Economia

L’uomo delle tasse

“L’elusione è l’evasione dei ricchi”, parola di Vincenzo Visco, secondo il quale la sinistra non ha chiara l’importanza della questione fiscale Vincenzo Visco è stato il ministro dei nostri soldi in alcuni dei momenti cruciali degli ultimi 20 anni. Parlare…

Tratto da Altreconomia 106 — Giugno 2009

“L’elusione è l’evasione dei ricchi”, parola di Vincenzo Visco, secondo il quale la sinistra non ha chiara l’importanza della questione fiscale

Vincenzo Visco è stato il ministro dei nostri soldi in alcuni dei momenti cruciali degli ultimi 20 anni. Parlare con lui significa affrontare una conversazione a mezza via fra il “tecnico” e il politico. Gli chiediamo un giudizio di questa congenita antipatia degli italiani verso le tasse e dello stato della finanza italiana (e non solo) in questa fase di profonda crisi.
Professor Visco, ha una scrivania piena di rapporti sulla finanza internazionale: la prima domanda è sulla crisi che attraversiamo e sulla sua natura “parallela” rispetto all’economia reale.
Io non credo affatto che la finanza fosse parallela e distaccata dall’economia reale o che lo sia stata; questa finanza nasce per servire l’economia reale e i nuovi prodotti della finanza derivata -strumenti tecnici complicati che però avevano obiettivi semplici come l’abbassamento dei costi nella raccolta di capitale- servivano per finanziare tutti i nuovi investimenti nelle nuove tecnologie avvenuti negli ultimi 20 anni. Credo piuttosto che quanto successo -esattamente come quanto accadde negli anni 30 del secolo scorso- sia espressione della crisi di un modello di sviluppo arrivato alla sua massima espansione. È ovvio che un’ondata d’innovazione tecnologiche come quella degli ultimi decenni modifica in profondità i modelli di consumo, e i modi di produzione, e quindi sollecita cambiamenti e innovazioni di tipo liberista che annullano i sistemi di controllo abituali. È in quel momento che la finanza -senza controlli- si rende autonoma ed indipendente e sembra dissociarsi dall’economia reale, ma sembra solo perché se fosse stata effettivamente dissociata la crisi si sarebbe esaurita nelle banche. Adesso bisognerebbe capire con quanti anni di stagnazione pagheremo questa esasperazione, e quale sarà l’impatto sugli ultimi, sui più deboli che sono quelli che davvero pagano questi svarioni. In Italia il problema sono i precari, e per loro il governo non sta facendo nulla.
Una crisi di modello che però non sta stimolando un’alternativa.
No, non c’è all’orizzonte e non sembra che ci sia nessuno in grado di ipotizzarlo o proporlo alla politica. Semplicemente, non esiste alternativa. Continuando il paragone con il ‘29, allora il discrimine era tra capitalismo e socialismo, ma ora evidentemente questo conflitto non esiste più. Non c’è nemmeno una cultura economica capace di generare un conflitto con le teorie dominanti, un Keynes capace di diventare modello di riferimento per una cultura alternativa. Non sono all’altezza né Joseph Stiglitz, né Paul Krugman, né Amartya Sen.
Nelle ultime settimane si è fatto spesso il suo nome per le cose accadute a San Marino e più in generale per la disaffezione cronica dell’italiano alla contribuzione fiscale. Un’avversione che viene aggirata con l’elusione o evitata con l’evasione.
Elusione ed evasione sono la stessa cosa. L’elusione è l’evasione dei ricchi. Chi ne ha le possibilità studia le leggi per evitare legalmente (almeno in apparenza) di pagare le imposte sfuggendo alle sue responsabilità nei confronti dello Stato. Se lo fanno le multinazionali che sono apolidi è quasi normale. L’idea che c’è dietro è che è legittimo essere più furbi di chi ti chiede di pagare le tasse. Se pagarne meno possibile è normale e giusto allora il rapporto del cittadino con lo Stato viene meno. Se poi questo ragionamento si allarga alla popolazione dei singoli Paesi allora è il patto sociale che vien meno. In più in Italia c’è una lunga tradizione di questo genere perché di fronte ad una radicata inefficienza dell’amministrazione finanziaria nemmeno le classi dirigenti politiche si sono dimostrate all’altezza. Prova ne sia il fatto che negli anni in cui i governi sono intervenuti sul problema abbiamo assistito a un forte aumento del gettito senza che venissero cambiate le aliquote e senza investimenti aggiuntivi in uomini e mezzi, perché la gente e gli impiegati della macchina statale si adeguavano agli stimoli politici. Si possono organizzare uomini e mezzi per lavorare in quel senso. Ma combattere l’evasione non è facile neanche da sinistra. Infatti mentre la destra è molto sensibile alle indicazioni dei commercialisti  e consulenti fiscali che organizzano per mestiere l’elusione, la sinistra è influenzata un po’ da sindacati e un po’ dalle associazioni di categoria, che sono due lobby con interessi contrapposti. Mediando tra i loro stimoli la posizione diviene schizofrenica: quando si può si riducono le tasse a tutti, e al tempo stesso si fa finta di fare la lotta all’evasione stando attenti a non perdere voti.
In verità la sinistra ha scarsa consapevolezza riguardo all’importanza dello strumento fiscale. E lo stesso vale per la spesa pubblica: una posizione seria di sinistra è che si risparmia su tutto, anche correndo il rischio di dover poi mettere mano alle pensioni.
La finanza etica il commercio equo e tutte queste pratiche nate negli ultimi 20 anni per far fronte alla crisi dei rapporti sociali per colpa di una economia senza controllo potrebbero essere germi di un nuovo pensiero economico di sinistra?
Si, se escono dal loro recinto ideologico. Altrimenti resteranno un gioco per pochi, per gente che pensa a se stessa come ad una elitè. Così come certe forme di finanza innovativa hanno dimostrato di essere d’impatto notevole, soprattutto dal punto di vista culturale. Questi movimenti potrebbero davvero aiutare la sinistra a rinnovarsi e a recuperare l’idea della solidarietà e dell’eguaglianza. Ha perso di senso la sinistra che per alcuni decenni (quelli del dopoguerra) approfitta della sua forza e mette in ginocchio interi Paesi facendo leva su burocrazia pubblica e sindacato. Certo è innegabile che ora il sistema è tutto dall’altra parte. Ma è anche la sinistra che gli ha permesso che questo avvenisse. Nel concreto bisognerà vedere se queste esperienze non degenereranno, ma è evidente che un partito di sinistra dovrebbe intervenire con tutta la sua forza per alimentare queste speranze.
Così come dovrebbe lottare in maniera seria contro l’usura, e dovrebbe fare alleanze con il mondo finanziario. Anche li c’è tanta gente che potrebbe essere coinvolta per studiare nuovi modelli economici. Però poi i conti devono tornare. Dobbiamo metterci in testa che il bilancio in ordine è un valore di sinistra.

Nato nel 1942, Vincenzo Visco è stato parlamentare dal 1983 al 2008. È stato più volte ministro della Repubblica, occupando i dicasteri delle Finanze, del Tesoro, Bilancio e Programmazione economica. Era viceministro dell’Economia nell’ultimo governo Prodi. Insieme a Pierluigi Bersani ed altri ha fondato nel 2001 l’associazione “Nuova Economia Nuova Società”, centro di studi, dibattiti e ricerche (www.nens.it).
Per Donzelli ha curato, con Stefano Fassina, il libro Governare il mercato. Le culture economiche del Partito democratico (2008)

La lista nera si accorcia
La facile retorica sui paradisi fiscali, contro i quali si sono schierati -a parole- tutti i rappresentanti dei governi occidentali (Italia compresa) non trova conferma nei fatti. La cosiddetta “lista grigia” degli Stati off-shore, quella che dovrebbe indicare i Paesi in via di “adeguamento” alla normativa fiscale internazionale, non comprende infatti molti paradisi fiscali de facto (come il Delaware, negli Stati Uniti, vedi Ae 96) e, soprattutto, è facilmente raggirabile.
Secondo l’Ocse -che ha stilato la lista- infatti è sufficiente firmare 12 accordi di cooperazione per uscirne e finire sulla “lista bianca”. Risultato: Bermuda, Cayman e soci stanno firmando a raffica convenzioni (non importa con chi), che nel concreto non annulleranno affatto il loro ruolo di “scrigno” dei guadagni esentasse di privati e compagnie. Tra gli Stati alla ricerca di firme anche la Svizzera e San Marino.
Nella “lista nera” dei paradisi fiscali a tutti gli effetti rimangono pertanto solo Costa Rica, Uruguay, Malaysia e FIlippine, che non hanno accettato gli standard Ocse.

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