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L’omertà che copre gli abusi

Solo rispettando i diritti umani la polizia può acquisire la forza necessaria per imporre la legalità al di sopra di ogni violenza. Basterebbe seguire i precetti della Convenzione europea

Tratto da Altreconomia 161 — Giugno 2014

La massima magistratura del Paese, il primo ministro, alti esponenti istituzionali hanno duramente stigmatizzato l’applauso ai poliziotti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi intervenuti a una riunione sindacale, e nuovi abusi delle forze dell’ordine hanno generato immediate reazioni di condanna.Nel dibattito conseguente rimangono tuttavia ipocrisie e luoghi comuni. Sembra che una sorta di protocollo istituzionale o il “politicamente corretto” imponga, accanto al biasimo del poliziotto, la denuncia dei comportamenti delle vittime, o comunque la rappresentazione di un contesto operativo difficile che giustificherebbe o mitigherebbe gli abusi e su cui l’attenzione viene attratta. Le istituzioni evitano di veicolare l’unico messaggio possibile in questo campo che non è di moderazione, di cautela, di bilanciamento, ma al contrario d’intransigente radicalità. La Convenzione europea dei diritti umani agli articoli 2 e 3 vieta l’uso sproporzionato della forza letale o che si traduce in trattamento inumano e degradante (e tale è il pestaggio di persone inermi o il camminare sul corpo di una giovane donna a terra). 

Tale divieto sussiste, ha più volte ricordato la Corte di Strasburgo, che giudica delle violazioni della Convenzione, “a prescindere  dalle circostanze e dal comportamento delle vittime”, e non prevede restrizioni, né ammette alcuna deroga, “anche in casi estremi quali il rischio della vita di un individuo ovvero di un pericolo pubblico che minacci la vita della nazione, come il terrorismo o la criminalità organizzata”. Ne consegue il riconoscimento di diritti assoluti dei cittadini che “non consente alcuna eccezione o fattori giustificanti o bilanciamento d’interessi, indipendentemente da qualsiasi condotta della persona interessata e dalla natura del crimine in gioco”.  La Corte ha usato queste chiare parole anche in un caso emblematico (Gäfgen c/ Germania, GC, 1.06.2010), quando -pur riconoscendo la particolarità del contesto in cui avevano agito alcuni poliziotti accusati di violazione dell’articolo 3 della Convenzione, per aver estorto con minacce di tortura e sevizie la confessione di un sospettato per il sequestro e l’uccisione di un bambino di 11 anni, ritenendo di poter ancora ritrovare in vita la piccola vittima- ha condannato la Germania  per non aver represso adeguatamente l’abuso. Si comprende bene quanto poco ispirate da questi valori assoluti siano le posizioni istituzionali nostrane, in apparenza così vibranti, ma piene di distinguo. Così il poliziotto che calpesta una donna è solo un “cretino” per il Capo della polizia, che riceve complimenti per la fermezza di tale giudizio. Ma il comportamento di quel poliziotto viola l’articolo 3 della Convenzione e non è una cretinata, termine che si addice a mancanze lievi, intemperanze da eccesso d’adrenalina. Governo e Presidenza della Repubblica hanno additato l’applauso ai poliziotti condannati come una “vicenda indegna”, evocando il disonore gettato su migliaia di altre divise. L’incoerenza rende deboli le invettive. Il sindacato di polizia SAP ha giustificato l’applauso che muove lo sdegno come solidarietà umana a colleghi ritenuti colpiti da un verdetto ingiusto. Per il vero, anche i poliziotti dello SCO hanno manifestato la solidarietà ai loro capi condannati per i fatti della Diaz, responsabili di reati tali da screditare l’Italia nel mondo intero come afferma la Cassazione. Eppure, nessuna alta figura istituzionale ha stigmatizzato l’improprietà dell’iniziativa di quei poliziotti, ancora più eclatante dell’applauso del SAP, perché espressa con una lettera al Corriere della Sera, giornale che al pari di altre grandi testate non ha lesinato agiografie degli stessi condannati e che di recente, di fronte alle nuove violenze dei poliziotti in piazza, torna a richiamare la logica dello schieramento e della propaganda (“La scelta (giusta) di stare dalla parte giusta. La scelta (giusta) del ministro di stare dalla parte della polizia”, titola un editoriale). È impossibile rompere la solidarietà corporativa e l’omertà che copre gli abusi senza il forte e incondizionato richiamo all’essenza dei valori da tutelare, altro che “parte giusta”. Solo rispettando i diritti la polizia acquista la forza necessaria per imporre la legalità al di sopra di ogni violenza. L’indifferenza verso gli abusi e la loro copertura sono state talora assicurate proprio dai e per i vertici della polizia, anche contro la magistratura, senza sdegno di alcuna alta istituzione e con la compiacenza di molti, con evidente uso di diversi pesi e misure. Il poliziotto comune può allora concludere che è questione di potere, non di diritto. Sprecate le occasioni per fare doverosa chiarezza, non resta che confidare nell’impermanenza delle cose, cui non è sottratto certo il potere. —
 

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