11.241 (a livello nazionale, nel 2015, in Italia i lavoratori dipendenti erano il 76% contro il 24% di lavoratori autonomi).

Il peggioramento delle condizioni di lavoro ha contribuito alla riduzione del numero di giovani giornalisti attivi in Italia

Una vera e propria inversione di marcia visto che nel 2000 quasi sette giornalisti attivi su dieci (il 65%) erano lavoratori dipendenti. Secondo Nicola Chiarini, giornalista e sindacalista impegnato in Italia ed in Europa per i diritti degli autonomi: “Bisogna chiaramente distinguere tra chi è freelance per scelta e chi è impropriamente inquadrato come parasubordinato”. E gli editori spesso abusano dei contratti co.co.co o dei cosiddetti “falsi freelance” per risparmiare sul costo del lavoro assicurandosi le prestazioni di un professionista. Sotto lo slogan di “pari diritti per pari mansioni”, Chiarini ha fondato nel 2009 l’associazione di giornalisti freelance veneti Refusi (refusi.it) e fa parte della sezione Freelance della Federazione Europea dei Giornalisti (EFJ – europeanjournalists.org), organo sindacale di raccordo, a livello comunitario, delle istanze di categoria.

“Con la precarietà non si fa giornalismo d’inchiesta, la professione ne esce indebolita ed è un problema per la tenuta di un Paese” – Raffaele Lorusso

La direttrice di EFJ, Renate Schroeder, evidenzia che uno dei problemi maggiori a livello europeo è proprio la mancanza di coesione tra i giornalisti più svantaggiati: “Gli autonomi sono sia in competizione tra loro sia con chi è impiegato in maniera stabile all’interno di una redazione. Per evitare il rischio di un’asta al ribasso delle condizioni di lavoro, l’unica soluzione è una contrattazione collettiva che riconosca pari dignità alle nuove figure professionali”. In Norvegia, dove i giornalisti precari sono soltanto il 25%, è stato firmato nel marzo scorso un accordo quadro che obbliga gli editori ad un “trattamento minimo” della prestazione autonoma.

Alla precarietà economica si aggiunge, soprattutto per i freelance, la mancanza di tutele, a farne le spese è inevitabilmente la qualità del giornalismo. “Con la precarietà non si fa il giornalismo d’inchiesta”, sottolinea il segretario generale della Federazione nazionale della stampa (FNSI – fnsi.it) Raffaele Lorusso che aggiunge “la professione giornalistica ne esce così indebolita nei suoi elementi fondamentali e questo è un problema per la tenuta democratica di un Paese, è importante che proprio questi giorni lo abbia voluto mettere in evidenza anche il presidente della Repubblica Mattarella”.

15mila, i contratti di lavoro a tempo determinato e indeterminato nel 2015, in calo del 15% rispetto al 2012. I giornalisti “autonomi” rappresentano il 65,5% del totale. Il reddito medio dei dipendenti è di 5,4 volte superiore rispetto ai liberi professionisti

In Italia, dicono i dati di Ossigeno per l’Informazione, il 40% degli attacchi ai giornalisti avvengono per vie legali, attraverso le cosiddette querele temerarie: azioni legali portate avanti dall’accusa con la consapevolezza di essere nel torto e con il solo scopo di far perdere tempo e soldi al giornalista, favorendo così l’auto-censura. In inglese questa pratica si traduce con la sigla “Slapp” (Strategic lawsuit against public participation) e, all’interno del Parlamento europeo, si sta discutendo della possibilità di elaborare una direttiva in suo contrasto, anche grazie all’iniziativa della parlamentare europea italiana Barbara Spinelli.

Da non sottovalutare, infine, è il fenomeno degli attacchi online. In una pubblicazione uscita lo scorso luglio, l’organizzazione “Reporters sans frontières” (RSF – rsf.org) ha analizzato l’incidenza di questa nuova minaccia digitale in 32 Paesi del mondo rilevando, in una pubblicazione uscita lo scorso luglio, che anche in un Paese come la Svezia, regolarmente in cima alle classifiche per quanto riguarda la libertà di stampa, oltre un terzo dei giornalisti sono stati vittima di aggressioni online. Una criticità presente anche nel nostro Paese: secondo i dati di Ossigeno per l’Informazione, in Italia una media di 25 giornalisti all’anno è stata perseguitata sui social network tra il 2015 ed il 2017 mentre le intromissioni da parte degli hacker nei siti delle testate sono passate da 0 a 12 nello stesso periodo.

Valentina Vivona è ricercatrice e redattrice di OBCT (balcanicaucaso.org) per i progetti europei Edjnet ed ECPMF

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