Economia / Attualità

L’ultimo attacco di Confindustria all’acqua del rubinetto

“Le acque non sono tutte uguali”, sostiene la Federazione delle industrie delle acque minerali. Che attacca i Comuni o le borracce mentre sorvola sugli impatti della plastica o l’ammontare minimo dei canoni di concessione. “Campagna da stigmatizzare”, spiega Paolo Carsetti del Forum dei movimenti per l’acqua

© Laura Mitulla, Unsplash

Nelle ultime settimane un’agenzia di comunicazione che opera anche per conto di Confindustria Mineracqua, la Federazione italiana delle industrie delle acque minerali naturali e delle acque di sorgente, ha scritto a diversi giornalisti avanzando proposte per confezionare articoli e approfondimenti sul tema dell’acqua (“Risorsa distintiva del Made in Italy”). In particolare si prende spunto dal recente “bonus acqua potabile” (che prevede un credito d’imposta del 50% per le spese sostenute per l’acquisto e l’installazione di sistemi di filtraggio, mineralizzazione, raffreddamento e/o addizione di anidride carbonica alimentare) per sostenere la tesi secondo cui “le acque non sono tutte uguali. E se è vero che, in questo modo, si risparmia sulla plastica, è altrettanto vero che non si garantisce acqua di qualità, funzionale e necessaria soprattutto in determinati contesti e con determinate patologie”.

Alla comunicazione sono allegati alcuni elaborati a cura di Mineracqua e Fondazione Acqua (nata nel 2011 su iniziativa proprio di Mineracqua) in cui si mette in luce la presunta “differenza” tra acqua potabile e acqua minerale in bottiglia. “Malgrado vengano frequentemente associati, si tratta di prodotti del tutto diversi”, sostiene Mineracqua. Aggiungendo, per screditare di fatto l’acqua del rubinetto, che sarebbe “sempre più diffuso il fenomeno dell’’acqua in deroga’: non riuscendo a rispettare i parametri fissati per legge, su arsenico, clorito, nichel, fluoruri e altre sostanze tossiche, i Comuni continuano comunque ad erogare acqua ai cittadini, dopo aver chiesto specifiche autorizzazioni alle Regioni. In Italia, 1 rubinetto su 7 fornisce acqua in deroga”. 

È davvero così? Paolo Carsetti del Forum italiano dei movimenti per l’acqua non ci sta. “Mi sento di stigmatizzare una promozione che pone in alternativa l’acqua in bottiglia rispetto a quella del rubinetto: i controlli sull’acqua pubblica vengono fatti e sono rigorosi. Bisogna poi tenere presenti due questioni che vengono spesso relegate ai margini della discussione, ma che marginali non sono: ovvero le esternalità relative alla produzione e al consumo di acqua in bottiglia. L’enorme produzione di rifiuti di plastica e l’inquinamento generato dal trasporto di questa grande quantità di acqua in bottiglia che avviene soprattutto su gomma. C’è poi una questione di tipo ‘culturale’: attraverso la promozione del consumo in bottiglia passa il messaggio che l’acqua è una bevanda al pari di tutte le altre. Ma l’acqua non è una merce, è un bene pubblico”.

I canoni di concessione pagati dalle aziende imbottigliatrici alle Regioni rappresentano il primo, grande, rimosso di questa campagna di comunicazione. I dati sull’argomento sono stati raccolti dal Dipartimento del tesoro del ministero dell’Economia, gli ultimi disponibili sono quelli relativi al 2016 (pubblicati a dicembre 2018) e censiscono 307 concessioni attive per lo sfruttamento delle acque minerali in Italia, affidate a 202 concessionari. Nello stesso anno, la superficie data in concessione per lo sfruttamento delle acque minerali è pari a oltre 28mila ettari.

Nel 2016, si legge nel report del ministero, “sono stati imputati oltre 16 miliardi e mezzo di litri di acqua minerale, di cui il 68% ai primi dieci produttori”. L’acqua “imputata” non coincide con la quantità di acqua effettivamente imbottigliata ma rappresenta “la quota parte presa a riferimento per il calcolo dei canoni, in base a quanto previsto dai singoli regolamenti regionali”. In vetta alla classifica spiccavano Sanpellegrino (con 2.958 milioni di litri), il Gruppo San Benedetto (con 2.611 milioni di litri), Fonti di Vinadio (1.236 milioni di litri), Lete (967 milioni di litri), Ferrarelle (886 milioni di litri) e Gruppo Norda (791 milioni di litri). A Sanpellegrino e al Gruppo San Benedetto è riconducibile la metà (49%) dei volumi imputati alle “Big 10” e un terzo del totale nazionale.

A fronte di questa enorme quantità di acqua, quanto incassato dalle Regioni tramite i canoni di concessione ammonta a poco più di 19 milioni di euro (per l’anno 2016). I canoni variano in base ai criteri adottati nelle singole Regioni e sono molto bassi. Sempre il report del ministero dell’Economia evidenzia inoltre importanti differenze tra i diversi territori: in Veneto il canone 2016 complessivo è di 4.113.000 euro, in Lombardia di 3.993.000 euro, in Piemonte è di poco superiore ai 3 milioni di euro, in Sicilia è di 1,4 milioni e in Umbria è di circa 1,3 milioni di euro. Ed è lo stesso ministero a mettere in evidenza come “per i maggiori produttori di acqua imbottigliata, il canone di concessione incide, mediamente, per lo 0,79% sul totale dei costi della produzione”.  Inoltre nel 2015 le maggiori società del settore dell’imbottigliamento delle acque minerali per ogni euro speso in canoni hanno conseguito, mediamente, ricavi da vendite e prestazioni per 191,35 euro.  Il riferimento è contenuto nell’edizione precedente del rapporto dedicato alle concessioni, relativa ai dati 2015 in cui si analizza con maggiori dettagli il tema delle concessioni idriche.

Sempre facendo riferimento al 2015, il documento del ministero riporta una stima di fatturato di 2,7 miliardi di euro per il settore delle acque minerali fornita nel rapporto “Bevitalia 2016-2017”. Mettendo in relazione i dati relativi al fatturato e ai canoni versati dalle aziende alle Regioni evidenzia come nel 2015 i produttori abbiano pagato “per i canoni di concessione mineraria e di imbottigliamento, lo 0,68% del fatturato del settore. Assumendo l’applicazione omogenea in tutte le Regioni delle linee guida nazionali, tale rapporto sarebbe salito al massimo all’1,73%”, puntualizza il ministero.

Nella battaglia di Confindustria contro l’acqua del rubinetto, ampio spazio è dedicato alla supposta “diatriba borracce vs bottiglie in plastica”. Poiché le borracce, a detta di Mineracqua, “rilascerebbero, nell’acqua che contengono, quantità ai limiti di legge di metalli, ftalati e bisfenolo A”, la conclusione è che “a tutti gli effetti, le bottiglie in PET restano i contenitori più sicuri da un punto di vista di sicurezza alimentare, salute e tutela chimico-fisica di alimenti e bevande”. Non una parola sugli impatti della plastica.

Secondo i dati riportati dal report di Legambiente “Acque in bottiglia 2018. Un’anomalia tutta italiana” nel nostro Paese il 90-95% delle acque in bottiglia viene imbottigliato in contenitori di plastica e solo il 5-10% in contenitori di vetro. “Stando alle produzioni delle acque in bottiglia degli ultimi anni (12-14 miliardi di litri), in Italia ogni anno vengono utilizzate tra i 7,2 e gli 8,4 miliardi di bottiglie di plastica -si legge nel report-.Considerando che più del 90% delle plastiche prodotte derivano da materie prime fossili vergini (che rappresentano il 6% del consumo globale di petrolio) e che l’80% dell’acqua imbottigliata in Italia viene trasportata su gomma in Regioni diverse da quella di imbottigliamento (e un autotreno può immette nell’ambiente anche 1.300 chilogrammi di CO2 ogni 1.000 chilometri), è evidente di come gli impatti ambientali innescati dalla commercializzazione delle acque in bottiglia si moltiplichino e si differenzino in maniera esponenziale se non gestiti correttamente”.

C’è poi il tema delle bottiglie di plastica che vengono gettate dopo l’uso e che non sempre finiscono nei corretti canali di recupero e trattamento. Secondo le stime del recente report “What a waste” (curato dalla piattaforma Reelop a cui aderisce l’Associazione Comuni Virtuosi) in Italia ogni anno vengono dispersi nell’ambiente oltre 7 miliardi di contenitori tra bottiglie di plastica, bottiglie di vetro e lattine d’alluminio. Un numero esorbitante che, se rapportato al numero di abitanti del nostro Paese, corrisponde a 119 contenitori “dispersi” a testa all’anno. Di questi, 98 sono bottiglie di PET, 12 sono bottiglie di vetro e 9 sono lattine. Sono proprio le prime -che vengono utilizzate anche per imbottigliare acqua- a rappresentare la tipologia di contenitore per bevande che viene “disperso” più di frequente e che, di conseguenza, non viene incanalato in un corretto processo di riciclo.

Nonostante l’Italia sia ricca di acqua (e per lo più di buona qualità) esistono purtroppo alcune criticità nel sistema di approvvigionamento, di gestione e di controllo. Il report di Legambiente e Altreconomia evidenzia come, tra i problemi più frequenti, ci siano l’inadeguatezza della rete idrica (con una dispersione media di oltre il 42% a fronte di una media europea del 26%) e il fatto che il 60% degli acquedotti italiani abbiano un’età superiore ai 30 anni. “Ci sono poi alcune situazioni di malfunzionamenti, presenze batteriche o sostanze chimiche oltre i limiti consentiti dalla legge che non migliorano di certo la percezione dei cittadini sul tema e su cui è importante intervenire con una tempestiva e corretta informazione e con interventi per risolverle -si legge nel report-. Si tratta però di situazioni puntuali, per lo più note e segnalate dalle autorità competenti, che non devono essere generalizzate su tutto il territorio nazionale”.

I controlli sull’acqua che arriva nelle nostre case sono dettati dalle normative vigenti, e sono molto accurati e frequenti, a Roma ad esempio vengono eseguiti circa 250mila controlli all’anno (pari a oltre 680 controlli al giorno, Natale e festivi compresi), a Genova 220mila, nelle province di Milano, Pavia e Lodi 350mila. Inoltre il controllo è doppio e viene eseguito sia dal gestore che fornisce il servizio, sia dalle unità sanitarie locali di competenza territoriale.

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