Economia

Ma che vita da polli – Ae 67

C’è un angolo d’Italia, sull’Appennino romagnolo, dove tutto ruota attorno al pollo. “È la nostra Fiat” dicono qui. Diecimila residenti e una fabbrica che occupa 1.200 persone. 100 mila capi ogni giorno: entrano vivi, escono cotoletta. Già cotta! “Se muore…

Tratto da Altreconomia 67 — Dicembre 2005

C’è un angolo d’Italia, sull’Appennino romagnolo, dove tutto ruota attorno al pollo.
“È la nostra Fiat” dicono qui. Diecimila residenti e una fabbrica che occupa 1.200 persone. 100 mila capi ogni giorno: entrano vivi, escono cotoletta. Già cotta!

“Se muore un’anatra nel Sudest asiatico, perché nessuno compra più i polli italiani?”.

Me lo domanda Rodolfo Valentini, sindaco di Galeata, piccolo comune dell’Appennino romagnolo in provincia di Forlì-Cesena. Come tutti i suoi concittadini, non riesce a spiegarsi il perché della crisi del pollo che, dal mese di agosto, sta incrinando il settore avicolo italiano: 180 mila posti di lavoro e un fatturato di 4.500 milioni di euro a rischio. Valentini è preoccupato e ha ragione. Perché Galeata, paese di 2.750 residenti, a metà strada tra Firenze e la riviera adriatica, è il cuore della “valle del pollo”, l’Alta Valle del Bidente: l’angolo d’Italia dove tutto ruota intorno al pollo. Punto di osservazione privilegiato da cui è più facile comprendere fragilità e rischi dell’economia aviaria. In tre piccoli comuni, Civitella, Galeata e Santa Sofia, vivono 10 mila residenti. E proprio in cima alla valle sorge la “Pollo del campo”, industria che da sola dà lavoro a 1.200 persone e produce il 9% dei polli industriali italiani: 35 milioni di capi all’anno. “È la nostra Fiat”, spiega Valentini. Una mono-produzione che ha sostituito quella tradizionale e più povera delle cave di pietra, condizionando, nel bene e nel male, lo sviluppo e l’economia della comunità.

Nel 2004 l’Italia ha prodotto un milione e 134 mila tonnellate di carni avicole, quarto Paese nell’Ue dopo Regno Unito, Spagna e Francia. Il settore però scricchiola: la nostra produzione di pollo, infatti, è passata -tra 2001 e 2004- da 710 mila a 675 mila tonnellate. Un lieve ma costante cedimento. Con l’influenza aviaria, il tracollo: a ottobre, le vendite avicole precipitano del 40%.

Il prezzo del pollo intero crolla di circa il 30%. Con una perdita per il settore di almeno 75 milioni di euro.

“La cosa che dà più rabbia è che non è colpa nostra -si lamenta Guido Sassi, presidente della “Pollo del campo”-. Il virus ha ucciso in Asia dove le attenzioni igieniche sono inesistenti; i media hanno scatenato un allarmismo ingiustificato…”. Come Sassi nella valle la pensano tutti: il parroco, i sindacalisti, gli operai. Il pollo è sicuro: le norme igieniche rigidissime, i mangimi certificati, gli animali sottoposti a visite Asl. “Ma questo non si sa. C’è troppa ignoranza sui polli -si lamenta Sassi-: lei, per esempio, sa che differenza c’è tra un pollo e una gallina?”. Casco dalle nuvole.

E scopro che la gallina “fa le uova” e il pollo “la carne”. La gallina vive a lungo, con una produzione di uova tra i 6 e i 16 mesi di vita. Il pollo, maschio o femmina, è l’animale ancora giovane, destinato a essere macellato dopo 60 giorni di vita al massimo. E alla “Pollo del campo” condividono questa sorte 100 mila volatili al dì.

Oggi l’azienda, nata nel 1979 come cooperativa di 52 piccoli produttori, è la quarta realtà economica italiana dopo Aia, Amadori e Arena. Segreto del successo? La scelta di puntare su tutta la filiera, e non solo sull’allevamento: “Nella valle i produttori avevano il cappio al collo -racconta Sassi- perché il prezzo della carne veniva imposto da fuori ed era spesso inferiore ai costi di produzione. Così abbiamo creato un nostro impianto. Oggi abbiamo la filiera completa -continua Sassi-: riproduzione, incubazione, mangimifici, allevamenti e macellazione”. Per la valle lavoro e benessere; ma anche una trasformazione sociale inaspettata. Da terra di emigrazione si è trasformata in terra di immigrazione: “Qui, chi ha 70 anni è andato a lavorare in Svizzera, Germania o addirittura Australia -racconta Flavio Foietta, sindaco di Santa Sofia-. Era normale”. Oggi invece i comuni della valle contano, tra residenti e domiciliati, il 15% di abitanti immigrati: in particolare marocchini, senegalesi e cinesi. A Galeata il 30% degli scolari è extracomunitario. La valle riproduce con lineare semplicità la verità ultima dei flussi migratori: senza gli immigrati l’economia si ferma. Il 40% degli operai della “Pollo del campo” è straniero perché gli italiani cercano lavori più qualificati. L’arrivo degli immigrati ha significato crescita della richiesta e dei consumi: “C’è stato un aumento dei prezzi degli affitti esagerato -spiega Valentini, sindaco di Galeata-. Si è passati da 150 euro al mese per 60-70 mq a 450 euro. Il problema però è questo: chi lavora nella fabbrica di solito è avventizio, chiamato a giornata (vedi box a lato) e porta a casa 800-900 euro al mese”.

La fabbrica è gigantesca: 12 mila metri quadri al coperto, centinaia di operai al lavoro in turni successivi di 6 ore e mezza. Risaliamo la catena di montaggio come salmoni: dal prodotto lavorato (cotoletta impanata per la grande distribuzione) fino a quello che era solo poche ore prima: un pollo perplesso dentro un cassone, ignaro di essere sul punto di finire appeso per le zampe. A testa in giù i pennuti passano dentro una vasca dove vengono tramortiti con una scossa elettrica. Poi una macchina chiamata “Killer” taglia loro la giugulare. Di seguito al reparto dissanguamento, nella vasca d’acqua calda per la spennatura. Poi eviscerazione e toelettatura da cui il pollo esce senza testa, zampe e interiora. Non si butta niente: sangue e piume diventano mangime per pesci. Ossa, testa, pelle di scarto e zampe, mangime per cani e gatti. Il pollo viene fatto a pezzi: prima le ali, poi le zampe, poi il disossamento del petto. Infine le lavorazioni complesse. Da qui escono 800 tipi di prodotti diversi; tra i committenti Gs, Coop e Conad. Gran parte del lavorato finisce in grandi sacchi blu: “È la produzione che surgeliamo, non riuscendo più a venderla -spiega Sassi-: da settembre abbiamo surgelato 30 mila quintali di carne e stiamo per finire lo spazio nei frigoriferi”. In Italia i quintali surgelati sono ormai 300 mila. Colpa anche della crisi aviaria: “Però così ci perdiamo -continua Sassi-. Visto che in Italia si vende solo fresco, siamo costretti a rivolgerci al mercato internazionale, dominato da Brasile e Usa, che impongono prezzi molto bassi. Alla fine vendiamo ad un terzo di quanto ci è costato”. I soldi non entrano. E i lavoratori rimangono a casa. A novembre è rimasto fermo il 20% delle linee di produzione. A dicembre il 40%.

Partecipo a un’affollata riunione sindacale, dopo il turno della sera. La tensione è forte. Gli operai lamentano ritmi di lavoro invariati con linee di produzione già decimate. E la preoccupazione per il futuro: cosa succederà il primo di gennaio 2006, quando a molti avventizi potrebbe non essere rinnovato il contratto? “Stiamo cercando di ottenere dal Governo lo stato di crisi -spiega Sassi- per applicare anche agli avventizi la cassa integrazione”. Ma non sarà facile, e lo sanno tutti.

Lavoratori fragili: un settore, cinque contratti

Fragili come uova. In Italia sono 180 mila le persone impiegate nel settore avicolo. Per loro non viene applicato un contratto nazionale di categoria ma almeno cinque: agricoltori privati (per gli allevamenti), cooperazione agricola, cooperazione industriale, industria alimentare (mangimifici) e commercio (per gli amministrativi). L’applicazione dei contratti è su base regionale: in Emilia-Romagna troviamo soprattutto contratti di cooperazione agricola. In Veneto, Lombardia e Molise, quello dell’industra alimentare. “La mancanza di uniformità è un problema -afferma Giordano Giovannini, segretario generale Flai-Cgil Emilia-Romagna-. Non permette di impostare una contrattazione unitaria a livello nazionale e rende i lavoratori più deboli”. L’80% dei lavoratori ha un contratto a tempo determinato, da “avventizio” ovvero a chiamata giornaliera, secondo la tradizione agricola del settore. Il restante 20%, è a tempo indeterminato.

Il contratto degli avventizi è rinnovato di anno in anno, dal 1 gennaio al 31 dicembre. Poi, se non c’è lavoro, non si viene licenziati: si è solo legittimamente “lasciati a casa”. Per gli avventizi il sindacato ha ottenuto una garanzia occupazionale di almeno 151 o 101 giornate lavorative più un’indennità di disoccupazione intorno ai 1.800 euro (con 101 giornate) o ai 2.700 euro (con 151 giornate), ma la nuova Finanziaria -non ancora approvata quando andiamo in stampa- potrebbe tagliare queste cifre anche della metà.

E il prezzo lo fanno a Forlì

A Forlì, fino a quest’estate, i polli volavano. Altitudine: 80, anche 90 centesimi di euro al chilo di pollo allevato a terra, prezzo definito dal più importante mercato avicunicolo (che riguarda cioè polli e conigli)  in Italia, quello gestito dal Comune di Forlì. Poi, a metà agosto, la crisi aviaria e il prezzo che precipita fino ai 40 centesimi al chilo. Con cui gli operatori non ci ripagano neanche le spese di produzione. “Ma stiamo risalendo -osserva Monica Manucci, funzionario responsabile del mercato avicunicolo di Forlì- a metà novembre siamo arrivati a 55 centesimi… Speriamo che continui”. Per quanto riguarda i polli le quotazioni di Forlì sono prese come riferimento per i dati statistici dell’Unione europea. E il prezzo che esce da qui viene utilizzato dagli operatori nella definizione dei contratti.

In Italia esistono altri mercati avicunicoli: a Verona, Treviso, Padova, Roma e Milano. Quello veronese è il riferimento per il prezzo del coniglio; quello di Milano,

per le uova.

Petto e coscia di laboratorio

R
icordi quel Ross 508 stufato, con bambù e funghi, ad Hong Kong? Una delizia… Almeno quanto il Ross 508 arrosto che cucina mia madre, a Milano. Dall’Asia agli Stati uniti mangiamo tutti gli stessi volatili, frutto della ricerca genetica in mano a un ristretto oligopolio di aziende. Il 90% del mercato mondiale del pollo industriale dipende delle americane Ross (azienda del gruppo Aviagen, multinazionale del pollo e del tacchino) e Cobb. Nel corso degli anni questi gruppi hanno investito capitali nella ricerca, dando alla luce razze “di qualità”, capaci di produrre il massimo della carne, nel minor tempo e con la minor quantità di mangime possibile. Ross 508 sembra il nome giusto per un paio di jeans: invece è un polletto bianco dalle prestazioni eccezionali, prodotto di punta della Aviagen e venduto in tutto il mondo: in 42 giorni raggiunge i 2,5 chilogrammi di peso. Garantisce un’ottima “resa di petto e robustezza degli arti”.

Gli amanti delle taglie forti possono sempre scegliere il Ross 708: modello “specificamente disegnato per le aziende che producono arrosti e disossati”, come suggerisce il sito dell’azienda. Per non parlare di Cobb 500 e 700, le pennute cilindrate concorrenti. Ross e Cobb però non vendono direttamente i polli che si preparano nelle cucine del pianeta. Producono solo i loro “genitori”, i cosiddetti “parentali”, sfornandoli sotto forma di uova e pulcini.

“In Italia i pulcini arrivano portati con i camion dall’Inghilterra e dalla Danimarca -racconta Guido Sassi, presidente della Pollo del campo-. La gallina parentale viene fatta crescere e quando ha sei mesi di vita inizia a fare le uova che diventeranno i polli italiani, nati e allevati in Italia appunto, come dice l’etichetta con cui li vendiamo”.

“Si tratta di razze estremamente vantaggiose per gli industriali -spiega Guglielmo Donadello, tecnico di Legambiente-: animali che, mangiando 1,6 chili di cereali, ne producono uno di carne. Una gallina padovana, invece, ha bisogno di 5 chili di cereali per farne uno di carne. È chiaro che, con simili concorrenti, non sta sul mercato… Sono polli funzionali alle esigenze della produzione: tanto petto, poco collo. Però anche pochi sali minerali. Il rischio è che ci riempiamo la pancia di cibo, di certo sano, ma non molto nutriente”.

Diego De Angeli, veterinario avicolo, completa il quadro: “Una crescita lenta del pollo è la condizione di una qualità migliore. Invece i polli industriali vincenti hanno la caratteristica di crescere in fretta”. In Italia si producono 420 milioni di polli all’anno: 360 di polli industriali, generati in maggioranza da parentali Aviagen e Cobb, e 60 di polli rurali, i cosiddetti ruspanti, completamente diversi per prestazioni da quelli industriali, ma anche loro frutto di parentali arrivate dall’estero, in particolare dalla Francia, che si è affermata in questo campo di ricerca e produzione con l’azienda Sasso.

Una curiosità: i polli industriali che vanno per la maggiore nel mondo oggi derivano da una gallina nostrana, la livornese, importata negli Stati Uniti negli anni ‘50 e là trasformata in carne da battaglia.

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