Diritti / Attualità

Mercenari: la guerra “privata”

Lo scorso ottobre il Consiglio federale della Svizzera ha avviato la procedura per vietare la presenza di compagnie militari private sul suolo svizzero. Una decisione importante perché segna una prima, piccola battuta d’arresto per un settore – quello delle società private che forniscono mezzi, logistica e mercenari (i cosiddetti “contractors”) – che negli ultimi anni è cresciuto economicamente come pochi altri. Anche riguardo alla capacità di influenzare le scelte della politica

Dimentichiamoci l’immagine tradizionale del “soldato di ventura”, che trascorre il suo tempo in bar fumosi ed esotici in attesa di un ingaggio. Oggi si parla di compagnie militari private, aziende moderne e modernamente organizzate, con sedi in diversi Paesi, entrature importanti nei Dipartimenti della Difesa di nazioni come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna e contatti politici ad altissimo livello. Per andare sul pratico, società di un comparto che ha un giro di affari tra i 50 e i 100 miliardi di dollari all’anno secondo i dati di un recente rapporto dell’ONU, tanto che oggi si calcola che il 20-25% delle operazioni militari NATO vengano appaltate all’esterno.

Aziende che prosperano sulla guerra quindi, ma che ben conoscono le regole del marketing e sanno quanto sia importante avere una certa rispettabilità presso l’opinione pubblica. Così i loro siti Internet sono tutto un trionfo del politically correct e a emergere sono solo temi digeribili come la sicurezza e il peacekeeping (cioè le operazioni di mantenimento della pace), quando in realtà le compagniemilitari private vivono e si arricchiscono sul contrario, cioè sull’instabilità e l’insicurezza. Ne parliamo con Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo (www.disarmo.org) e autore del volume Mercenari S.p.a (Bur, 2004) oltre che curatore del blog “I Signori delle guerre” per Altreconomia (www.altreconomia.it/signoridelleguerre).

 

D. – Dottor Vignarca, oggi quasi un terzo del bilancio del Dipartimento per la difesa americano viene destinato a società militari e di supporto logistico private. Eppure qualche decennio fa l’epoca dei mercenari sembrava tramontata. Che cosa è cambiato negli ultimi anni?

“Come altri analisti di questi fenomeni, penso che la guerra o il modo di fare la guerra sia l’ultima cosa che si trasforma. Prima si modifica l’economia, poi si trasformano le modalità, i meccanismi di gestione del potere o comunque di gestione internazionale di quelle che possono essere le dinamiche politiche. Infine si trasforma il modo di fare la guerra. Negli anni Ottanta, con Ronald Reagan e Margaret Thatcher, è iniziata la cosiddetta deregulation. Privatizzare ed esternalizzare sono diventate le parole d’ordine, un’idea economica che è stata applicata alla politica e che ha abbattuto uno dei capisaldi dello Stato-nazione così come è stato inteso in epoca moderna, cioè la gestione dell’esercito, della violenza, in ultimo della guerra. In questo quadro si sono inserite le compagnie militari private, che sono aziende all’avanguardia, che hanno associazioni di categoria a livello internazionale. Soprattutto parliamo di società che offrono una vasta gamma di servizi: combattere è solo una e non certo la principale delle loro attività”.

D – Quali servizi offrono?

“Addestrano i combattenti, ma soprattutto hanno a che fare con quello che è il compito fondamentale di un esercito moderno: la logistica. Il generale Omar Bradley diceva «Di strategia parlano i dilettanti, i professioguerra privatanisti della guerra parlano di logistica». In pratica, se io non sono capace di spostare mezzi e materiali, non so spostare i soldati, non so dare il vettovagliamento, non so creare una struttura in grado di gestire tutto ciò, non posso mettere un esercito moderno in grado di operare. La logistica è un settore dove oggi sono in gioco interessi enormi. Per intenderci, nei due anni precedenti l’invasione dell’Iraq del 2003 tutto il mercato delle navi roll-on/roll-off – traghetti e ferry, per capirci – è stato completamente «drogato» dal fatto che gli statunitensi hanno spostato tutte queste navi nell’area del Golfo. Ci hanno, infatti, messo due anni a predisporre la logistica di Camp Doha da cui poi è partita l’invasione. E di questo enorme meccanismo si sono occupate le compagnie militari private, che inoltre hanno interessi economici nei vari teatri di guerra. Si fanno pagare i loro servizi, infatti, sotto forma di concessioni minerarie o estrattive nelle zone dove operano. E hanno interessi a monte perché si faccia la guerra in determinate aree”.

D – Questo è un punto interessante. In che senso lo afferma?

“È un mio parere, però, ma considerare la decisione di Bush di attaccare l’Iraq finalizzata al solo interesse per il petrolio è limitativo. Chi ha deciso è stato qualcun altro, cioè la Halliburton, multinazionale che ha al suo interno anche alcune compagnie militari private e che fino al 2000 è stata guidata da Dick Cheney, poi vicepresidente degli Stati Uniti. La Halliburton ha vinto, prima che iniziasse il conflitto del 2003, l’appalto per la ricostruzione dei pozzi iracheni. Attenzione: ha vinto l’appalto per ricostruire pozzi che non erano ancora stati distrutti, dato che la guerra doveva ancora cominciare! Quindi la Halliburton aveva interessi forti a un nuovo conflitto iracheno. Come le dicevo all’inizio prima viene la decisione economica, che in seguito si trasforma in scelta politica…”.

D – Perché queste compagnie private hanno tanto successo?

“Perché hanno costi minori rispetto a un esercito regolare, ma soprattutto perché con il gioco degli appalti è più facile per militari e politici gestire tangenti, giri strani. Sulle attività di queste società private c’è poco controllo, infatti. Qualsiasi bilancio pubblico, soprattutto se riguarda il settore militare, ha comunque un tipo di controllo, mentre nel caso delle compagnie private una volta firmato un contratto nessuno verifica più. Se durante le operazioni un camion perde una ruota le compagnie private lo lasciano lì, tanto che torni indietro o no, viene comunque pagato in base al contratto di appalto. In questo modo le ruberie sono infinite. Poi se muore un contractor non torna certo a casa con la bara avvolta in una bandiera e quindi non c’è nessun tipo di pressione da parte dei media e dell’opinione pubblica. Lo stesso vale se commette delitti o porcherie nel luogo in cui opera. Niente polveroni, niente inchieste che coinvolgano le sfere militari e politiche”.

D – Le conseguenze della privatizzazione della guerra La tendenza attuale è di servirsi sempre di più di queste società private. Così però si nega una delle basi su cui si regge l’idea di Stato come è stata elaborata da due secoli a questa parte: il monopolio della violenza.

“Esattamente, non c’è più questa concezione. Il potere dello stato nazionale si sta man mano erodendo e non solo in campo militare. Sempre più spesso le autorità nazionali devono sottostare a decisioni imposte da organismi sovranazionali, soprattutto economici come per esempio il Fondo Monetario Internazionale. Lo stiamo vedendo negli ultimi tempi in Italia: la situazione economica impone un governo tecnico che decide in totale autonomia dalla politica. La Svizzera, nei mesi scorsi, è stata obbligata a firmare degli accordi internazionali sulla trasparenza bancaria per non perdere, diciamo così, un asset economico molto importante. Nel settore bellico il peso, anche decisionale, degli attori privati è molto aumentato negli ultimi anni. Per intenderci, in Iraq, a un certo punto i contractors erano il secondo contingente presente sul campo, meno numerosi degli statunitensi ma più numerosi dei britannici. E vi era una totale confusione perché queste compagnie private non avevano alcun tipo di coordinamento e controllo”.

D – E come si è risolto il problema?

“Non si è trovato di meglio che affidare il coordinamento a un’altra società privata, l’inglese Aegis Defence Services, fondata da Tim Spicer, personaggio ambiguo, per usare un eufemismo. Uno che si autodefinisce un «soldato non ortodosso» nella sua biografia, che ha tentato un colpo di stato in Papua Nuova Guinea, ha contrabbandato armi provando di sovvertire il governo in Sierra Leone, un personaggio che però fondando questa compagnia si è riciclato diventando un uomo molto potente e molto ricco. Gli Stati Uniti hanno affidato un contratto di 300 milioni di dollari alla Aegis per gestire lBlackwatere altre compagnie private. Il risultato è che la decisione sul campo non è più in mano a una linea di comando militare «regolare» che agisce in base a un’indicazione politica ma è in mano a queste agenzie, le quali come primo scopo non hanno un obiettivo politico, giusto o sbagliato che sia, di gestione del territorio, di contrasto ai ribelli ecc, ma operano in base a criteri unicamente economici. Devo gestire un territorio? Non mi interessa di farlo legalmente o illegalmente. Non mi interessa se per star tranquillo nella zona in cui opero devo pagare i ribelli che poi usano quei soldi per comprare armi e attaccare le forze regolari, alimentando così di fatto la guerra. L’importante è essere liberi di operare nelle zone di competenza e dove ho degli interessi perché magari in quella zona ho una miniera da far rendere oppure dei pozzi petroliferi da ricostruire”.

D – Quello che poi succede al di fuori del loro ambito di azione non ha rilevanza quindi…

“C’è solo il contratto, ci sono i costi da minimizzare. Siamo di fronte a un vero sovvertimento della concezione dello Stato moderno come organismo che deve porre al primo posto il bene collettivo rispetto agli interessi del privato. Stiamo tornando al privateering, cioè alle compagnie private come nel Seicento erano la Compagnia delle Indie, la compagnia delle Antille olandesi, i corsari che avendo il mandato da parte di una nazione di compiere delle azioni di pirateria, pagavano delle royalties e facevano quello che D volevano”.

D – La decisione svizzera di avviare una procedura legale per vietare le compagnie militari private che importanza ha?

“È una decisione rilevante, perché è la prima volta che si fa qualcosa per regolamentare questo settore a livello sia nazionale, sia internazionale. È importante perché il segnale arriva dalla Svizzera. Le compagnie militari private i contratti li ottengono negli Stati Uniti oppure in Gran Bretagna. Vengono in Svizzera per motivi fiscali e perché la Confederazione gode di una grande reputazione di affidabilità e prestigio a livello internazionale. Se mi presento come società svizzera vengo preso in considerazione, sono più rispettato e rispettabile. La decisione svizzera quindi delimita uno spazio in cui le compagnie private non sono libere di agire e toglie loro una sorta di biglietto da visita importante. Poi è una decisione simbolica che dice «non vogliamo questa gente sul nostro territorio». È un segnale, ma molto importante”. note

 

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