Diritti

Ma com’erano ingenui e sprovveduti quei dirigenti alla Diaz…

Una delle maggiori curiosità suscitate dalla sentenza per il processo Diaz riguardava la vicenda delle due bombe molotov, usate come pretesto per arrestare i 93 ospiti della scuola appena sottoposti a un brutale pestaggio, ma introdotte nella scuola dagli stessi…

Una delle maggiori curiosità suscitate dalla sentenza per il processo Diaz riguardava la vicenda delle due bombe molotov, usate come pretesto per arrestare i 93 ospiti della scuola appena sottoposti a un brutale pestaggio, ma introdotte nella scuola dagli stessi agenti.

Il tribunale, nel novembre scorso, per questo episodio ha condannato due persone: l’agente Burgio e il vice questore Troiani, senza colpire nessun altro: né i dirigenti sorpresi da un filmato a confabulare nel cortile della Diaz attorno al sacchetto contente le molotov, né gli estensori del verbale d’arresto che indicava come le molotov fossero state ritrovate all’ingresso della scuola (da questa collocazione discendeva la discutibile tesi che tutti e 93 gli ospiti dell’istituto fosse al corrente di entrare in un luogo in cui si custodivano armi da guerra…)

L’avvocato di Troiani, l’ex ministro Alfredo Biondi, disse a caldo che la sentenza gli pareva incoerente, proprio perché condannava chi aveva portato le molotov alla Diaz, senza chiamare in causa tutti gli altri, come se – disse Biondi – Troiani e Burgio fossero dei kamikaze "con la vocazione alla calunnia". In effetti, non si riesce a capire perché e come i due avrebbero architettato la messinscena, al fine di fornire un pretesto per l’arresto di massa, all’insaputa di tutti gli altri e in particolare della catena di comando. .

Le motivazioni della sentenza, pubblicate ieri, danno una risposta desolante ai dubbi sollevati sia da Biondi, sia dalle parti civili, sia dalle persone raziocinananti a conoscenza degli atti del processo. I giudici scrivono: "La ricostruzione dunque del percorso compiuto dalle bottiglie molotov e di quanto compiuto in proposito da coloro che vennero in contatto con le stesse risulta assai difficoltoso e non accertabile con la dovuta sicurezza. In base alle dichiarazioni rese da Di Bernardini, Caldarozzi, Mortola e Gratteri, in parte imprecise e contraddittorie, può soltanto ritenersi provato che dette bottiglie giunsero infine a Luperi, il quale venne infatti filmato, in gruppo con Caldarozzi, Canterini, Mortola, Murgolo e Gratteri, mentre teneva in mano un sacchetto di colore azzurro, evidentemente contenente le bottiglie in questione".

Piu volte, nel ricostruire le testimonianze raccolte, i giudici riconoscono che vi sono illogicità e imprecisioni, ma concludono, nel caso di Luperi (e lo stesso ripetono per Gratteri, cioè gli imputati di grado più elevato) che "per quanto attiene poi alla vicenda delle bottiglie molotov si è già ampiamente osservato che gli elementi acquisiti non consentono di ritenere provato con la dovuta certezza che Luperi fosse consapevole della provenienza di dette bottiglie e del fatto che non fossero state rinvenute all’interno della scuola".

L’incoerenza indicata da Biondi non è dunque fugata dalle motivazioni: i giudici si accontentano di stabilire che non ci sono prove sufficienti a dimostrare la consapevolezza, nei dirigenti imputati, della reale provenienza delle molotov. Questo è bastato a salvarli. Sul piano processuale, evidentemente, la illogicità è accettabile, ma sul piano storico le motivazioni della sentenza sono un pesantissimo atto d’accusa – sul piano etico e professionale – ai massimi dirigenti dell’operazione Diaz.

Luperi e gli altri fanno la figura degli ingenui e dei superficiali: non si preoccupano di sapere chi, come e dove fossero state trovate le molotov, e – nel caso fossero in buona fede – sembrano credere alla tesi della loro presenza su un tavolino all’ingresso della scuola (!), quindi nella disponibilità di tutti.

Ricordo piuttosto bene come i pm, nel letto d’ospedale al Galliera, lunedì 23 luglio 2001, mi posero la domanda sulla presenza di un tavolino con due bombe molotov all’ingresso della scuola: avevano il tono di chi deve fare la domanda per dovere d’ufficio, pur essendo consapevole della sua assurdità.

Insomma, il tribunale spiega che non ci sono prove sufficienti a dimostrare che l’attribuzione delle molotov fu un espediente studiato per giustificare l’arresto di 93 persone, ma al tempo stesso dice che quei dirigenti sono più ingenui e sprovveduti di un appuntato di provincia di prima nomina, e probabilmente anche privi di buon senso (chi può davvero credere alla tesi delle molotov sul tavolino?).

Suvvia, diciamo la verità: quei dirigenti al processo l’hanno fatta franca accettando la figuraccia di passare da ingenui e sprovveduti. L’unica cosa seria da fare sarebbe allontanarli dai loro ruoli. Ma in Italia non si può, perché all’alta posizione gerarchica negli apparati dello stato non corrisponde un elevato livello di responsabilità, bensì di privilegio.

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